Roma 14 dicembre 2010: insurrezione? di Eugenio Orso

Roma 14 dicembre 2010: insurrezione?

di Eugenio Orso

 

Ore 20.00 del 14 dicembre, telefono dalla stazione delle corriere di Trieste ad un compagno di Roma del laboratorio di Comunismo e Comunità.

Gli chiedo: come sta andando, da voi, a Roma?

Lui mi risponde: Eugé, qui è un macello!

Piazza del popolo, piazzale Flaminio, una parte del cuore della città è rimasto a lungo sotto stress, investito dall’onda d’urto degli disordini di piazza.

Poi mi racconta, brevemente, di scontri che continuano in periferia, episodi forse isolati e legati al deflusso dei manifestanti, mi avverte che qualcuno ha notato strani figuri, con passamontagna o comunque “in borghese”, che nel pieno degli scontri si aggirano con tanto di trasmittente e di manette, mi parla di una situazione diventata improvvisamente esplosiva, tanto da far pensare a qualche intervento esterno, mirato, che ha favorito l’accensione della miccia, o che forse l’ha accesa direttamente.

Provocazioni? Infiltrazioni da parte di “corpi speciali” fra i manifestanti? Manipolazioni della protesta per criminalizzarla?

Forse … perché ci vuole qualcosa di più del semplice lancio di uova [di Conad o del Ildi] contro i covi dei sindacati venduti a Fiat, a Confindustria ed alla politica compiacente, o dei cori goliardici degli studenti durante i cortei, per criminalizzare la protesta, e con lei buona parte della società italiana.

Ci vogliono almeno un centinaio di feriti, un blindato in fiamme e  qualche automobile privata distrutta, per poter giustificare la futura repressione della protesta sociale.

Mi tornano alla mente d’improvviso Nicolae Ceauşescu e la sua milizia segreta, la Securitate parallela, e se così fosse, non avrebbe più senso parlare del sistema di potere berlusconiano tenacemente in essere – per quanto assediato dai futuristi, dalle sedicenti e vili opposizioni parlamentari, i cui esponenti sono in vendita al miglior offerente, ma soprattutto indebolito dalla “sfiducia” della finanza globalista nordamericana – come di una sorta di “dispotismo dolce”, quasi che fosse tollerabile, un dispotismo “all’acqua di rose” che tutto sommato esprime una violenza anch’essa dolce, benché continua, quotidiana, destinata a penetrare nel pubblico e nel privato come l’acqua che si infiltra ovunque.

Tutti i parlamentari, della maggioranza e dell’opposizione, hanno condannato senza riserve questa improvvisa ondata di violenza, che ha messo a ferro e fuoco il centro della Capitale, com’è logico e scontato che sia, quando si è beneficiari di privilegi ingiusti e si fa parte di clan subdominanti che legano in toto le loro fortune e il loro miserando sotto-potere alla tenuta di questo sistema, a qualsiasi costo etico e sociale.

Però è strano che ci sia questa contemporaneità fra l’esplosione improvvisa di violenza [la cui origine resta sospetta] e il voto parlamentare sulla sfiducia a Berlusconi, ed ancor più strano è che ciò avviene in una situazione che non è “esplosiva” come quella del settantasette, una situazione che fino a ventiquattro ore prima non pareva sul punto di esplodere …

Disordini, atti di teppismo di facinorosi, rivolta, insurrezione, le definizioni si sprecano, nella consueta confusione terminologica e nell’opera di depistaggio mediatico, volte a rendere “illeggibili” questi fenomeni politici e sociali.

Si tratta di espedienti utilizzati per nascondere la realtà, mentre si tende a criminalizzare i manifestanti, che hanno “accolto” i violenti nello loro file, ed a giustificare la futura repressione.

Quando la “realtà virtuale” di questo capitalismo, diffusa dai media nella loro incessante opera di flessibilizzazione e intontimento, rischia di dissolversi per l’emergere di contingenze sempre più dure, perché il piano sociale tende ad incrinarsi e il Vaso di Pandora della protesta rischia di scoperchiarsi da un momento all’altro, allora possono tornare in funzione, a pieno regime, gli apparati repressivi del potere mai dimessi – nonostante il dispotismo “dolce” e simili amenità – ed anzi, è più efficace anticipare la repressione, uccidendo i neonati movimenti antagonisti nella culla, quando non possono ancora difendersi, piuttosto che aspettare che crescano, nella società, nel paese vero, nella “realtà reale”, per affrontarli quando sono già ben saldi sulle gambe e possono restituire colpo su colpo.

Ricompare perciò l’ombra inquietante dei fantomatici black bloc, che si aggirano nelle piazze e nei viali come degli spettri senza volto armati di spranga, e questo ci avverte che fra un po’ il potere non scherzerà più, ma passerà all’offensiva cercando di colpire nel cuore la protesta sociale, per annichilirla prima che si diffonda.

I nuovi black bloc, come qualcuno li ha definiti, sono i neri uccellacci che annunciano il temporale, sono gli elicotteri il cui ronzio minaccioso annuncia l’avvicinarsi del conflitto, sono un segnale di futuri scontri e soprattutto della futura repressione.

Il finanziere circondato dai “facinorosi” che difende la sua pistola d’ordinanza, al prezzo di rischiare l’incolumità personale, ufficialmente vuole essere la patetica immagine di un potere democratico che si difende dai violenti, dai teppisti, dai frangitori di vetrine e dagli incendiari.

In realtà, dietro l’incolpevole ed ignaro finanziere si nasconde neppure troppo bene l’immagine di un potere spietato, violento al massimo grado e generatore di violenze attraverso le profonde ingiustizie sociali, che si prepara ad attaccare, a lanciare la sua offensiva per difendere il “Palazzo d’inverno”.

E’ bene iniziare a comprendere i fenomeni, a penetrare la loro sostanza, a leggere questa realtà con nuove chiavi di lettura, perché solo questa comprensione può aiutarci ad impostare una lotta efficace, ed in primo luogo a difenderci dalle violenze di questo potere.

Seguono alcune brevi considerazioni sulla Insurrezione e sulla Rivoluzione, con l’avvertenza che il discorso è appena iniziato.

 

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Nel linguaggio corrente, in quello giornalistico, nelle opere letterarie, in molti saggi e in molti scritti storici, politici, sociologici, le espressioni “insurrezione” e “rivoluzione” spesso si utilizzano come sinonimi, l’una in sostituzione dell’altra, oppure l’una accanto all’altra, l’una ad integrazione dell’altra, come se rappresentassero lo stesso fenomeno politico e sociale, o al più aspetti diversi, ma complementari, dello stesso fenomeno.

In certi frangenti storici, nei momenti più critici di passaggio da un ordine politico e sociale ad un altro, nei momenti di rottura del quadro istituzionale vigente e di scontro fra componenti politiche e sociali in lotta, fra classi sociali contrapposte che si affrontano, è parso che l’insurrezione spontanea fosse stata la scintilla d’innesco, la precondizione necessaria di un intero processo rivoluzionario che nella realtà ha richiesto tempi di maturazione molto lunghi, un processo di cambiamento e liberazione ben più complesso ed articolato della semplice ed improvvisa sollevazione di gruppi di subalterni, il quale non può che maturare nel corso di lunghi decenni o di interi secoli, come è accaduto nel caso delle due rivoluzioni più celebri della cosiddetta modernità: la prima rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione bolscevica del 1917.

L’uso indifferenziato delle espressioni “insurrezione” e “rivoluzione” è molto comune e diffuso, e si può constatare sia leggendo un libro o sfogliando una rivista, sia navigando in rete.

A riprova di quanto precede, non è necessario consultare testi specialistici di storia, ma è sufficiente accedere alla rete e consultare Wikipedia.

Infatti, per quanto riguarda la storia messa in rete e gratuitamente fruibile, nella pagina di Wikipedia in lingua italiana dedicata alla rivoluzione bolscevica del 1917 si legge quanto segue: L’insurrezione prende il via la sera del 6 novembre (24 ottobre del calendario giuliano in uso al tempo): la sera vengono occupate prima tutte le tipografie; la notte del giorno dopo 7 novembre (25 ottobre) i punti più importanti di Pietrogrado: poste, telegrafi, stazioni ferroviarie, banche, ministeri. Il governo provvisorio praticamente cessa di esistere senza alcuna resistenza. [http://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_d’ottobre]

Restando in rete, e consultando l’enciclopedia degli anarchici italiani, cioè Anarcopedia, apprendiamo che l’insurrezionalismo è, prima di tutto, un pensiero radicale che sostiene la possibilità di attaccare Stato e Capitale in ogni momento, al di là di qualsiasi elaborazione strategica o tattica. A differenza di altre tendenze che si sono sviluppate nel corso della storia del pensiero libertario (comunisti, individualisti, organizzatori, antiorganizzatori, educazionisti, sindacalisti, ecc.) che si basavano soprattutto su una diversa concezione politica e organizzativa, l’insurrezionalismo si distingue principalmente per la concezione dei mezzi da usare per l’abbattimento dello Stato, è quindi affine soprattutto alla corrente individualista (esclusa la tendenza pacifista) ma anche a quella comunista.[http://ita.anarchopedia.org/anarchismo_insurrezionale]

L’insurrezione, secondo quegli anarchici per l’appunto definiti “insurrezionalisti”, diventa la strada maestra per il sovvertimento dell’ordine costituito, che ha come sbocco l’abolizione dello stato e delle istituzioni [o la loro distruzione completa con l’uso della violenza], la quale rappresenta lo storico obbiettivo che tali movimenti e gruppi perseguono, per una liberazione di uno spazio fisico, più o meno ampio, dall’autorità e dalla gerarchia imposta da una classe privilegiata, per sostituirla immediatamente con una società libertaria e strutturata orizzontalmente [Ibidem].

L’anarchismo insurrezionale accetta e promuove l’insurrezione – spontanea, violenta, ma non sempre necessariamente tale, alimentata sia da atti individuali sia da azioni collettive – quale metodo di lotta per raggiungere l’obbiettivo prioritario dell’abolizione dello stato, ma dati i limiti intrinseci posti dall’azione insurrezionale e soprattutto considerati i limiti che discendono dallo stesso ultraindividualismo anarchico [diverso da quello che supporta il capitalistico liberista, neoliberista ed ultraliberista, ma con alcuni rilevanti punti di contatto filosofici, rappresentati, ad esempio, da niccianesimo e nichilismo], l’anarchismo non tiene conto delle rivendicazioni sociali e non esprime alcun chiaro modello di società futura ed alternativa alla società capitalistica, esattamente come la pura insurrezione, nata dall’esplosione di un’incontenibile rabbia dei subalterni, non porta da nessuna parte e distrugge il vecchio senza porsi il problema di costruire il nuovo.

Insurrezionalismo ed anarchismo vanno perciò a braccetto, anche se non tutte le correnti del pensiero anarchico contemporaneo accettano e promuovono la rivolta violenta.

La presunta vicinanza anarchica alla “corrente comunista” è un’affermazione che va presa con le molle, non soltanto per l’ovvia ragione che il leninismo rifiutava l’abolizione anarchica dello stato ed ammetteva soltanto l’estinzione [futura] dello stato borghese dopo averlo occupato e trasformato in semi-stato socialista, ma anche perché, fin da prima dell’avvento di Lenin e della sua riforma del pensiero marxista tradizionale ed ottecentesco, lo stato, in origine borghese e quindi strumento di dominio della classe allora egemone, avrebbe dovuto costituire lo strumento politico [per quanto temporaneo] per la necessaria socializzazione dei mezzi di produzione ed il definitivo superamento della proprietà privata [Engels].

Nella tradizione comunista e marxista ottocentesca e nella variante marxista-leninista, com’è arcinoto, lo stato non doveva essere abolito, ma occupato, debitamente utilizzato in una fase socialista, e poi avrebbe potuto tranquillamente estinguersi, in seguito a quel avvento del comunismo che si pensava necessitato.

La vicinanza anarchica insurrezionalista alla “corrente individualista”, invece, sembra molto più sostenibile – insurrezione e violenza a parte – anche perché gli individualisti in questione sono pur sempre degli anarchici, per quanto caratterizzati da forti “tratti” stirneriani [Max Stirner] od anche, nella versione d’oltre Atlantico, con alcuni significativi connotati liberali, ma in ogni caso ciò che si esalta è un individuo “primigenio”, inevitabilmente sradicato e quindi un atomo “in libertà” che deve poter seguire qualsiasi traiettoria.

Facendo astrazione dalle cosiddette rivoluzioni scientifiche, che certo hanno influenzato la storia e le vicende umane, che hanno avuto una ricaduta ideologica nella società e quindi si sono mostrate in grado di modificare gli eventi storici, gli assetti sociali e gli aspetti culturali, ma che riguardano in primo luogo il mondo naturale in sé prescindendo dalla soggettività umana e dal suo inevitabile portato di problematizzazioni, una definizione di ampio respiro che si potrebbe porgere della rivoluzione, in quanto fenomeno politico e sociale, nonché momento di rottura nella vita associata che annuncia la sua ricomposizione in forme nuove, è quella che vede nella rivoluzione un approdo temporaneo in un processo di liberazione/ emancipazione dell’uomo lungo ed incerto, che si sviluppa attraverso momenti di rottura storica – simboleggiati appunto dalle rivoluzioni – quale condizione necessaria ma non sufficiente per consentire lo sviluppo di tale processo, che per sua natura è destinato ad essere inconcluso.

Restando collegati in rete ed abbandonando Anarcopedia per tornare a Wikipedia, per quanto riguarda la definizione della rivoluzione in termini politici leggiamo che La rivoluzione in politica è un radicale cambiamento nella forma di governo di un paese, comportando spesso trasformazioni profonde di tutta la struttura sociale, economica e politica di un sistema, al sorgere di un nuovo tipo di cultura politico-sociale. Le rivoluzioni comportano spesso azioni violente, anche se esistono le cosiddette “rivoluzioni nonviolente”. Possono essere associate ad un colpo di stato che cambi in maniera netta il governo. Secondo Raymond Aron: “sembra opportuno riservare il termine colpo di Stato al cambiamento di Costituzione decretato illegalmente dal detentore del potere (Napoleone III nel 1851), o alla presa del potere da parte di un gruppo di uomini armati, senza che questa conquista (sanguinosa o no) comporti necessariamente l’avvento di un’altra classe dirigente o di un altro regime. La rivoluzione implica molto più del’togliti di là, così mi ci metto io”. [http://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_(politica)]

Le cautele di Raymond Aron, che distingue fra un semplice golpe, con il conseguente cambio della compagine di governo [“togliti di là, così mi ci metto io”], ed il più complesso ed articolato fenomeno rivoluzionario, sono naturalmente condivisibili, e la definizione di rivoluzione proposta da Wikipedia ai “naviganti” purtroppo non tiene conto di quel processo plurisecolare di liberazione ed emancipazione umana [oggi apparentemente interrotto dalle nuove dinamiche del Capitalismo Transegenico Finanziarizzato del terzo millennio] cui prima si è fatto cenno, che consente di formulare una definizione di più ampio respiro della rivoluzione, pienamente inserita in questo processo, del quale può costituire una tappa fondamentale.

Roma 14 dicembre 2010: insurrezione? di Eugenio Orsoultima modifica: 2010-12-15T12:08:00+01:00da derosse
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