Marchionne, alias la globalizzazione senza veli di Eugenio Orso

Mi ha colpito, a suo tempo, l’espressione “globalizzazione senza veli”, un po’ politicamente corretta e un po’ impudica, che devo aver letto di sfuggita da qualche parte, magari bevendo velocemente un caffè e gettando l’occhio su un quotidiano, o che posso aver sentito alla radio, ancora insonnolito, in qualche rassegna stampa mattutina.

In quel momento, devo aver immaginato curiosamente una sorta di figura femminile, misto di bellezza, di ambiguità e di perfidia, un po’alla Salomè di Giuseppe Flavio e soprattutto di Oscar Wilde, bellezza lunare questa ultima, che mentre danza lascia cadere tutti i veli e nelle mani sembra stringere un vassoio, sul quale campeggia una testa, simile a quella del povero San Giovanni Battista – la solita vox clamantis in deserto, sempre lì a denunciare inganno e malcostume – decollato dal tetrarca Erode proprio su sua richiesta.

Il mito di Salomè, che si incarna in un corpo seducente usato a fini malvagi dalla madre Erodiade assetata di vendetta, ricorda certamente la globalizzazione, seducente all’inizio e gravida di false promesse di miglioramenti materiali, di emancipazione generalizzata dei popoli, nonché di realizzazione suprema del Progresso capitalistico e fine dei conflitti a livello mondiale – chi se la ricorda la retorica pelosa sul “villaggio globale”? – ma poi rivelatasi, come la stessa Salomè, uno strumento nelle mani del “maligno”, in tal caso degnamente rappresentato dalla classe globale e camuffato, nella presente epoca storica, da Investitori, Azionisti e Rentier.

L’espressione “globalizzazione senza veli” è altresì un riflesso dell’ipocrisia di un’epoca in cui non si possono chiamare le cose con il loro nome, si devono nascondere a tutti i costi le ineguaglianze sociali, lo sfruttamento del lavoro, le povertà suscitate dalla nuova crematistica, ed in cui, in particolare, non è dato comprendere i veri meccanismi di funzionamento sistemici, in quanto alla comprensione di questa realtà deve sostituirsi l’adorazione del Libero Mercato Autoregolantesi, accompagnata dall’accettazione acritica delle superiori ragioni degli Investitori che muovono la finanza, e perciò il mondo.

Quegli stessi Investitori per i quali Marchionne cambia spesso i suoi piani, giostrandosi fra gli stabilimenti polacchi, serbi, italiani, e minaccia all’improvviso esodi di produzione dalla penisola, tanto che le parole del manager maximo di Fiat seminano abitualmente angoscia nei lavoratori dell’auto e dell’indotto, usati come ostaggi, trattati come materie prime nel processo produttivo, quando non come pura merce di scambio.

E’ per soddisfare gli interessi privati dei suoi referenti – e naturalmente i suoi – che il brillante manager venuto dai sobborghi di Toronto ha creato Fabbrica Italia Pomigliano, costituitasi in società per intero partecipata dalla Fiat e posta sotto la sua diretta presidenza, fagocitando per tale via lo stabilimento campano che con il recente referendum ha avuto l’impudenza di resistere, come ha potuto sull’ultima trincea, al piano di completa flessibilizzazione, “normalizzazione” e militarizzazione del lavoro [ironicamente, il piano “Panda”].

L’obiettivo è di non rinnovare il contratto nazionale di lavoro in scadenza alla fine del 2012, applicando le proprie regole, accettate come una panacea in aprile dai soliti sindacati gialli e collaborazionisti – resistenti della Fiom e “cattivi comunisti” esclusi, naturalmente – e nel contempo l’azienda dovrebbe uscire dalle organizzazioni padronali di Confindustria e Federmeccanica, per realizzare la “contrattazione aziendale” da posizioni di forza, in modo incontrastato, e liquidare definitivamente le ultime garanzie per il lavoro regolare in fabbrica.

Ecco cosa significa, nella concreta trasformazione dei rapporti sociali di produzione, la “globalizzazione senza veli”, senza freni e senza maschere formali, che si palesa agendo direttamente, con un blitzkrieg giocato a tutto campo, sulla sostanza delle relazioni industriali ed incidendo direttamente nella “carne viva” dei rapporti produttivi.

Poi, dopo un’abbondante dose di bastone annunciata per il Lavoro, c’è la subdola carota dei 20 miliardi di investimenti sul suolo nazionale, destinata a convincere i più riottosi, nel mondo politico e come in quello sindacale, ma sappiamo bene che negli attuali assetti di crisi permanente, utilizzati dal Capitalismo Transgenico per fare opera di reengineeringg dell’intera società contemporanea al solo scopo adattarla ai suoi contesti, se ci sono momenti di “ripresa” e di crescita di vendite e di ordinativi, ciò avviene senza sostanziali riflessi positivi sull’occupazione, in termini di quantità e di qualità.

L’arroganza del manager globale dell’auto arriva fino al punto da imporre, in primo luogo al sindacato, ma poi anche a tutti gli altri soggetti, governo compreso, un “prendere o lasciare”, ben sapendo che negli spazi globali gli Investitori che rappresenta possono muoversi liberamente.

Qui, in Italia, Marchionne è diventato il simbolo della globalizzazione “svelata” e mostra come deve comportarsi un vero manager globale, fedele esclusivamente ad una ristretta cerchia di sodali [John Elkann, famiglia e soci], ai quali risponde e dei quali – da bravo contractor di alto livello – deve curare diligentemente gli interessi. Marchionne svolge il suo compito, di contractor-stratega globalista, passando sopra come un rullo compressore agli interessi nazionali del debole paese ospitante, ai diritti dei lavoratori, alle stesse necessità di coesione del campo [conf]industriale, perché Confindustria e Federmeccanica, a partire da Marcegalia, non sono affatto contente della situazione, in quanto temono che, oltre a perdere il settore dell’auto, altre aziende seguano in futuro l’esempio della Fiat, buttando la tessera per bypassare l’ostacolo rappresentato dai CCNL.

Va anche sottolineato che voltando le spalle alle organizzazioni dell’Industria Nazionale Decotta [Confindustria e Federmeccanica] il nuovo contratto dovrebbe essere accettato da tutti i lavoratori interessati per poter continuare a mantenere il lavoro e un minimo di reddito, garantendosi così la mera sopravvivenza in completa balia dell’azienda.

E perché non estendere questo subdolo meccanismo, ad un certo punto, anche agli altri stabilimenti italiani, Torino compresa?

Perché non applicare anche qui il “modello Detroit” che ha sepolto per sempre l’italianità della Fiat, con sindacati gialli ed entità pubbliche che diventano soci, facendosi forte dell’”appoggio” garantitogli oltreoceano dall’amministrazione Clinton/ Obama, che forse è il “sodale” in questo momento più significativo per lo stratega Marchionne, anche più degli stessi Eredi Agnelli?

Giunti a questo punto, farà tanta differenza, in un futuro non lontano, avere qui i cinesi, in veste neocolonialista di acquisitori di attività produttive, oppure l’italo canadese Marchionne, il gruppo Fiat e dietro di loro l’ombra dell’amministrazione USA?

Se la bella Salomè danzante di Oscar Wilde, idealmente incarnata in altra epoca nella divina Sarah Bernhardt, si disvelava sapientemente dinanzi al re, per sedurlo e avere la testa del povero Giovanni Battista reo di aver “sputtanato” l’adultera Erodiade, il cinico Marchionne dalla chioma bisunta che si toglie il maglione rappresenta oggi la migliore immagine della “globalizzazione senza veli”, e forse riuscirà ad avere anche lui una testa da esibire su un piatto d’argento … quella degli incolpevoli lavoratori italiani.

 

 

Marchionne, alias la globalizzazione senza veli di Eugenio Orsoultima modifica: 2010-07-28T17:56:00+02:00da derosse
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