IL PUNTO. Note sulla fase attuale della modernità di Nino Salamone

Presento oggi una serie di note sull’attuale fase della modernità che mi sono state inviate da Nino Salamone.

Una riflessione sulla società contemporanea, sull’antagonismo, sul comunismo e sul ruolo della teoria è senz’altro utile per affrontare una prima volta questo oggetto tutto sommato ancora misterioso e non ben definito: la modernità, per l’appunto.

Che quello della modernità è un concetto controverso, il quale si presta a manipolazioni e fraintendimenti, nonché ad un uso giustificatorio dello stesso, sostanzialmente per coprire le nefandezze sociali del capitalismo contemporaneo, è cosa risaputa.

Ad esempio, nel linguaggio giornalistico-mediatico e politico-sistemico, l’espressione “moderne relazioni industriali” nasconde de-emancipazione, flessibilizzazione del lavoro e riduzione progressiva dei redditi dei lavoratori, mentre la “modernizzazione del sistema produttivo” nasconde la necessità, a tutti i costi, di affrontare l’agguerrita concorrenza sleale degli “emergenti” a qualsiasi prezzo sociale e ambientale, per non soccombere davanti al loro dilagante sviluppismo e ai loro costi competitivi.

Non a caso, l’affermarsi della cosiddetta modernità ha coinciso storicamente con l’affermazione del modo di produzione capitalistico, quale modo di produzione sociale prevalente, e con il dilagare dell’ideologia liberal-liberista del progresso.

Per lo scrivente, la modernità è essenzialmente un altro nome dato al capitalismo, per mistificarne gli scopi e nascondere i suoi veri effetti sociali, nonché le sue dinamiche più alienanti che amplificano la penalizzazione dei subalterni.

Che la modernità sia la metafisica del capitalismo, in un rapporto simile a quello che legava la metafisica mediovale al modo di produzione feudale?

Lasciamo in sospeso l’interrogativo.

Di seguito alcune brevi notizie biografiche riguardante l’autore delle note, sociologo accademico, ma comunque critico ed intellettualmente onesto.

Nato nel 1943, Nino Salamone si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Milano. Dal 1990 al 1998 ha insegnato alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano (Sociologia dell’organizzazione, Sociologia Economica e infine Sociologia). Sempre dal 1990 al 1998 ha insegnato Sociologia Industriale e del Lavoro presso l’Università Bocconi di Milano.

All’Università di Milano Bicocca (Facoltà di Sociologia), dove è professore associato, insegna Storia del Pensiero Sociologico e Sociologia della cultura. E’ membro del Consiglio Scientifico della Sezione Teorie sociologiche e Trasformazioni Sociali dell’Associazione Italiana di Sociologia. Dopo aver svolto attività di ricerca, negli anni Settanta e Ottanta, sulle organizzazioni complesse e i movimenti sociali, si occupa ora di studi teorici che comprendono anche la filosofia e l’antropologia. In particolare è interessato ai temi sollevati dal dibattito contemporaneo sulla modernità e la post modernità. In quest’ambito, è attualmente impegnato nell’analisi dei rapporti fra la religione e gli assetti socioculturali moderni e postmoderni in occidente.

 

IL PUNTO

 

Note sulla fase attuale della modernità

 

 

In queste note tratterò essenzialmente di diversi temi, fra loro connessi, con grande libertà. Proverò cioè a mettere in un qualche ordine (non necessariamente il migliore possibile) diverse considerazioni a proposito dell’attuale assetto sociale (in sociologia variamente definito), sulla base dei materiali disponibili senza pretese di originalità. Le interpretazioni personali, palesi o implicite, saranno evidentemente esposte al libero dibattito.

Attenzione: Il quadro è largamente impressionistico e, in più punti, superficiale. Ma in assenza, purtroppo, di un solido frame teorico di riferimento, forse vale la pena di partire da qui.

 

Nino Salamone

Modernità

 

I contenuti della modernità analizzata dalla sociologia classica possono essere sommariamente tratteggiati così: 1) un’economia capitalistica, fondata cioè sull’accumulazione del capitale sulla base dell’industria e del lavoro salariato; 2) una tecnologia industriale prevalentemente labour intensive, ovvero gigantismo delle imprese, produzione di grande serie e presenza di grosse concentrazioni operaie; 3) una strutturazione di classe abbastanza definita e visibile anche in termini di stili di vita (dall’abbigliamento all’alimentazione…) e di gerarchie legittimate unicamente dal criterio, squisitamente secolare, della capacità di mercato; 4) la presenza di culture distinte e in certa misura conflittuali: una cultura borghese, in parte di matrice illuministica e in parte romantica, piuttosto ricca e anche critica (in campo letterario, da Shakespeare, a Dickens a Thomas Mann…), una cultura operaia sviluppata peraltro con il contributo di intellettuali borghesi, una cultura del “ceto medio” (ognuno e ogni cosa al suo posto, frugalità, bon ton…); 5) tali culture sono consonanti a diverse ideologie/Weltanschauugen che, a loro volta, strutturano partiti e movimenti politici fortemente caratterizzati ma tutti, comunque, ispirati, salvo il fascismo (l’union sacrèe contro Hitler non fu casuale), ai “diritti dell’uomo e del cittadino” diversamente interpretati.

Cosa rimane e cosa cambia a partire dalla seconda metà del secolo scorso? 1) l’economia resta capitalistica, ma il capitale finanziario ha ora l’assoluta egemonia, ben oltre l’immaginazione di Hilferding. Gestisce direttamente l’industria, e comunque l’industria ad esso risponde, e i suoi meccanismi di accumulazione si fondano in parte consistente su transazioni appunto finanziarie (D-D’ piuttosto che D-M-D’). Al vertice i grandi manager, componente fondamentale della global class o superclass transnazionale, la vera dominatrice della società; 2) la tecnologia è prevalentemente labour saving, le imprese industriali rimpiccioliscono vistosamente e si localizzano (salvo eccezioni) dove il lavoro costa meno. Le concentrazioni operaie appaiono drasticamente ridimensionate e la flessibilità del lavoro è in continua crescita; 3) la strutturazione di classe, fatta salva la global class, appare di assai difficile definizione. Una società di massa, finemente stratificata ma culturalmente abbastanza omogenea, affolla spettacoli, luoghi di vacanza (con Sharm al posto di Viserba, magari fuori stagione), grandi magazzini, assiste ad eventi diffusi dagli onnipresenti teleschermi, “chatta”, compita messaggini SMS, satura palestre, coiffeur e beauty center (a Milano sono alcune migliaia), ignora del tutto il passato (complice la scuola) e non si occupa del futuro. Un magma nel quale il consumatore ha preso il posto del cittadino; 4) morta la borghesia, e con essa la classe operaia, culturalmente la classe dominante non ha nulla da proporre, se non l’eterno presente (un solo esempio: la chirurgia estetica e le primipare sessantenni) e il totale disimpegno. L’intellettuale, a meno che non sia “di successo” (Alberoni, Sgarbi,…) e diffonda banalità, è oggetto di disprezzo, soprattutto quando, come a scuola, si permette di sindacare circa la preparazione dei figli del caos (ma ci sarà sempre un TAR a fare giustizia…); 5) se la modernità è stata il luogo dei diritti sociali, la sua fase attuale è il luogo dei diritti individuali: conti sempre meno nell’arena pubblica, ma puoi fare quasi tutto quello che vuoi (l’outing è di rigore). In assenza di ideologie (magari miti) forti, la politica è divenuta competition fra leader debolmente carismatici, le cui proposte si caratterizzano per la somiglianza entro l’orizzonte dato (la diversità di accenti non riesce a nasconderlo).

 

 

Antagonismi 

 

Marx avrà pure sbagliato attribuendo alla “classe operaia” (intesa in senso lato, alla Preve) capacità intermodali, ma aveva metodologicamente ragione: il rovesciamento di un ordine sociale dato implica l’esistenza di un gruppo sociale subalterno che si ponga come potenziale contraddizione (non importa, qui, se dialettica o meno) rispetto allo stesso, ovvero alla classe dominante. Che sia cioè in grado di proporre il proprio interesse come interesse generale della società. Che la classe operaia (industriale, nello specifico) non abbia svolto questo ruolo non elimina il problema.

In ogni caso, la stessa classe ha svolto un ruolo progressivo nel corso della modernità. Ha posto  la questione sociale, ha costruito una cultura (col contributo degli intellettuali critici), ha aperto e percorso almeno in parte la strada dei diritti sociali. Nulla di rivoluzionario, appunto, ma tutto ciò ha comportato l’attribuzione di un senso alla vita collettiva, e ha segnato profondamente gli assetti moderni. In qualche modo, la sua presenza e azione ha caratterizzato una intera epoca storica, nella misura in cui ha tentato di dar vita ad una società – sia pur capitalistica –  che fosse qualcosa di più, e di meglio, di una “immane raccolta di merci”. Infine, elemento non secondario, ha ampliato gli orizzonti della stessa cultura borghese costringendola a misurarsi con l’altro da sé.

La sua eclissi ha lasciato la modernità, per così dire, nuda, e  a livello di massa ha fatto dell’orizzonte capitalistico l’unico pensabile. La storia (nessun riferimento a Fukujama) sembra essersi fermata: il nostro destino è produrre (qualsiasi cosa, anche fittizia, magari semplicemente sensazioni) e soprattutto consumare; l’uomo e la donna comuni sembrano essersi ridotti al ruolo di orifizi, tubi digerenti, sfinteri (presente activia?), in omaggio alle merci, e non a caso l’unica religione realmente operante è la religione del corpo (Berlusconi è solo uno dei suoi corifei). Cultura delle cose, osservò a suo tempo Simmel. Beh, forse ci siamo… ma fra quelle “cose” ci siamo noi. Fragili, inutili a tutto tranne che al mercato, destinati a morire (ingrassando le agenzie di pompe funebri) ma ad essere comunque sostituiti da nuovi consumatori.

Certo, non è possibile fondare, come fa Bauman, una zeitdiagnose, una diagnosi del (proprio) tempo, sul solo consumo, ma è anche vero che il consumo, più o meno compulsivo, è lo zenit ed il nadir di miliardi di persone. Attraverso le cose si riconoscono, dialogano, si stimano o si disistimano, attribuiscono ruoli e misurano il valore di una vita (quella di Prince o di lady Diana valeva, in termini finanziari ed emotivi, molto di più di quella di milioni di africani o pakistani).  Fenomeni di superficie? Forse, ma non vanno ignorati. Come non va ignorato che, dopo l’11 settembre, l’appello di Bush fu (più o meno): facciamogliela vedere, continuiamo a consumare come e più di prima…

Al di là del consumo, c’è la chiusura di qualsiasi prospettiva, e la fine di qualsiasi promessa che non riguardi, in qualche modo, il passare alla cassa. Se Roma aveva promesso l’impero e la pace universale, se il cristianesimo trionfante aveva promesso il regno di Dio, se la borghesia aveva promesso un avvenire radioso su questa terra mercè il lavoro (altrui, si potrebbe ironizzare), la superclass non promette nulla. O, se vogliamo, promette un televisore 3D da sessanta pollici e poi da ottanta, un nuovo ipad o ipod (per assicurarsi il quale si possono fare tre notti di fila davanti a Wall-Mart), un viaggio alle Maldive ad un prezzo sempre più stracciato… Basta? Ad alcuni no, ma (a parte disagi individuali buoni per uno psicanalista) sembra che a molti sia sufficiente. In Italia, i periodici più diffusi sono Sorrisi e canzoni TV e Chi, le trasmissioni  più seguite sono il calcio, il grande fratello e l’isola dei famosi (e Santoro? Dirà qualcuno. Certamente, nella misura in cui fa spettacolo…, tuttavia su questo non sputerei, o forse solo un po’), e quanto all’Afghanistan la grande maggioranza non sa neppure dove si trova (né sente il bisogno di saperlo).

Attenzione, non si tratta di condannare nessuno. Un individuo è, in larga parte, il prodotto del suo tempo, e da questo punto di vista non è più colpevole di una spugna, almeno nella misura in cui non è in grado di influire sul proprio contesto (colpevole è chi ha potere e responsabilità, a diversi livelli).  Tutto sommato voglio bene ai miei studenti (mi riferisco in particolare alle ragazze dei corsi di Servizio Sociale). Innocenti come all’alba del mondo (piccoli opportunismi a parte), del tutto ignari del passato e privi di futuro, ignoranti (mediamente) come talpe (cos’hanno fatto per 13 anni sui banchi di scuola?), e tuttavia a loro modo abbastanza generosi, disponibili, non di rado addirittura curiosi. E’ il loro orizzonte ad essere terribilmente ristretto: papà, mamma, il mio ragazzo, Vasco (al meglio), la capatina da Zara, la discoteca… Tutto qui, purtroppo, ed è perché non sia tutto qui che vale la pena di fare qualcosa.

 

Comunismo

 

E’ stata la sfida del Novecento, forse perduta in anticipo quando la prima Ford T, confidenzialmente Tin Lizzie, uscì dalle catene di montaggio (1907). In ogni caso è stata condotta nelle condizioni peggiori (mi riferisco, qui, solo all’URSS). Un paese semifeudale, una devastante guerra civile invece della pace, la NEP, poi una feroce dittatura, travestita da socialismo, che travolse amici e nemici. E poi ancora: un regime burocratico immobilista, la crisi senza sbocchi dell’economia pianificata, Gorbaciov, Eltzin e il ritorno alla normalità capitalistica. Qualche momento di gloria (Stalingrado, la bandiera rossa sul Reichstag, Gagarin), ma alla fin fine… Che avessero ragione, almeno in parte, i bistrattati menscevichi?

Naturalmente il comunismo occidentale è stato un’altra cosa, ideologia a parte. In Italia in particolare, dopo il 1945 ha scelto (forse obbligatoriamente, ma non ne sono sicuro) di trasformarsi in dignitosa socialdemocrazia. Dozza, Di Vittorio o Li Causi mi paiono storicamente più significativi (non significa che li ami più di tanto, ma li capisco) del folklore stalinista. Purtroppo suo unico lascito, alla fine, sono state le cooperative “rosse” (ormai compiutamente capitalistiche) e la degenerata progenie dei Fassino e dei D’alema.

Nell’insieme una triste parabola costata in URSS e non solo, gli ex tendono quasi sempre a trascurarlo e/o a giustificarlo, milioni di vittime, in maggioranza comunisti etichettati come “nemici del popolo”. Una parabola che ha reso oggi impronunciabile la stessa parola, nonostante la firma di Terracini sotto la costituzione italiana. Il potere capitalistico ci ha inzuppato il pane come meglio non poteva, ma il vino le è stato servito in un calice d’argento.

Non è tutto qui – le schematizzazioni hanno sempre un che di forzato – ma il risultato finale è sotto gli occhi di tutti. Dopo una simile tragedia, per molto tempo nessuna alternativa pensabile potrà fregiarsi di questo nome.

Eppure un’alternativa è necessaria, perché il capitalismo, lasciato a se stesso e ubriaco del proprio incontestato potere, non è a sua volta accettabile. Non è accettabile un ordine sociale che sta riducendo la Terra ad un pianeta-mercato abitato da torme di alienati (in senso marxiano certamente, ma forse anche in senso clinico – basti pensare al perpetuo boom di tranquillanti, euforizzanti, anabolizzanti… negli USA li somministrano anche ai bambini troppo vivaci!) appiccicati come mosche ad uno schermo (ormai di schermi sono invase anche strade, stazioni ferroviarie e metropolitane – a quando le toilette pubbliche e private? – e tutti vomitano pubblicità). Esagero? Per fortuna sì, ma non tanto.

Non è accettabile un sistema sociale che giudica le persone sulla base del gonfiore del loro portafoglio e (vale per le donne) del volume dei loro seni, che riduce (Debord) la società ad un spettacolo di perline di plastica e guitti osannati come dei, che ignora tutto di se stessa e che invita, ossessivamente, a non guardare al là del proprio naso (e del proprio desiderio).

Non lo è per ragioni morali… Toh… mi riscopro un po’ kantiano, ma credo dovremmo riscoprire questa parola e ricordarci dell’Ulisse dantesco (fatti non foste a viver come bruti…).  Senza un’etica rispetto alla quale mantenersi coerenti non si va da nessuna parte, e si rischia di dar ragione a quel (grande) reazionario che fu Dostojevskij. Non posso dire che “senza Dio tutto è possibile” (sono ateo, e peraltro il buon Fjodor dimenticava che anche con Dio tutto è possibile – cfr. inquisizioni e cacce alle streghe) ma credo di poter dire che senza un’etica qualsiasi limite è valicabile, e chiunque non la pensi esattamente come me può essere legittimamente, e con tranquilla coscienza, eliminato fisicamente (e anche se la pensa come me).

A proposito di etica, non è accettabile che, dopo le alluvioni in Pakistan, la stampa italiana si sia occupata ossessivamente dell’UNICO italiano presente in loco, pressoché ignorando la sorte di centinaia di migliaia di persone dalla pelle un po’ più scura e dal portafoglio sgonfio. Sono temi che una opposizione sistemica dovrebbe rilevare.

Naturalmente, il possesso di un’etica non è sufficiente, occorre una teoria della società, e su questo piano, dopo le tragedie del Novecento (per carità non confondetemi con  Revelli, c’è stato anche dell’altro, e molto, nel Novecento!) siamo spaventosamente carenti. Ci tornerò nel prossimo paragrafo.

A proposito di comunismo, non condivido affatto le posizioni di Losurdo su Stalin. Sono un sostenitore della comparazione, ma non trovo corretto giustificare quanto accadde in URSS sulla base dell’assunto secondo in quale, in fatto di crimini, neppure l’altra parte (capitalisti, colonialisti, Roosevelt, Churchill, per non parlare di Hitler…) scherzava. Troppo facile, e fuorviante. In Monsieur Verdoux, Chaplin, che impersonava il protagonista, adottava appunto questa tecnica: è vero, lui, Verdoux, aveva ingannato e ucciso parecchie ricche vedove per impadronirsi delle loro sostanze, ma con la sua famiglia “vera” era stato un marito e un padre amoroso (l’aveva fatto per loro, del resto); in ogni caso coloro che lo condannavano erano più colpevoli di lui. Non funziona. Un individuo, o un gruppo di individui, è certamente il prodotto di un contesto, come già osservato a proposito dei miei studenti, ma la responsabilità dei propri atti è, alla fine, individuale o di gruppo. Affermare che “gli altri” sono come me, o peggio di me, nella migliore delle ipotesi mi equipara a loro e comunque non mi assolve. Perché esiste un limite etico: in fondo, Verdoux poteva usare le sue arti per appropriarsi di una parte del patrimonio delle suddette vedove e scomparire lasciandole in vita.

Detto questo, credo che il comunismo novecentesco sia morto, in realtà, verso gli anni Trenta, quando fu chiaro che le tre ipotesi sulle quali si era fondato l’Ottobre (una rivoluzione almeno in Germania, la capacità della “cuoca” di dirigere lo stato socialista e l’alleanza operai-contadini) erano drammaticamente naufragate (ma non era prevedibile? Una rivoluzione nelle città contro la proprietà accoppiata ad una rivoluzione, nelle campagne, per la proprietà…). Il resto è la storia della costruzione di una grande potenza (da questo punto di vista Stalin fu certamente uno statista di assoluto rilievo, una specie di Bismarck, ma nulla a che fare col comunismo marxiano, e neppure platonico, mooriano o campanelliano…), uno dei cui strumenti fu l’instaurazione di una religione. Secolare, ma non per questo meno religione (un Messia: Marx-Cristo; un Fondatore: Lenin-Paolo di Tarso; un Successore: Sua Santità Josip Stalin; un grande eretico; Trockij-Lutero; una Scrittura: il Breve corso; Il Kremlino-Vaticano; i propri santi e i propri martiri). Si dà il caso che, invece, Marx fosse un figlio, ribelle quanto si vuole, dell’Illuminismo…

Ora: il comunismo – qualsiasi nome possa assumere – non dovrà essere più una religione, ma la soluzione razionale e condivisa (non dalla global class e dai suoi scagnozzi, ovviamente) ad un crisi sistemica che, almeno a mio parere, si approssima. Una soluzione tuttavia non ha bisogno solo di un’etica, ma, appunto, di una teoria, di un’astrazione determinata che permetta di ragionare, insieme, sull’esistente e sul possibile.  

 

 

Teoria 

 

La sociologia classica (Marx, Weber, Durkheim, Simmel, Tonnies…) presenta molti limiti (che trascurerò in questa sede), ma ci ha lasciato le coordinate della modernità industriale/capitalistica entro le quali comunque ci siamo mossi. Non basta più, se non altro perchè la loro “analisi di classe” (ci sono, fra costoro, assai più assonanze di quanto non intenda la vulgata) è irrimediabilmente desueta.

Non esiste più una borghesia industriale, dotata di una propria Weltanschauung, degna di questo nome, anche se esistono ancora qua e là capitalisti industriali. Non esiste più la classe operaia (e la sua Weltanschauung solidaristica), anche se, naturalmente, esistono più lavoratori manuali di quanto generalmente non si creda. Non esiste più neppure una piccola borghesia: quella che andava in chiesa (anche se non di rado i padri frequentavano clandestinamente le cocotte), rivoltava i cappotti dei fratelli maggiori, ricamava e sferruzzava, produceva conserve, che metteva le figlie alla tastiera  del pianoforte, che aveva fatto della frugalità e del bon ton la propria bandiera sottraendosi così, almeno in parte, al mercato capitalistico (con quella piccola borghesia, interi bancali di supermarket scomparirebbero…).

Non esistono più, eppure il capitalismo trionfa. Dove sta il problema?

A mio avviso, l’appunto va soprattutto a Marx. Aveva correttamente intuito che il capitalismo è una logica di comportamento che contiene una promessa rivolta all’individuo, una promessa più potente di qualsiasi promessa religiosa: puoi essere felice, o più felice, non domani nell’aldilà, ma qui e ora (l’aveva già colto Shakespeare, che Marx, opportunamente, cita nei Manoscritti); basta accumulare denaro, preferibilmente per accumularne ulteriormente e ascendere sempre più nella scala sociale. Naturalmente, non c’è limite: qualsiasi somma tu possieda e moltiplichi è sempre relativamente poco. Si può avere di più. E’ la logica, finalmente dispiegata con la global class, secondo la quale una qualsiasi speculazione, un qualsiasi bonus, di qualsiasi entità, non è comunque sufficiente (naturalmente, ciò significa l’abbandono dell’etica borghese, sia stata o meno di matrice protestante/settaria). Quanto ai costi, individuali e sociali, peggio per chi li subisce. (tanto, non può farci nulla).

Il punto è proprio questo: la logica capitalistica, nelle sua fase industriale, ha avuto certamente bisogno della vecchia borghesia proprietaria (il “padrone delle ferriere”, “Germinal”, “I Buddenbrook”…) che a sua volta ha evocato il proletariato come classe. Ma, qui l’equivoco marxiano e della sociologia classica, ciò che è stato storicamente necessario al sostegno di una tale logica, non lo è, per così dire, “ontologicamente”. Complice la rivoluzione tecnologica, il capitalismo ha superato la fase industriale e non ha più avuto bisogno di una borghesia, il cui atto di morte era stato con preveggenza steso ancora negli anni Quaranta del secolo scorso dai vari Rizzi (in polemica con Trockij), Burnham (un plagiario dello stesso Rizzi?) e su su fino a Galbraith… quando avevano rilevato il potente processo di separazione della proprietà dal controllo (a ripensarci, prima ne aveva discusso a suo modo anche Lenin ne L’imperialismo…). Con la borghesia, fra gli anni Sessanta e gli Ottanta, muore il proletariato e la strutturazione di classe che aveva dato vita alla “questione sociale” e al movimento operaio (Touraine, Gorz, Wewiorka…).

La fine del proletariato e delle sue organizzazioni lascia la società del tutto indifesa di fronte al mercato e alle sue suggestioni. Con riferimento a Polanyi, la reciprocità (voglio qui ignorare l’ambigua posizione delle ONG e del “volontariato” tramite il quale si può tranquillamente arricchirsi – cfr. FAO, UNICEF, Comunione e liberazione…) e la redistribuzione cedono le armi di fronte allo scambio, le diseguaglianze divengono abissali senza che, in mancanza di alternative credibili, la società esprima una qualsiasi opposizione. D’altra parte, libertà privata e suggestioni della tecnologia applicata ai beni di consumo sono una forza assai potente: allontanano fatica e sofferenza, offrono mobilità territoriale, giovinezza, varietà, colori (qui Simmel aveva in parte  torto), spettacolo… nulla di strano se la “marmellata” sociale della società individualistica di massa ne sia sedotta, soprattutto nelle sue componenti giovanili (ma quando finisce la giovinezza?).

Così, il mercato penetra nelle fibre più intime del tessuto sociale, calciatori e veline divengono punto di riferimento, Shakespeare non è più rappresentabile (chi lo capirebbe?) e Thomas Mann non è più leggibile (idem), la lingua italiana viene sostituita da uno smozzicato angloromanesco buono, al massimo, per un messaggino SMS, memoria e responsabilità si perdono nel nulla, il tempo si frantuma in un infinito presente senza senso e senza scopo. La società balla al ritmo della merce, secondo il quale un prodotto non deve essere consumato ma sostituito nel più breve tempo possibile perché, sai, c’è di meglio… La flessibilità (Sennet) non riguarda solo il lavoro, ma l’intero ambito della vita quotidiana e coinvolge, nel profondo, le identità.

Se un compito si prospetta per gli intellettuali critici, è quello della ricostruzione di una teoria sostenibile che consenta di leggere una società che, al di là di tutto, soffre (qui aveva ragione Weber, e ha ancora più ragione oggi) di carenza di senso, e lo esprime in più modi (prepolitici, ma non per questo insignificanti). Su tali disagi si deve puntare, ma dopo un lavoro preliminare, appunto, di ricostruzione priva di pregiudizi (anche un Ortega y Gasset offre spunti interessanti…) ma al tempo stesso rigorosa.

Si tratta di ripercorrere le radici che dal passato portano al presente, e di poter leggere il presente in modo più preciso e argomentato di quanto non sia accaduto finora. In fondo, una teoria esiste, sia pure sepolta entro una massa di contributi che appaiono, presi uno per uno, insufficienti, ma spesso  contengono fili che aspettano solo di essere riannodati.   

 

Buenos Aires, settembre 2010

 

 

 

 

 

IL PUNTO. Note sulla fase attuale della modernità di Nino Salamoneultima modifica: 2010-09-07T16:08:00+02:00da derosse
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