Fenomeni storici di antagonismo nel mondo antico: Patres e Plebs, una lotta fra liberi

Riprendo a postare, dopo la breve pausa agostana.

 

 

Dopo “Greci, Romani e schiavi e in rivolta” [parte prima] continua la mia analisi dei fenomeni storici di antagonismo nelle società umane precapitalistiche, a partire dal mondo antico.

Il breve scritto che segue tratta del confronto di classe fra patrizi e plebei nella Roma repubblicana e degli effetti che ha avuto – almeno a parere dello scrivente –  sugli assetti politici, economici e sociali della società romana di allora.

 

 

Fra qualche giorno posterò la parte terza, dedicata alla decisiva crisi romana del terzo secolo dopo Cristo, dopo il periodo espansivo imperiale, e all’esplosione finale delle contraddizioni del modo di produzione schiavista classico.

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Fenomeni storici di antagonismo nel mondo antico

 

 

Parte seconda: Patres e Plebs, una lotta fra liberi

Se la contraddizione principale del mondo antico originò, a parere dello scrivente, da un basso livello tecnologico a fronte dell’elevato livello di elaborazione culturale raggiunto, e portò alla diffusione e all’affermazione dello schiavismo come modo di produzione prevalente, allora la contraddizione prima sul piano sociale non poté che essere rappresentata dalla contrapposizione fra i padroni e gli schiavi, ed in particolare fra le élite dominanti del tempo [la gerontocrazia espressa dagli spartiati nella polis oligarchica, le élite della polis democratica, l’aristocrazia senatoria grande-proprietaria romana] e le masse di schiavi sottomessi [ivi comprese le condizioni servili ilotiche assimilabili alla schiavitù], conferendo un particolare significato alle cosiddette guerre schiavili quali principali conflitti verticali nell’ordine sociale del tempo.

La numerosa classe degli “invisibili” senza diritti, che si voleva muta e del tutto incosciente nella società antica ma che talora e d’improvviso si rivelava antagonista, come si può osservare in occasione delle tre guerre schiavili ed in modo particolare nell’ultima, nell’epoca del dominio di Roma giunse ad avere un peso numerico rilevante, stimato da certe fonti fino ad oltre un terzo della popolazione complessiva soggetta al potere dell’Urbe.

Ci fu persino la proposta di assegnare agli schiavi una divisa, che li distinguesse dai liberi, ma tale proposta fu cassata per il pericolo che gli schiavi potessero facilmente riconoscersi e contarsi, nonché comprendere la forza che potevano esprimere all’interno della società, a fronte di una desolante condizione di minus habentes.”disumanizzati” alla quale moltissimi fra loro, impiegati nei più umili lavori materiali, erano stati ridotti.

Certo, vi furono schiavi colti che ebbero la funzione di istitutori di patrizi, oppure di amministratori delle grandi proprietà riservate agli aristocratici, e vi furono schiavi che possedettero, a loro volta, altri schiavi, e se vi fu la lettera di libertà, nella logica e nella pratica della manomissio che sancì una certa mobilità sociale dal basso verso l’alto, per altro mai interrottasi nonostante la progressiva affermazione del sistema schiavista, questa non arrivò al punto da rappresentare la regola, cioè una via giuridica che poteva portare nel concreto all’estinzione completa della schiavitù, ma pur sempre un’eccezione che riguardava minoranze “privilegiate”, interne ad un sistema che fondamentalmente restava schiavistico.

La schiavitù, nell’epoca romana del diritto posto, fu formalizzata e divenne un istituto del ius gentium che ebbe una grande importanza storica e una grande effettività nel determinare le condizioni di vita di milioni di individui, di autentici esclusi condannati al lavoro forzato per la riproduzione della totalità sociale, riverberandosi anche sulle epoche successive, e precisamente su quel lungo periodo di passaggio alla nuova condizione servile che ha visto la progressiva affermazione, in Italia e in Europa, del modo di produzione feudale.

Ma il conflitto verticale non fu simboleggiato esclusivamente dalle rivolte di schiavi, che rappresentarono la sua più alta e sanguinosa espressione, perché le rivolte delle plebi romane fecero sentire la loro [relativa] minaccia destabilizzante fin dalla repubblica arcaica [in particolare agli inizi del V secolo a.C.], e i conflitti fra i gruppi sociali si acuirono, ai tempi dell’impero, durante la cosiddetta crisi del III secolo d.C.

Di tali rivolte dei liberi, dei motivi che le fecero scoppiare e degli effetti che ebbero all’interno della società romana bisognerà discutere, pur succintamente, nella seconda e nella terza parte del presente capitolo.

 

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Per quanto riguarda la storia della Roma arcaica, e tanto più della Roma prima di Roma, con specifico riferimento all’organizzazione politica e sociale adottata e alla sua genesi, le fonti letterarie alle quali attingere, come si sa, sono piuttosto scarse, segnate dall’incertezza e dal mito, e perciò hanno imposto agli storici moderni un’attenta verifica ed un confronto con la documentazione archeologica disponibile.

E’ d’uopo citare in tale caso l’opera di Quinto Fabio Pittore, del terzo secolo avanti Cristo, alle origini della storiografia e della letteratura romane, che attingeva alle fonti rappresentate dalla precedente tradizione orale con sfumature leggendarie, non di rado – essendo questa ultima non troppo ricca e non troppo adeguata agli scopi propagandistici nel periodo delle guerre con Cartagine – integrata ricorrendo alla creatività ed alla fantasia.

Attraverso la successiva elaborazione dell’opera di Pittore, particolarmente nel periodo augusteo, le informazioni sono giunte fino a noi, e la leggenda che riguarda gli esordi di Roma ha assunto forma definitiva nell’epoca di Ottaviano Augusto, per opera dello storico Tito Livio e del poeta Virgilio.

Non è qui il caso di arrivare indietro nel tempo fino al momento della fondazione di Roma, od al periodo immediatamente precedente, mettendo in discussione la data simbolica del 753 a.C. come inizio della sua storia, che probabilmente è ben più antica e risale al decimo secolo – anche se la vera urbanizzazione fu avviata probabilmente nel cinquecento avanti Cristo –, ma basta ricordare che alle origini dell’Urbe vi fu una sorta di convergenza di gruppi latini [i Ramni, che si stanziarono in corrispondenza del Palatino], gruppi sabini osco-umbri [nei pressi del Quirinale] assimilati progressivamente dai parlanti latino, e vi fu la decisiva influenza etrusca.

E’ però necessario ricordare che nella strutturazione sociale, nella forma di governo adottata e nell’organizzazione delle istituzioni cittadine della Roma arcaica ha avuto una grande rilevanza la dominazione etrusca, con influssi precedenti alla dinastia regale dei Tarquini, anche se sopravvissero nella religione e nelle istituzioni romane reminescenze della più antica organizzazione latino-indoeuropea e vi fu, indubbiamente, l’immancabile influenza culturale greca.

Lo sviluppo delle città e della potenza etrusche è avvenuto fra l’ottavo e il settimo secolo avanti Cristo, per raggiungere il culmine nel sesto secolo, con l’espansione oltre i confini dell’Etruria, fino in Campania a sud [il centro di Capua] e nelle valli del Po a nord, con lo sviluppo progressivo delle attività minerarie [il ferro], quello dei commerci e dell’agricoltura che si valeva di tecniche importate dall’oriente, nonché grazie ad una flotta in grado di sconfiggere i greci nel Mediteranno, assieme agli alleati cartaginesi, ed appare evidente che le influenze della civiltà e della potenza etrusca si facessero sentire anche nel Lazio e in Roma, allora inferiore in termini di sviluppo e circondata da regioni “etruschizzate”.

Roma, il cui stesso nome è in verità di origine etrusca, Ruma, subì l’influenza del sistema delle città-stato etrusche confederate, governate dai lucumoni, al punto che ne adottò in linea di massima la relativa organizzazione sociale.

Nella sostanza, tale sistema prevedeva una spiccata dicotomia fra l’aristocrazia onnipotente, la quale esprimeva i re, ed un ampio strato inferiore da questa dipendente, che non viveva certo in condizioni di libertà ed era costituito da tutti coloro che svolgevano mansioni servili, dai contadini legati alla terra e agli obblighi militari, dai lavoratori delle miniere, dagli artigiani e da altri subordinati ancora [si consulti, in proposito, la pregevole e relativamente recente Storia sociale dell’antica Roma di Géza Alföldy].

Fu la predetta organizzazione verticale della società, per la verità abbastanza semplice, che informò la Roma arcaica dei patres, i quali dominavano servi, schiavi e clienti, anche se va precisato che centrale fu il ruolo giocato della famiglia in quello specifico modello, il quale diede origine e forma all’organizzazione romana che si articolava in tribù, gentes e curie.

Lo scontro sociale poteva manifestarsi, nella società classista e patriarcale della prima Roma, quando alcuni gruppi di subordinati al potere aristocratico diventavano sufficientemente forti per liberarsi dal giogo impostogli, potendo così aspirare al miglioramento della loro situazione economica e politica, nonché ad un maggior prestigio nella società.

Nonostante l’evidente influenza etrusca, l’ordine sociale che i romani adottarono si differenziò progressivamente da quello degli antichi dominatori perché una parte numericamente importante del populus, inteso come universi cives [con altra espressione, l’intero corpus civico], era sostanzialmente composta da liberi ai quali era riconosciuto lo status di cittadini romani, ma senza i privilegi di natura politica ed economica riservati ai patres [i patrizi], che dominavano pur sempre la politica, occupavano le alte cariche religiose e monopolizzavano la grande proprietà terriera.

Questa componente essenziale della società romana era la plebe – dal latino plebs, ovvero secondo un’interpretazione diffusa che lega la parola alle sue radici greche, la massa informe, la folla –, che alla fine del quinto secolo avanti Cristo iniziò a farsi sentire con decisione come comunità di subordinati, dotandosi di proprie istituzioni e mettendo in crisi il sistema di potere repubblicano, nella lotta organizzata contro l’aristocrazia e i suoi privilegi.

Posto che sia i patrizi sia i plebei costituivano nell’età più arcaica di Roma un ordo, la ragioni della loro contesa – essenzialmente per il potere politico e la spartizione dell’agro pubblico – si possono rintracciare nel sesto secolo [a.C.], riguardando in buona sostanza il crescente predominio politico ed economico dei patres, e di conseguenza una loro più netta differenziazione in termini di potere e disponibilità di risorse, dall’altra componente del popolo romano, la plebs, che acquisiva una sua ben chiara identità antagonista, pur restando interna a quel sistema.

E posto che lo schiavo era un servus deprivato dei diritti personali, od anche mancipum, che significa freddamente “proprietà”, con il predominio dell’aristocrazia non pochi plebei, bisognosi di prestiti per le loro attività agricole e per far sopravvivere i piccoli poderi, rischiavano di essere ridotti in schiavitù, fornendo gradite braccia per il lavoro ai patres creditori, dato che il debitore rispondeva con la propria persona, e con quella dei suoi familiari, del rimborso del debito e dato che per legge, in caso di sopraggiunta morosità, poteva esser tratto schiavo.

Le difficoltà economiche crescenti che riguardavano la parte più povera della plebe, nel concreto privata dell’accesso all’ager publicus e minacciata dalla schiavitù per debiti, unitamente all’aspirazione all’uguaglianza politica con i patrizi e l’ammissione alla cariche pubbliche che animava lo strato minoritario di plebei ricchi, hanno determinato quella che è stata definita non come una vera rivoluzione di forze sociali extrasistemiche, ma come una semplice secessione, nella fattispecie la “secessione della plebe” del 494 a.C., ritiratasi sull’Aventino e sul Monte Sacro per protesta [secondo quanto narra Cicerone] e convinta a “tornare”, dopo la temporanea separazione dai patrizi, dal celebre apologo di Menenio Agrippa, se si deve credere alla vulgata storica che fa base sull’annalistica romana di epoca successiva.

La secessione plebea, o separazione temporanea dai patrizi, od anche “sciopero” dei subordinati – i quali generalmente all’epoca lavoravano, mentre gli aristocratici impiegavano altrimenti il loro tempo –, si metteva abitualmente in atto in periodo di guerra o di minaccia di conflitto.

Non si deve dimenticare, a tale proposito, che le plebi costituivano l’ossatura della principale arma dell’esercito romano di allora, cioè la fanteria, essendo la cavalleria una tradizionale prerogativa aristocratica, e che per combattere efficacemente contro Sabini, Equi, Volsci ed altri ostili, i quali mettevano in pericolo la sopravvivenza di una Roma repubblicana da poco emancipatasi dagli etruschi, era vitale l’apporto in armi delle masse plebee.

Il sistema non poteva che reggersi sulla “concordia” fra patrizi e plebei, concordia che nella realtà ha significato forti contrasti ed ha comportato un lungo percorso di emancipazione dei subalterni liberi [non escluse parecchie “fregature” per gli stessi e promesse subito rimangiate dal senato aristocratico] del quale costituiscono altrettante prove gli atti legislativi ricordati dagli storici, fra i quali è bene citare pur di sfuggita, per la loro importanza nell’ordinamento romano, almeno alcuni fra questi: la Lex Canuleia del V secolo a.C., che stabiliva il diritto di matrimonio fra aristocratici e plebei ponendo fine alla “purezza castale” aristocratica, le Leges Liciniae-Sextiae del IV secolo a.C., che garantivano un console su due alla plebe e La Lex Poetelia-Papira, sempre del IV secolo, che poneva qualche limite alla piaga della schiavitù per debiti.

Appare chiaro che le rivendicazioni plebee non misero in discussione la sostanza di quella che era e rimase fino alla fine una società classista, né tanto meno minarono le basi del modo di produzione dell’epoca, che assunse nel corso dei secoli chiari connotati schiavistici con l’estensione della grande proprietà terriera a scapito dei “piccoli produttori indipendenti”.

Per quanto riguarda la più celebre secessione della plebe – quella del 494 a.C. – questa fruttò alla classe subalterna, in cambio di un ritorno alle armi per la difesa di Roma, l’istituzione tribunizia, con i novelli tribuni della plebe [coadiuvati da specifici magistrati e funzionari plebei] che avevano diritto di veto e intercedevano in favore dei loro rappresentati sottoposti a giudizio, l’ufficializzazione dei plebisciti, che erano decisioni collettive riguardanti esclusivamente la “comunità separata” plebea e l’importante riforma centuriata, che ha inciso sull’ordine sociale vigente.

Nel gran corpo della plebe, sulla base della divisione del popolo in classi di proprietà che comportò la nascita dell’istituzione degli onnipotenti censori, vi erano da un lato i “possidenti”, coloro che disponevano di patrimoni ed erano sì plebei di origine, ma pur sempre ricchi, e dall’altro i nullatenenti, dotati soltanto di numerosa prole, da cui la celebre espressione proletarii che acquisterà un ben preciso significato sociale e politico, un paio di millenni dopo, nel mondo capitalistico.

L’unione del sangue aristocratico con quello plebeo, realizzatasi principalmente attraverso i matrimoni fra nobili e plebei ricchi, un certo accesso al “demanio” pubblico garantito anche ai cives più poveri, la possibilità data ai subalterni di assumere cariche sacerdotali [un aspetto del potere non proprio trascurabile, data la cultura del mondo antico], la possibilità di accedere al bottino di guerra, non più prerogativa esclusiva dei dominanti, unitamente alla grande espansione territoriale sull’italico suolo realizzata grazie alle sconfitte delle città nemiche, ebbero l’effetto di “cambiare i connotati” sociali e politici all’Urbe, rispetto a ciò che fu nel periodo monarchico e durante la dominazione etrusca.

Il processo “emancipativo” della plebs romana – posto in essere per realizzare la concordia fra le due grandi classi sociali di cittadini liberi presenti in quel ordine, difendere Roma dai nemici esterni e rendere possibili le conquiste territoriali, fino all’eliminazione degli avversari più potenti e alla costruzione di uno dei maggiori imperi della storia umana – è iniziato nel V secolo a.C., ha attraversato tutto il secolo successivo ed è continuato nel III secolo.

Tale processo di relativa emancipazione rivela qualche curiosa similitudine, pur con le dovute cautele, con il processo emancipativo dei subalterni che ha connotato il sistema capitalista nel nord e nell’occidente del pianeta dopo il secondo conflitto mondiale, e più precisamente nel trentennio che va dal 1945 al 1975, in cui l’esigenza di difendersi dagli attacchi dei Volsci, dei Sabini, degli Equi, e la guerra contro Vejo, erano sostituiti dal confronto a tutto campo con il competitor sovietico, sotto la perenne minaccia di un conflitto nucleare o dell’adesione in massa, in certi paesi del campo americano-occidentale, della classe operaia, salariata e proletaria e di altri dominati all’ideologia comunista, eventualità che avrebbe potuto esser ancor più grave, in quelle recenti contingenze storiche, delle secessioni di una plebe romana che scendeva temporaneamente “in sciopero”, agli esordi del periodo repubblicano.

Questo confronto fra capitalismi – essendo il sistema della defunta URSS definibile capitalistico, pur presentando forti e lodevoli connotati collettivistici – ha richiesto ai dominanti di scendere a compromessi con i subordinati limitando il profitto privato e il loro strapotere, concedendogli, “per tenerli buoni” e renderli del tutto interni al sistema, una più favorevole distribuzione delle risorse, una certa promozione sociale e una maggior partecipazione, almeno in apparenza, alle decisioni politiche.

Ciò è stato possibile anche perché hanno prevalso, fra i subalterni più vessati dal capitalismo e dalla logica del profitto, ‘”cauto riformismo sistemico” e socialdemocrazia puramente rivendicativa sul piano economico-sociale, a fronte di un’attrattiva sempre minore dell’ideologia comunista rispetto ad americanismo e liberismo dilaganti, dovuta al suo progressivo esaurimento storico e alle vistose carenze del sistema di potere sovietico, che nei fatti avrebbe dovuto realizzarla pienamente.

Ironicamente, ma sempre con la dovuta prudenza, si può affermare che al limitato accesso all’agro pubblico che le riforme garantirono ad una parte dei plebei poveri si può far corrispondere, due millenni dopo, una meno iniqua distribuzione del reddito, una certa promozione sociale e l’affermazione temporanea del Welfare State.

 

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Pur non essendo questa la sede per trattare approfonditamente la questione sociale e quella, intimamente connessa alla prima, dell’espansione territoriale della Roma del secondo e del primo secolo a.C., sospesa fra la tarda repubblica e  l’impero, è opportuno accennare brevemente ai cambiamenti che caratterizzarono quegli anni.

Il secondo secolo, in particolare, fu foriero di grandi cambiamenti nell’ordine sociale, economico e politico romano, e fu anche il secolo della distruzione di Cartagine [avvenuta nella primavera del 146 a.C. per opera di Scipione Emiliano], della conquista della Grecia [battaglia di Corinto e sua distruzione, sempre del 146 a.C.], della vittoria nella quarta guerra macedone [battaglia di Pydna del 148 a.C.], della supremazia sui mari della potente flotta di Roma, attivata in seguito alle necessità imposte dalle guerre puniche, nonché dell’affermazione definitiva della potenza militare romana nell’area mediterranea.

I processi di espansione territoriale continuarono anche nel primo secolo, con la sconfitta di Mitridate e la conquista del Ponto [battaglia di Cabiria del 72 a.C.] e l’impresa di Cesare nella Gallia transalpina [battaglia di Alesia del 52 a.C. e sconfitta di Vercingetorige], e proseguì di pari passo la trasformazione dell’ordine sociale in un’entità che si stava affermando come grande potenza, non più soltanto nella dimensione regionale ed entro gli italici confini.

Dal punto di vista prettamente economico e sociale, si possono rilevare in sintesi le seguenti, importanti trasformazioni:

 

1)     Inizia il processo di sostituzione della vera e propria plebs, che ha caratterizzato l’ordine sociale della repubblica arcaica, si è dotata di propri rappresentati e proprie istituzioni, in qualche modo alternative a quelle dei patres, ma è rimasta totalmente interna al sistema ed ha costituto l’ossatura fondamentale delle prime legioni, e nasce il “popolume” urbano inoccupato, privo di qualsiasi dignità, da tenere sotto controllo e imbonire con le periodiche distribuzioni di pane e i ricorrenti giochi [panem et circenses].

 

2)     L’aristocrazia ha assorbito gli strati plebei più alti e più ricchi, che aspiravano fin dal periodo arcaico ad una piena integrazione politica nei centri di potere di allora. Questo fenomeno è stato reso possibile grazie alle ricordate modificazioni legislative e dell’ordine sociale intervenute nel quinto secolo e nei secoli successivi, modificazioni che hanno portato a privilegiare il censo, la ricchezza, gli aspetti patrimoniali, ponendo progressivamente in ombra le origini dei soggetti, ed hanno alterato irrimediabilmente la composizione della classe dominante, attraverso l’alleanza politica e i matrimoni misti legalizzati fra gli aristocratici e il popolo ricco. La classe dominante non è più quella della Roma dei re e del periodo arcaico della repubblica, pur conservando un grande potere.

 

3)     Aumenta il ricorso al lavoro schiavo, nonché il peso numerico degli schiavi nella società del tempo, e le loro condizioni di vita in certe importanti regioni sotto il controllo di Roma, quale fu ad esempio la Sicilia per la produzione di grano ed altri prodotti agricoli, si rivelano decisamente inumane.

 

4)     L’ager publicus, ossia l’agro pubblico alimentato con la confisca delle terre ai nemici sconfitti, risulta ormai in gran parte “privatizzato” e nel concreto scompare anche la tassa per la concessione annuale delle terre ai cives, l’agri vectigal. Il grande latifondo acquista sempre maggiore importanza ed estensione, nell’impiego diffuso del lavoro schiavo. Cresce la ricchezza monetaria dei dominanti e crescono di pari passo le ineguaglianze sociali.

 

Questi cambiamenti, non certo irrilevanti o di secondo piano, da un lato hanno contribuito a porre le premesse per la nascita dell’impero e la grande espansione territoriale, urbana ed economica dei secoli successivi, ma dall’altro lato contenevano in sé i germi della crisi del terzo secolo dopo Cristo, superata almeno temporaneamente con difficoltà e gravi danni attraverso riforme radicali dello stato, una diminuzione del potere del senato e un accresciuto potere politico ed economico dell’esercito – tanto che si può affermare che da tale sconvolgimento Roma non si è mai più ripresa completamente –, e la successiva, inarrestabile decadenza della parte occidentale dell’impero.

Si notano alcune inquietanti analogie di larga massima, in un sia pur cauto esercizio di storia comparata, fra le ricordate trasformazioni economiche, politiche e sociali, già evidenti nella Roma del II e tanto più del I secolo a.C., e quelle che il capitalismo contemporaneo, caratterizzato dalla globalizzazione neoliberista, dalla finanziarizzazione dell’economia e dalla diffusione della cosiddetta società di mercato, ha imposto quanto meno a partire dall’ultimo decennio del Novecento:

 

1)     Scompaiono progressivamente i “ceti medi figli del welfare” postbellico e con loro la vecchia classe antagonista, operaia, salariata e proletaria, in una trasformazione velocizzata dalla prima crisi sistemica globale, e nasce la Pauper class, adatta a vivere in posizione del tutto subalterna nei nuovi contesti culturali e sociali.

 

2)     La nuova classe globale dominante [Global class] assorbe nei suoi ranghi e negli strati più elevati elementi della vecchia alta borghesia, che tende fatalmente ad estinguersi in primo luogo come mondo culturale, e negli strati inferiori fagocita un numero limitato di elementi provenienti dalle alte  stratificazioni della cosiddetta middle class.

 

3)     Si insinuano nell’ordine sociale e nei concreti rapporti di produzione dell’epoca nuove e sottili forme di schiavismo alienante [non proprio embrionali perché già osservabili con sufficiente chiarezza], quale è il Neoschiavismo Precario, legato alla diffusione del lavoro flessibile e precario privo di garanzie e a basso costo. Lo schiavismo classico precapitalistico, dal canto suo, non è affatto scomparso, ma è in ripresa nella stessa Europa mediterranea, alimentato dai flussi migratori di disperati provenienti dall’Africa e dall’Oriente, come ben testimoniano i fatti di Rosarno, nella piana calabrese di Gioia Tauro, legati alla tradizionale attività agricola e alla raccolta dei pomodori, o i meno recenti casi di schiavi cinesi utilizzati in camicerie e laboratori abusivi del tessile, scoperti nella penisola e gestiti da “imprenditori” anche loro cinesi. Ricompare prepotente lo spettro dell’alienazione umana nei rapporti di lavoro, e ben oltre gli stessi, presentando lati decisamente nuovi rispetto a quelli messi in luce, nella prima metà dell’Ottocento, dal giovane Marx dei Manoscritti [si veda, a tale riguardo, il saggio dello scrivente Alienazioni e uomo precario].

 

4)     Si estendono oltre ogni limite storico, raggiunto nei secoli precedenti dal capitalismo del secondo millennio, la dimensione finanziaria – oggi autonomizzata ed incaricata di dare piena attuazione al paradigma della creazione del valore finanziario, azionario e borsistico, oltre la classica estorsione marxiana del plusvalore –, nonché i processi di privatizzazione e di appropriazione del patrimonio pubblico [il nuovo ager publicus conteso], degli stessi “beni pubblici puri” estranei ai meccanismi di mercato, fino a riguardare elementi essenziali per la vita umana e non umana sulla terra quale è indubbiamente l’acqua. Crescono le ineguaglianze fra le classi e cresce la minaccia alla stessa sopravvivenza degli ecosistemi.

 

Nel lungo e tormentato passaggio dalla repubblica all’impero, oltre al cambiamento degli assetti politici e sociali, si è realizzato un compromesso fra dominanti e dominati che ha compattato il corpo sociale, rigenerato la classe dirigente ed ha indubbiamente contribuito al rafforzamento della potenza romana, in piena “emersione” dalle Gallie all’Oriente.

Tale compromesso fra patres e plebs – la tanto auspicata e cercata concordia fin dai tempi della repubblica arcaica – ha consentito ai plebei ricchi di avere maggior rilevanza politica e prestigio, accrescendone in certi casi i patrimoni ed elevandoli alle alte cariche dello stato, ed ha riservato qualche “contentino” anche ai cives più poveri, pur nella crescita delle disuguaglianze e nella forte espansione della schiavitù, alimentata dalla guerra e dai debiti, che le riforme concesse per “riassorbire” la plebe, neutralizzandola come forza potenzialmente antagonista, e per motivarla a difendere l’Urbe combattendo non hanno certo interrotto.

 

 

 

 

 

Fenomeni storici di antagonismo nel mondo antico: Patres e Plebs, una lotta fra liberiultima modifica: 2010-08-17T11:14:00+02:00da derosse
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