Fenomeni storici di antagonismo nel mondo antico: La crisi romana del terzo secolo dopo Cristo

Dopo “Patres e Plebs, una lotta fra liberi” [parte seconda] continua la mia analisi dei fenomeni storici di antagonismo nelle società umane precapitalistiche, a partire dal mondo antico.

Il breve scritto che segue tratta della crisi romana del terzo secolo dopo Cristo, degli effetti sociali, politici ed economici che ha avuto, nonché dei limiti mostrati dal modo di produzione schiavistico dell’epoca e del suo inevitabile default.

Nessuno sviluppo può essere illimitato e le principali contraddizioni sistemiche sono inevitabilmente destinate ad esplodere.

In ciò può risiedere la speranza del cambiamento. 

 

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Fenomeni storici di antagonismo nel mondo antico

 

Parte terza: La crisi romana del terzo secolo dopo Cristo

I successivi due secoli, dall’avvento del primo imperatore Ottaviano Augusto, nel 23 a.C. [anche se per alcuni la data fatidica è il 30 a.C., l’anno che seguì quello della battaglia di Actium e della sconfitta di Antonio e Cleopatra], fino alla fine del secondo secolo dopo Cristo, hanno conosciuto il periodo migliore dell’impero, l’espansione economica ed urbana massima, un certo miglioramento delle condizioni di vita delle masse contadine e metropolitane, nonché la massima estensione territoriale.

Accanto allo sviluppo dei commerci e all’espansione urbana che assorbì un’enormità di risorse finanziarie, oltre a quelle agricole prodotte nelle campagne, in seguito alla costruzione di edifici pubblici, templi, fori, anfiteatri e costruzioni monumentali che non garantivano alcun “ritorno” concreto, importanti furono il ruolo e l’organizzazione dell’esercito, razionalizzati fin dai tempi di Augusto, nonché il trattamento economico riservato ai soldati, in continuo miglioramento nei due secoli di consolidamento ed espansione dell’entità imperiale.

Basso restò il livello dello sviluppo tecnologico, che altrimenti avrebbe consentito, se applicato in primo luogo all’agricoltura nel latifondo, di ridurre l’impiego del lavoro servile/ schiavile, ma ciò non avvenne perché non vi fu alcuno stimolo in tal senso, data l’ampia disponibilità di braccia che le conquiste territoriali e l’indebitamento non solvibile avevano garantito al sistema produttivo, fra la tarda repubblica e l’impero.

La stratificazione sociale acquistò maggior complessità, con una certa differenziazione anche all’interno degli strati inferiori [i cosiddetti humiliores], oltre che in quelli superiori [gli honestiores] in cui acquisivano maggior importanza, accanto alla immarcescibile aristocrazia senatoria, i cavalieri appartenenti all’ordine equestre, e ad un livello ancora inferiore i decurioni.

Accanto all’agricoltura e alla proprietà terriera acquistarono una maggior rilevanza i commerci e le attività artigianali, offrendo anche ai cives più umili nuove opportunità di arricchimento e di ascesa sociale, senza dimenticare le crescenti necessità di “quadri” espresse dalle mansioni amministrative imperiali e dal servizio militare, che potevano rappresentare altrettante occasioni di promozione sociale.

Se a qualcuno il periodo d’oro dell’impero romano è potuto sembrare addirittura idilliaco, sul piano sociale come su quello della stabilità del sistema di potere, la fase propriamente espansiva potrebbe essere limitata al periodo di tempo che va dall’ascesa al soglio di Ottaviano Augusto fino a Traiano, generale e figlio di generali, che agì sia sul piano economico, favorendo le classi medie, sia su quello a lui più congegnale delle conquiste manu militari [98 – 117 d.C.; massima espansione territoriale, fino all’occupazione temporanea della capitale persiana Ctesifonte, in Mesopotamia] o al più tardi fino ad Antonino il Pio, adottato dall’imperatore Adriano successore dello stesso Traiano, che riuscì a garantire una certa pace all’interno e ai confini, combatté il malgoverno provinciale e adottò una linea di tolleranza religiosa nei confronti dei culti “non ufficiali” [138 – 161 d.C.], perché già durante il regno del successore Marco Aurelio, il quale regnò con il fratello adottivo Lucio Vero associato al potere nella logica dei due augusti [161 – 180 d.C.], si verificarono alcuni “problemini” di un certo rilievo, per non dire di portata epocale.

Posto che tentativi di sfondamento del limes, da parte di popolazioni esterne, si erano già verificati in precedenza, la prima grande invasione barbarica si spinse fin nella Venetia e ad Aquileia, ed impegnò sia l’imperatore filosofo sia l’erario di Roma dal 165 al 175 d.C. nella difficile opera di reperire le risorse per la campagna militare contro gli invasori germani, fra i quali spiccavano Marcomanni e Quadi.

Questa situazione di emergenza prolungata comportò l’arruolando nell’esercito di ogni sorta di leve per rimpinguarne le file, dagli schiavi ai gladiatori, fino agli stessi barbari germanici, inaugurando la prassi, che si rivelò perniciosa qualche secolo dopo per le sorti dell’occidente, di far combattere i barbari contro altri barbari.

Inutile precisare che lo sforzo, coronato da temporaneo successo, costò molto alle casse dello stato romano e comportò un inasprimento della pressione fiscale, un aumento della massa monetaria in circolazione ed una conseguente perdita di potere d’acquisto della moneta, che colpì soprattutto gli strati sociali inferiori nelle loro quotidiane esigenze di vita.

Il figlio di Marco Aurelio, Commodo, stipulò in seguito una pace con i germanici, ma in quegli anni finì il mito dell’inviolabilità del Limes romano, generando problemi di difficile soluzione ai governanti e insicurezza nelle popolazioni, un po’ come è accaduto nel nostro tempo con lo choc dell’11 settembre 2001, e l’improvviso crollo delle torri-simbolo, che ha colpito gli americani.

Quanto precede impose il rafforzamento dell’esercito ed il potenziamento dell’apparato statale, che incontrarono fin dall’inizio l’ostilità del senato e di molti aristocratici, contrari al dirigismo e al dispostimo che si stavano insinuando a corte, nonché poco propensi a contribuire con i patrimoni privati alle crescenti spese d’apparato.

Se quella degli Antonini è ricordata dalla storiografia come la vera e propria”età aurea” dell’impero, per un certo equilibrio fra i gruppi sociali, l’adesione degli aristocratici all’universalismo imperiale, il compromesso di potere con il senato, una relativa pace e un benessere crescente, dopo la morte di Comodo avvenuta nel 192 d.C., alle soglie del fatidico terzo secolo, l’accresciuto potere dell’esercito scatenò la competizione per il trono, in cui si inserirono pretendenti militari acclamati dalle loro truppe dalla Gallia alla regione del Danubio, e fra questi, alla fine, emerse quale personalità più forte Settimio Severo [193 – 211 d.C.], comandante delle legioni sul limes danubiano e aspirante imperatore, che con il suo pontificato inaugurò l’”età del ferro”.

L’”età del ferro” inaugurata dai Severi segnò l’inizio dell’inarrestabile declino della civiltà romana, quanto meno in occidente, e fu caratterizzata dallo strapotere militare, dal passaggio da un principato che si reggeva sui compromessi fra i gruppi sociali e sulle vecchie istituzioni repubblicane ad una nuova forma di dispotismo, il cosiddetto dominato, dall’aumento di una burocrazia pubblica tendenzialmente oppressiva e dalla pressione fiscale crescente, dalle difficoltà economiche ormai “strutturali” e dall’impoverimento generalizzato della popolazione, eccezion fatta per i molto ricchi, cioè i latifondisti.

Non si deve poi dimenticare che agli esordi del terzo secolo, nel 212 d.C., vi fu la concessione della cittadinanza e del conseguente status a tutti i liberi residenti nell’impero, fino alle più remote province, per opera di Marco Aurelio Antonino detto Caracalla, che promulgò la Constitutio antoniniana de civitate.

L’evento, da taluni interpretato come positivo ed emancipante, va visto nei termini di una mera estensione formale dei diritti e delle prerogative sul piano giuridico a tutti i liberi [gli schiavi erano naturalmente esclusi a priori da questi “bonus”], che però, non eliminando le crescenti disuguaglianze sostanziali all’interno della società, fece perdere valore e significato allo status di cives romano, in particolare agli occhi di coloro che godevano già della cittadinanza e avrebbero dovuto rappresentare i principali difensori dell’impero, la sua irrinunciabile ossatura.

Come rilevano gli storici più accorti, la crisi romana del III secolo è stata una crisi dalla genesi complessa, in cui non un solo fattore scatenante, ma un concorso di cause di diversa natura, interne ed esterne, economiche e politiche, hanno agito congiuntamente e si sono variamente intersecate determinando fatalmente la débâcle sistemica.

L’incubazione della crisi è stata di lungo periodo nella compagine imperiale, fin dai tempi del cosiddetto periodo d’oro antoniniano, anche se in quel periodo dominarono una certa stabilità politica ed una relativa pace.

Si cercherà di seguito di elencare sinteticamente le cause della crisi del terzo secolo, dividendole in fattori endogeni – quelli più rilevanti, a parere dello scrivente, che hanno reso possibili gli stessi sfondamenti barbarici ai confini – e fattori esterni.

 

Fattori interni di crisi:

 

1) L’esaurimento progressivo dei “giacimenti” di braccia per il lavoro schiavo, e più in generale delle risorse, come effetto del raggiungimento della massima espansione territoriale e demografica dell’impero.

L’espansione in Mesopotamia, con la temporanea occupazione della sua parte settentrionale, rivelò ad oriente il limite della penetrazione romana, che non poteva spingersi troppo lontano dall’area mediterranea per problemi logistici all’epoca irrisolvibili.

Occupata l’Africa settentrionale, dalla Mauretania all’Egitto, si constatò che a sud si estendevano deserti insidiosi, avari di risorse e scarsamente popolati.

Ad occidente il limite invalicabile fu rappresentato dall’estensione dell’oceano Atlantico, mentre in Europa centro-orientale il confine fortificato fra il Reno e il Danubio avrebbe dovuto tenere a freno le ondate barbariche.

Nel nord dell’Europa, infine, una serie di valli avrebbe dovuto contenere gli scoti.

La crescente scarsità di lavoranti a basso costo e privi di diritti, in assenza di una rapida evoluzione delle tecniche agrarie, e più in generale, della tecnologia che avrebbe consentito le prime macchine in sostituzione del lavoro umano, colpì soprattutto i piccoli e medi poderi, quelli della “middle class” dell’epoca – sulla quale l’intero impianto di potere fin dai tempi del principato, in realtà, si reggeva – e molto meno il latifundium dei grandi proprietari acquisitori di piccole proprietà, che per ovviare alla scarsità di braccia introdussero forme primigenie di affitto della terra posseduta fin dal II secolo a.C., le quali, dopo la fine dell’impero in occidente, informarono il sistema del colonato medioevale.

Si trattò, in buona sostanza, del graduale passaggio, imposto dall’entrata in crisi del sistema economico schiavistico dell’epoca, dalla schiavitù della villa a forme di servitù inizialmente temporanee, ma sempre più spesso a tempo indeterminato, che di fatto resero schiavi anche i liberi in difficoltà economica, legando i loro destini a quelli delle grandi proprietà.

Si può affermare che aumentando il “gap” fra le esigenze di una società evoluta – dotata di grandi eserciti, di capillare burocrazia, di città di dimensioni considerevoli, di un tenore di vita elevato, quanto meno per i liberi di alto profilo sociale – e le possibilità di crescita produttiva limitate dal quasi esclusivo ricorso all’energia e al lavoro umano, la principale contraddizione del sistema schiavistico si è mostrata in piena luce, dispiegando i suoi effetti mortiferi, non appena si è significativamente e stabilmente ridotto il flusso di braccia a basso costo.

Ciò è accaduto non certo in seguito ad una generale sollevazione della classe non riconosciuta degli schiavi, che non aveva né la forza né la volontà necessarie per rivoltarsi in massa contro l’ordine costituito, destabilizzandolo opportunamente [i tempi di Spartaco erano ormai lontani], ma in seguito ad una spaventosa crisi economica che ha assunto i caratteri, per il contemporaneo agire dei fattori esterni, di una crisi generale mai più veramente superata.

 

2) Le grandi difficoltà nei settori commerciali e artigianali, forse peggiori di quelle che hanno investito l’importante settore primario.

In seguito alla crisi totale della società romana, all’aumentata pressione fiscale, alla diminuzione della disponibilità di schiavi, nonché per il diffondersi di epidemie fra la popolazione, emerse tutta la debolezza strutturale dell’economia urbana, in ultima analisi anch’essa dipendente, nel periodo dell’espansione e dello “splendore”, dal lavoro coatto e dalle conquiste territoriali.

In precedenza si è accennato alle ingenti spese effettuate per opere pubbliche improduttive e alla necessità di distribuzioni di risorse ad un “popolume” reso inoperoso, al fine di tenerlo buono, che alla lunga influirono negativamente sulla produzione nel territorio cittadino, ed in effetti nel declino del commercio e delle attività artigianali ebbero rilievo anche queste ragioni.

I traffici commerciali, essenziali per lo sviluppo delle attività mercantili e delle produzioni artigianali, subirono una drastica riduzione per effetto delle invasioni e dell’instabilità interna.

Per quanto riguarda gli effetti sociali, il declino delle predette attività colpì particolarmente ampie fasce delle “classi medie” del tempo, sia dal punto di vista materiale sia dal punto di vista delle aspettative future.

Persino inutile precisare che le conseguenze furono rilevanti, se non drammatiche, anche sugli strati inferiori della popolazione urbana.

 

3) La svalutazione del potere d’acquisto della moneta, i fenomeni inflazionistici virulenti e la crisi dell’economia monetaria.

La zecca romana fu costretta a lavorare a spron battuto, per far fronte alla necessità di moneta che le ingenti spese in tempo di crisi economica, politica e militare comportavano.

Fatto salvo l’esercito, ormai vera ossatura dell’impero, che godeva di un ottimo trattamento economico con incrementi continui di paga, e naturalmente escludendo i grandi possidenti che disponevano di ingenti mezzi, l’impatto del fenomeno inflattivo sul “tenore di vita” del resto della popolazione fu devastante.

Si arrivò al punto, prima delle riforme di Diocleziano attuate alla fine del terzo secolo, che l’apparato statuale fu costretto a richiedere i tributi in natura.

Questo aspetto socialmente devastante della crisi deve esser visto congiuntamente con i punti 1 e 2, in quanto non è che un ulteriore effetto, all’interno di un sistema economico relativamente complesso e articolato, dell’esplodere della principale contraddizione del modo di produzione schiavistico, messo in ginocchio dalla progressiva riduzione del numero di schiavi disponibili per la produzione.

 

4) La diffusione di grandi epidemie e i riflessi demografici negativi della crisi.

Come conseguenza del regresso dopo il raggiungimento della dimensione massima dell’impero, peggiorarono le condizioni di sicurezza e sanitarie delle popolazioni e si manifestò una svolta demografica di lungo periodo.

Ne risentirono sia le città sia le campagne, investite dalla crisi, dalla minaccia di invasioni e sconvolte da una grande epidemia di peste, che infuriò nel ventennio compreso fra il 250 ed il 270 d.C., riducendo drasticamente la popolazione dell’impero di circa un terzo.

Apparvero le città fortificate, cinte da mura, di più piccole dimensioni rispetto ai grandi centri dell’epoca del principato augusteo, che offrivano una miglior protezione dalla minaccia esterna e che ebbero una certa diffusione nei secoli dell’Evo Medio.

Lo spopolamento delle città, in particolare, rappresentò l’ulteriore segnale di un’intima fragilità e delle debolezze strutturali dell’economia urbana nel mondo antico schiavista.

 

5) Le trasformazioni profonde e irreversibili nella strutturazione della società romana del tempo e la conseguente conflittualità fra i gruppi sociali, da porre in stretta relazione con i punti precedenti e con gli importanti fattori esogeni di crisi, di seguito elencati.

La burocratizzazione, la centralizzazione e la militarizzazione che difficoltà economiche e invasioni barbariche comportarono scontentarono sia la vecchia “classe dirigente” – a partire dall’aristocrazia senatoria che rimase ricca e facoltosa, grazie all’estensione del latifondo, ma che perse buona parte del suo potere politico – sia una larga parte degli strati sociali inferiori, dai cavalieri di profilo più basso e dai decurioni non ben inseriti nell’organizzazione statuale, ma costretti a contribuire alla spesa pubblica in espansione, fino ai semplici lavoratori liberi e ai nullatenenti.

In particolare, si ruppe quel solido legame fra la ricchezza posseduta e il potere politico che aveva informato la società romana dell’epoca precedente, perché si affacciarono alla ribalta della storia generali e imperatori militari di umili origini, come Massimino il Trace nel breve regno fra il 235 e il 236 d.C, mentre divennero più rari non solo i generali ma anche gli imperatori designati da un senato progressivamente ridotto nelle competenze e nelle funzioni di governo fin dal regno di Caracalla [ed in particolare sotto i  Severi], e sempre più spesso sostituito dal consilium imperiale.

A livelli più bassi della gerarchia, crebbe la rilevanza dei militari a scapito dei civili e fecero carriera nella burocrazia dell’”età del ferro” elementi che non avevano frequentavano la “high street” senatoria, o i “salotti buoni” del tempo.

Non si trattò di una promozione sociale offerta a soggetti di bassa estrazione ma capaci, e di una sorta di punizione per le vecchie élite rammollite dal lusso e dal privilegio, non più adatte a difendere efficacemente i sacri confini e a guidare il popolo, ma di un’esigenza imprescindibile di ristrutturazione dello stato, nel passaggio dal principato al nuovo dispotismo imperiale, nata proprio dall’azione congiunta dei fattori interni di crisi di cui ai punti precedenti – dallo scrivente considerati i più importanti – e dei fattori esterni ai quali si farà in seguito un breve cenno.

Infatti, fu la sopravvenuta “incapacità di sviluppare le forze produttive” che rivelò il modo di produzione schiavistico non appena diminuirono considerevolmente gli apporto del lavoro coatto, ad imporre questa ristrutturazione centralizzante, militarizzante e burocratizzante, sconvolgendo l’ordine sociale precedente.

Anche il periodo detto dell’”anarchia militare”, ossia il cinquantennio che va dal 235, anno della morte violenta di Alessandro Severo, al 284 d.C., è frutto della mala pianta rappresentata dalla diffusione del lavoro schiavo per la produzione delle basi materiali della vita associata.

In questo periodo, che inizia con Massimo il Trace e si conclude con l’avvento del riformatore Diocleziano, appaiono chiare sia la parabola discendente del senato – e assieme a lui della vecchia concezione augustea di un impero certamente oligarchico, che però che favoriva la collaborazione fra le classi e si reggeva sulle vecchie istituzioni repubblicane – sia l’inarrestabile ascesa dei militari.

I comandanti militari, i loro “quadri” e le loro truppe ebbero voce in capitolo nella nomina degli imperatori, acclamati dalle legioni ma non certo dal senato, occuparono le cariche pubbliche a scapito dei nobili e dei tradizionali membri dell’ordine equestre, decisero le guerre in funzione dei loro interessi economici e di potere, ma d’altro canto non dimostrarono coesione, poiché si combatterono vicendevolmente dando un contributo rilevante alle spinte separatiste delle grandi regioni, con la conseguente frantumazione su base regionalistica, e più in generale alla destabilizzazione dell’impero e della società romana.

Durante questa lunga crisi “globale”, che iniziò prima dell’”anarchia militare” ma che in quel cinquantennio raggiunse il suo apice, si manifestarono fratture e conflittualità fra i vecchi dominanti in discesa [aristocratici, senato, grandi proprietari, eccetera] e i nuovi dominanti in ascesa ben inseriti nel dominato [nuovi cavalieri, generali, militari di rango inferiore, membri della burocrazia imperiale], nonché fra gli strati sociali inferiori e quelli superiori.

Si verificarono torbidi, sollevazioni popolari, uccisioni, conflitti incrociati fra i gruppi sociali, alleanze temporanee fra l’aristocrazia senatoria perdente e i subalterni vessati contro le strutture di potere e di oppressione statuali, a testimonianza del fatto che la società romana rischiava di implodere in tempi ancor più rapidi di quelli che poi la storia avrebbe effettivamente richiesto, quanto meno per la parte occidentale dell’impero [476 d.C., fine formale e deposizione di Romolo Augusto da parte del capo barbarico Odoacre].

 

 

 

Fattori esogeni di crisi:

 

A) Le invasioni barbariche e la sopraggiunta permeabilità del limes romano, che qualcuno ha persino paragonato ad un’antica “linea Maginot” mobile, in quanto si “spostava” secondo le esigenze di difesa del momento, lunga più di cinquecento chilometri nel vitale settore compreso fra il Danubio e il Reno.

Vivo rimase il ricordo delle incursioni dei Marcomanni e dei Quadi nel nord della penisola durante il regno di Marco Aurelio, e come si è già scritto in precedenza, oltre all’azione negativa dei fattori psicologici di insicurezza diffusa, elevate furono le spese per la difesa dei confini, proprio in un periodo di progressiva diminuzione delle risorse disponibili.

Le campagne militari contro i germanici continuarono nel terzo secolo dopo Cristo, tanto che Alessandro Severo, la cui morte secondo gli storici segnò l’avvio del lungo periodo dell’”anarchia militare” e l’avvento del generale Massimino, fu ucciso dai soldati durante una campagna contro gli Alemanni, mentre nel 250 e nel 251 d.C. i Goti riuscirono a sconfiggere l’esercito romano in due battaglie, e nell’ultima ad uccidere l’imperatore Traiano Decio.

Una svolta significativa a favore di Roma si ebbe dopo un paio di tormentati decenni, nel 268 d.C., con la sconfitta dei Goti da parte di Claudio il Gotico. Qualche anno dopo, Aureliano riuscirà ad avere ragione dei bellicosi Alemanni e a ristabilire temporaneamente la situazione.

Nella crescente pressione delle popolazioni esterne ai confini dell’impero, ebbero un indubbio peso fattori di cambiamento propriamente esogeni, di natura politica, economica e demografica, intervenuti nella società germanica di allora ed indipendenti dalla crisi interna romana.

 

B) La minaccia rappresentata dall’impero persiano in oriente.

Posto che la pressione militare della Persia dei Sassanidi si fece sentire per gran parte del secolo, le alterne sorti del confronto fra i due imperi non consentirono ai romani di abbassare la guardia, dedicandosi interamente all’altra minaccia esterna.

Questo lungo confronto fra entità imperiali conobbe di certo momenti di pace, ma i momenti di guerra furono particolarmente dispendiosi e insidiosi, per i romani che combattevano nel pieno della crisi.

Se nel 243 d.C. Giordano III ebbe la meglio sui Persiani, nel 260 Shapur I riuscì a sconfiggere le legioni e catturare l’imperatore Valeriano, che morì durante la prigionia per l’impossibilità economica di reclutare nuove truppe e liberarlo.

 

La cosiddetta crisi del terzo secolo ha messo in luce i limiti intrinseci del modo di produzione schiavista, ed ha avuto origine dal suo inevitabile default, non appena si ridussero in modo significativo i “rifornimenti” di schiavi e di altre vitali risorse, dovuti essenzialmente alle conquiste territoriali e all’indebitamento moroso.

L’economia delle campagne, quella urbana e quella monetaria, i traffici commerciali, le attività minerarie e quelle artigianali, erano in buona misura dipendenti, direttamente o indirettamente, dagli afflussi di braccia per il lavoro schiavo e dall’acquisizione del “bottino” dovuto all’espansione territoriale, frutto di una logica predatoria di espropriazione precapitalistica che informava le entità statuali del mondo antico,

Fintanto che tali afflussi sono stati garantiti – cioè fino al momento del raggiungimento della massima estensione territoriale e demografica, nonché dell’apice della potenza militare – l’intera società romana è cresciuta di pari passo con la diffusione dello schiavismo, quale modo di produzione principale dell’epoca, e a questo proposito non possiamo che richiamare alla memoria la teoria marxiana strutturalista dei modi di produzione e l’analisi storica di Karl Marx, che volgendo lo sguardo al passato conservano tuttora una sostanziale validità.

La società romana, nei secoli che dividono la tarda repubblica dall’avvento dell’impero e durante il periodo bisecolare di consolidamento e affermazione dello stesso, dalla vitale area mediterranea al nord Europa, dai Balcani all’Asia, ha registrato significativi e continui progressi da un punto di vista culturale, con lo sviluppo dell’elaborazione giuridica e istituzionale, della storia e dell’annalistica, della poesia e della letteratura, delle arti figurative e del teatro.

Ciò ha comportato la crescita delle aspirazioni, dei desideri e delle aspettative di dominanti e liberi, nonché una conseguente crescita da un punto di vista materiale – basata sostanzialmente sul lavoro umano coatto – che ha investito in buona misura le città, i commerci, le produzioni artigianali ed ha richiesto l’estensione delle produzioni agricole.

Le soggettività e le classi dominate del mondo antico, pur considerando il relativo impatto destabilizzante delle tre guerre schiavili del primo secolo avanti Cristo e gli effetti delle “secessioni” plebee nel periodo repubblicano, si sono dimostrate incapaci di sovvertire l’ordine costituito e non hanno rappresentato, se non ad un livello puramente embrionale ai tempi di Spartaco, dei veri soggetti rivoluzionari.

Accanto alla classe subalterna e riconosciuta della plebe, in parte trasformatasi nel “popolume” urbano inoccupato a partire dal II secolo a.C., che il potere imboniva attraverso distribuzioni di cibo e giochi imperiali, ed in parte emancipatasi in qualità di decurioni e cavalieri costituenti la “middle class” del tempo, fu sempre presente la numerosa classe degli “invisibili”, cioè quella degli schiavi, che avrebbe potuto rappresentare il motore del cambiamento storico mettendo in discussione quello che fu il vero fondamento del sistema, ossia il modo di produzione schiavistico, ma che dimostrò di non avere né la forza né la volontà necessarie per giocare un simile ruolo.

Perciò le rivolte servili e le secessioni plebee non poterono rappresentare veri e propri momenti rivoluzionari, nei conflitti verticali interni all’ordine sociale vigente, ma costituirono l’equivalente degli eventi insurrezionali contemporanei, per quanto riguardò nello specifico le sollevazioni di schiavi, e mostrarono lineamenti “socialdemocratico-riformisti” [si passi l’espressione], per quel che attenne agli “scioperi aventiniani” dei cives plebei, che miravano ad acquisire risultati più modesti del sovvertimento sistemico, quali un maggior potere politico all’interno delle istituzioni esistenti ed una più equa distribuzione delle risorse.

 

 

 

Fenomeni storici di antagonismo nel mondo antico: La crisi romana del terzo secolo dopo Cristoultima modifica: 2010-08-26T15:36:00+02:00da derosse
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