Decrescita Forzata e Infelice di Eugenio Orso

Il presente saggio è stato scritto, prendendo le mosse da un breve intervento di qualche giorno fa in relazione ad una polemica fra decriscisti, per il mio lavoro “Insurrezione e Rivoluzione”.

 

 

 

Decrescita Forzata e Infelice

Ovvero Berlusconi, Tremonti e la decrescita

 

Posto che il titolo di questo breve saggio sia volutamente provocatorio, l’accostamento presente nel sottotitolo potrà sembrare ai più una stranezza, una mera ironia, una bizzarria decisamente fuori luogo.

Insorgerebbero, davanti a questo accostamento, sia Badiale e Bontempelli – sostenitori di una via originale alla Decrescita costellata di dure lotte con le oligarchie/ suboligarchie/ caste dominanti, che impongono una crescita distruttiva, per gli umani e per l’ambiente, postulata dalla religione liberalcapitalistica del Progresso – sia un intellettuale come Pallante che rispetto ai primi ha una diversa visione del fenomeno decriscista, certo più “felice” e bucolica, credendo possibile una ricostruzione delle reti sociali di rapporti e di scambi, nella progressiva sostituzione delle merci con i beni, sostanzialmente per via pacifica e al di fuori delle logiche capitalistiche dominanti.

Se in Italia i decriscisti prospettano due strade per la fuoriuscita dal capitalismo, bisognerebbe però ricordare che c’è anche una “terza via”, per quanto impropria e decisamente fuori del solco del pensiero latoucheano, la quale porta tutti noi volenti o nolenti a decrescere, ed è quella della cosiddetta Decrescita Forzata, la quale non può nascere che da drammatiche e penalizzanti interruzioni della crescita del PIL, con abbondanti perdite di posti di lavoro e di quote sui mercati esteri, con contrazioni dei consumi sul mercato interno e drastiche riduzioni delle risorse assegnate al welfare.

Deindustrializzazione, delocalizzazioni, chiusure di stabilimenti, disoccupazione, demolizione dell’impianto storico del welfare e dei servizi sociali sono le condizioni che realizzano la “decrescita forzata”, la quale, a differenza del paradigma della Decrescita di Maurizio Pallante, o di quello di Marino Badiale e Massimo Bontempelli, è destinata a restare del tutto interna – almeno nella sua prima e drammatica fase, caratterizzata da elevati costi e crescenti sofferenze sociali – a quelle che sono le logiche capitalistiche.

Un contributo non secondario, per spingerci con decisione sulla strada della Decrescita Forzata, oltre alla rapacità della finanza internazionale che risponde a ben precise strategie dominanti in occidente, alla serrata concorrenza “emergente” che ci penalizza e pauperizza rapidamente [in ciò il “multipolarismo” nel suo concreto riflesso economico e commerciale], alla prosecuzione imperterrita dei processi di globalizzazione neoliberisti, può certamente esser dato dall’azione/ inazione dei governucoli espressione di una “classe politica” cialtrona, ladra ed incapace, nonché sempre più numerosa, che si struttura al suo interno in comitati d’affari familistico-clientelari e centri di privilegio ingiustificato, insediandosi nel cuore della cosa pubblica come un topo nel formaggio e sempre disponibile a servire i potentati d’oltreoceano, a battere i tacchi davanti ai diktat globalisti, per mantenersi in sella il più a lungo possibile.

Se l’obbiettivo principe di questa suboligarchia degenere, che in Italia trova una sponda importante nell’industria infedele e decotta [Fiat, Confindustria] e nel sindacalismo giallo [CISL, UIL, UGL], è sostanzialmente quello di arraffare per garantirsi una vita quanto più possibile comoda a spese di tutti gli altri, la sua azione/ inazione devastante su vari piani – economico-sociale, etico, culturale, ambientale – nel medio-lungo periodo è in qualche modo funzionale al pieno e temuto avvento della Decrescita Forzata, che potrà aprire le porte non necessariamente “ad un nuovo medioevo finale e perenne” di guerre, di caos imperante, di frantumazione della società e di impoverimento generalizzato, ma, bensì, ad una stagione rivoluzionaria del tutto nuova.

La “reinvenzione” della convivenza civile, dei sistemi di potere, della strutturazione sociale su altre basi, se ciò si concretizzerà, non potrà che passare attraverso anni difficili, di buio e di incertezza, finanche di estesi torbidi e di lutti.

Di recente è passata al senato la finanziaria “forzatamente decriscista” del colbertian-ragionieristico Tremonti, nonostante i mugugni dell’Ologramma Mediatico di Arcore – il quale avrebbe volentieri procrastinato “la risoluzione dei problemi” in funzione del suo gradimento nei sondaggi – e la dura legge contabile tremontiana ha scatenato proteste e lamentazioni delle camarille politiche installate negli enti locali, a partire dalle regioni, ben sapendo che queste camarille politiche liberaldemocratiche italiote, nella realtà, se ne fregano dei futuri tagli di servizi alla popolazione e pensano esclusivamente alle loro comode posizioni di potere.

La finanziaria del “Colbert dei poveri” [vista l’attuale situazione economica nazionale] colpirà al cuore i servizi sociali, il sistema educativo nel suo complesso, i beni pubblici puri e diminuirà ulteriormente il tenore di vita della maggioranza della popolazione italiana.

Quello che non riuscirà a fare sarà “stimolare la crescita economica”, come invece spergiurano i berluscones “occupati in politica”, rianimando il PIL italiano che fra non molto rischierà di finire in permanenza sotto la tenda ad ossigeno.

Per quanto riguarda il PIL, nonostante il suo aspetto totemico e con tutta evidenza giustificatorio della nuova, grande espropriazione capitalistica che ha caratterizzato questi ultimi due decenni, va però ammesso, a differenza di quanto pensano i decriscisti, che lo stesso supremo indicatore dello stato di salute delle economie contemporanee contiene pur sempre elementi, per quanto manipolati, distorti, ridotti nello steccato delle logiche capitalistiche, che riportano al prodotto sociale concretamente ottenuto attraverso il lavoro dei subalterni, e quindi all’indispensabile produzione delle basi materiali della convivenza sociale.

Mentre si vende la finanziaria come un ibrido fra una manovra rivitalizzante di politica economica e una dura necessità imposta “dall’Europa” e dalla strenua “difesa dell’-Euro”, si garantiscono l’evasione fiscale ed i patrimoni degli “immobiliaristi”, degli speculatori e della criminalità organizzata, nell’alleanza concretamente e localmente stabilita fra gli espropri del grande capitale liquido-finanziario o immobiliar-speculativo [privatizzazioni, creazione del valore con nuove ed avanzate forme di crematistica, speculazione su immobili di pregio, eccetera], l’imprenditoria affaristico-degenere che punta direttamente agli appalti e al danaro pubblico [lavori per il G8, ricostruzione de L’Aquila, eccetera] e gli interessi delle principali organizzazioni criminali [controllo del territorio, riemersione del “denaro sporco” attraverso attività legali ed espansione parallela dei traffici illegali, dalla droga agli schiavi migranti, eccetera].

Alla predetta alleanza i subdominanti politici locali, liberaldemocratici “destri” e “sinistri”, social-liberali e “sinistri radicaloidi” interni al sistema, assieme a parti significative dell’apparato statale sono di fatto sottomessi, con tutto il codazzo di specifiche clientele e l’azione delle contaminazioni profonde, ormai incancrenite, del cosiddetto familismo amorale [descritto nel Novecento da un sociologo americano con riferimento alla società italiana, ed in particolare meridionale], che segnano sempre più profondamente la “politica” sistemica lungo tutta la penisola, da nord a sud.

Le indovinate espressioni giornalistico-mediatiche nazionali di cricca, casta, furbetti, e via elencando, la cui origine è intimamente legata al sistema e alle sue dinamiche, non fanno altro che attirare l’attenzione sulla superficie di questo specifico problema – etico, politico, sociale – che può certo essere rilevante, che può risultare drammatico se spinto verso le estreme conseguenze, come accade oggi in Italia, ma che in verità non è né il principale problema che scontiamo né la vera sorgente di tutti i mali.

Il principale problema – a monte di tutto questo processo venduto come degenerativo, come somma di casi individuali di corruzione o come costume aberrante localmente stabilito che si potrebbe correggere con un semplice “rinnovo della classe dirigente politica” – è la perdita di ruolo, di sovranità politica e monetaria, di possibilità di pieno intervento sulle materie economiche e sociali che ha subito lo stato di matrice liberldemocratica, in questi ultimi decenni in tutta Europa [quindi non esclusivamente in Italia], e particolarmente in corrispondenza dell’avvio della globalizzazione neoliberista [si legga, a tale proposito, il breve saggio dello scrivente, Stato e Dissoluzione, in Alienazioni e uomo precario].

Il principale problema riporta alle “gabbie” rappresentate dal WTO, dalla UE/ UEM, da Maastricht e dall’Euro [ma non soltanto] in cui a milioni siamo costretti a vivere, senza che sia possibile una vera partecipazione alla decisione politica e l’attuazione concreta della sovranità popolare.

Certo che il furbastro Gian Antonio Stella, giornalista bene introdotto, nonché scrittore incensato ed affermato, in coppia con il suo socio sistemico Sergio Rizzo ha fatto a suo tempo un bel colpo editoriale con il libro La Casta, ampiamente pubblicizzato dai media, ipervenduto e discusso in ogni dove, e ciò a palese testimonianza che “la degenerazione dei costumi della classe politica”, trasformatasi in casta, non è la vera e l’unica sorgente dei gravi [e ormai “storici”] problemi recessivi e sociali che stiamo vivendo, e che continuano ad aggravarsi, perché se lo fosse stata veramente il libro di quel gran opportunista di Stella, con tanto di coautore al seguito, sarebbe stato silenziato, boicottato e debitamente “ucciso nella culla”.

Non ci si deve perciò stupire se non vi sarà vera lotta alla grande evasione fiscale, alla costrizione al lavoro informale, sommerso e molto spesso ipersfruttato, agli interessi delle grandi cosche criminali [che non di rado si saldano con quelli globalisti, come nel caso del traffico di droga], perché tutto ciò fa parte dell’ultima, grande e decisiva espropriazione capitalistica, che deve continuare negli assetti di crisi, e ciò anche per l’evidente motivo che lo stato liberaldemocratico opportunamente imbrigliato, a partire dall’azione dei governi, ha possibilità di intervento [e volontà di intervento, grazie alla corruzione] sempre più limitate, e a questa ferrea regola non può sfuggire l’osceno e miserabile governucolo Berlusconi, Tremonti, Lega.

Per tale motivo continuerà l’attacco al Lavoro, in termini di perdita di diritti e di flessibilizzazione/ precarizzazione, di estensione dell’area della precarietà come sola e concreta alternativa alla dilagante disoccupazione/ esclusione di massa, di compressione dei redditi e di progressivo “superamento” delle pensioni decorose.

Nel contempo, si tolgono risorse agli enti locali e incombe la minaccia della realizzazione del federalismo fiscale ad altri costi collettivi e con aggravio delle burocrazie politiche, agitata per soddisfare gli appetiti della marmaglia bottegaio-bossiana decerebrata.

Tutto ciò provocherà inevitabilmente un’impennata della pressione fiscale locale, e quindi di quella complessiva, che già oggi è insostenibile, in primo luogo per i redditi da lavoro dipendente esclusi dall’area della piccola evasione fiscale e contributiva [impresari e faccendieri di piccolo cabotaggio, bottegai, padroncini berlusconian-leghisti], quello stesso lavoro dipendente – ossatura del PIL, essenziale per il risparmio e i consumi – che rappresenta un facile bersaglio per governucoli raffazzonati, diminuiti nelle loro funzioni da accordi sopranazionali vincolanti, attraversati dalla Nuova Corruzione Sistemica e quindi ostaggio dei predetti grandi interessi di matrice criminal-globalista, come nel caso dell’attuale gabinetto italiano.

In ciò l’amara ironia del nesso fra Berlusconi, Tremonti e la decrescita contenuto nel sottotitolo, da intendersi come un’impropria Decrescita interna a questo capitalismo, necessariamente Forzata e Infelice, ben lontana dalla visione e dalle intenzioni decrescite umanistico-latoucheane.

Più che di Megamachine, nel senso assegnato a questa espressione in un celebre libro del professor Serge Latouche, si potrebbe convenientemente parlare, in accordo con la realtà in cui viviamo, di Megaespropriazione finale di risorse da parte del Capitalismo Transgenico Finanziario del terzo millennio, che si vale dell’uso congiunto di Mercato e Media [simbionti del nuovo mondo culturale], della conoscenza scientifica e della tecnica, della manipolazione antropologico-culturale per la produzione di una neoplebe flessibile e precaria, ed avoca a sé, in quanto potere assoluto, la decisione politica e strategica imponendola ai governi ed ai governucoli liberldemocratici.

Agli esecutivi non resta che trovare giustificazioni pubbliche alle finanziarie inique e de-emancipatrici, che realizzano il disegno dei nuovi dominanti, ad esempio facendo credere che se la percentuale di crescita del PIL diminuisce progressivamente, o assume valori negativi, a fronte di questa “decrescita” la spesa sociale deve necessariamente diminuire, come se si trattasse di un automatismo che non può che riportare alla sacralizzata “Legge del Mercato” [Lex de imperio Smithiana], e quindi il welfare deve a sua volta “decrescere”, se necessario fino all’azzeramento, perché tanto si potenziano le famigerate “reti amicali e familiari” a supporto dei più deboli.

Il fatto è che queste soluzioni d’accatto – sostituire il welfare con reti di soccorso familiare e pseudocomunitario, in piena crisi delle famiglie e in assenza di vere comunità – hanno lo scopo concreto di scaricare sui subalterni quote crescenti di spesa sociale, per “liberare” risorse pubbliche da destinarsi agli inesauribili appetiti globalisti, in quota-parte alla grande criminalità organizzata e naturalmente, in parte minore anche se non sempre e soltanto le briciole [l’osso gettato sotto il tavolo, per intenderci], come accade regolarmente in Italia, ai clientes politici subdominanti locali, ad alcuni dirigenti ed alti funzionari pubblici, a magistrati più che infedeli, a generali dei carabinieri impegnati nei traffici di droga e forse anche ai capoccia sindacali gialli.

Tutto questo confermerebbe, inoltre, il legame direttamente proporzionale che Maurizio Pallante, maggior interprete italiano di Serge Latouche, postula con chiarezza nel suo interessante saggio Decrescita e Welfare State [pubblicato nel sito del Movimento per la Decrescita Felice], fra le variazioni annuali del PIL e quelle delle risorse impiegate per alimentare la spesa sociale, accettando con tutta evidenza e in modo un po’ acritico il predetto “automatismo” di natura mercatista.

Tale legame di diretta proporzionalità è stato però messo opportunamente in discussione da Badiale e Bontempelli nell’altrettanto interessante saggio Due vie per la decrescita [pubblicato in rete, fra l’altro, da Megachip e Come Don Chisciotte], e da loro considerato un autentico errore logico, poiché basterebbe fare quello che i subdominanti politici italiani non faranno mai [siamo essi berluscones o pidiini], cioè colpire con un auspicabile “terrore fiscale” attività inutili e dannose come la pubblicità e la finanza, nonché i grandi patrimoni frutto della speculazione e delle pratiche crematistico-immobiliariste, oppure “tagliarsi drasticamente gli stipendi” e ridurre il loro numero in quanto casta [ben oltre quattrocentomila unità, portaborse compresi], per poter mantenere ad un certo livello la spesa sociale e rallentare la conseguente de-emanicipazione di vasti strati di popolazione, pur a fronte di diminuzioni percentuali del prodotto da un anno all’altro.

Il punto è che quanto precede fa sostanzialmente parte della “terza via”, quella della Decrescita Forzata interna al capitalismo e suscitata dalle sue rinnovate dinamiche, alla quale stiamo andando incontro ad ampie falcate.

Le economie soccombenti seguiranno questa strada, ed in particolare, fra quelle dette “sviluppate”, l’Italia delle cricche miserabili [appalti, affari e politica minore], delle caste vigliacche [PdL, Pd e altre correnti minori del Partito Unico Sistemico], dei furbetti razziatori [immobiliaristi, banche, politica delle corruttele] soggetta alla triplice morsa della finanza anglo-americana affamata di privatizzazioni e infiltrata nell’amministrazione Obama, della concorrenza “emergente” che rappresenta un vero e proprio killeraggio per le attività produttive in loco, ed infine della suboligarchia politica che ormai è senza alcun pudore, gioca allo scoperto e razzia a man salva forse presentendo la fine, possibile già nel medio periodo.

Le scuole senza carta igienica nei bagni e con programmi educativi che tendono drasticamente a ridursi, le manovre per innalzare l’età pensionabile e tagliare le future pensioni, per colpire altresì il pubblico impiego fino a ieri minimamente garantito a differenza dei dipendenti privati, il volutamente mancato sostegno ai redditi dei “ceti medi figli del welfare” novecentesco, le continue riduzioni percentuali nei consumi interni [anche in quelli alimentari o sanitari] e l’impennata del tasso di disoccupazione [a sud sembrerebbe che uno su quattro non ha lavoro né fondata speranza di trovarlo] sono niente altro che segnali dell’avvento della Decrescita Forzata, la quale non è un rispettabile paradigma alternativo al capitalismo – che si può civilmente criticare o condividere – come la Decrescita di Pallante, o ancor di più quella di Badiale e Bontempelli, ma qualcosa di molto concreto, di palpabile, che devasta i rapporti sociali di produzione, comprime i consumi, allontana con spietatezza dall’agognata Merce i subalterni precarizzati, non di rado idiotizzati e “bestializzati”, e che forse sortirà lo storico effetto, attraverso la brutalità dell’impoverimento di massa, di tracciare una strada obbligata per l’uscita dal capitalismo così come noi oggi lo conosciamo.

Eppure, in tale contesto in cui si riduce la qualità umana necessaria per poter impostare azioni collettive di resistenza al capitalismo, c’è chi pensa che sia possibile procedere ad una sorta di “ricostruzione” comunitaria, a partire dalle piccole aggregazioni come il condominio, sostituendo la merce nella forma di circolazione marxiana MDM e di formazione del capitale DMD’ con beni ed anche servizi sociali autoprodotti, togliendo così progressivamente l’acqua al pesce capitalistico.

Scrivono Badiale e Bontempelli in Due vie per la decrescita, prendendo le mosse dal citato saggio di Pallante, che le famiglie potrebbero sostanzialmente “coalizzarsi”, creare una sorta di benefica comunità di condominio o di quartiere che porterebbe gli adulti a lavorare un po’ di meno per occuparsi a turno dei bambini, perché il minor reddito [e il minor PIL conseguente] sarebbe compensato dal minor costo sostenuto, in tal caso quello sostenuto per l’asilo nido, e dall’autoproduzione di un servizio specifico di cui tutti possono fruire.

Si tratta in linea di principio di buone e condivisibili proposte, ma si può realisticamente chiedere, in questa realtà, a chi ha già un reddito insufficiente pur lavorando per l’intero arco della giornata, di ridurlo ulteriormente, lavorando di meno?

La proposta, in questi rapporti di produzione che costringono molti a giostrarsi fra due od anche tre lavori [spesso precari e/o informali] semplicemente per poter sopravvivere, per fare la spesa alimentare, per riuscire a pagare le utenze, per far crescere i figli senza troppe deprivazioni, sembra del tutto irrealizzabile.

E i disoccupati, rimasti senza reddito, schiacciati dall’angoscia e da problemi concreti, costretti non di rado ad indebitarsi con i moderni cravattari e ad accettare lavori saltuari, in nero, senza garanzie, semplicemente per “tirare avanti”, come potrebbero inserirsi in questo discorso?

La minoranza che dispone di risorse, e quindi, almeno teoricamente di un po’ più di tempo, essendo in buona parte del tutto interna al sistema e non di rado condividendone le logiche, non ha simili problemi né se li pone e in tale caso si vale di nurse, baby-sitter e domestici sottopagati.

Le ferree logiche de-emancipatrici del capitalismo del terzo millennio dominano incontrastate nella società, e impongono ad un numero crescente di persone – attraverso la flessibilizzazione di massa, la distruzione/ privatizzazione del sociale, e lo spostamento di risorse dal Lavoro al Capitale – un superlavoro precario e sottopagato.

Ad altri soggetti, minoritari, ascari del Nemico Principale [la Global class] e comunque favoriti dai meccanismi sistemici in atto, da un lato le risorse non mancano certamente, potendo praticare il “consumo personalizzato e di qualità”, e dall’altro lato esprimono l’adesione [per quanto superficiale, egoistica, vile e interessata] al sistema che gli consente privilegi, evasione fiscale, alti redditi reali e benefit vari.

Tanto per portare un esempio, squisitamente italiano, quella squallida figuretta che è la “ministra” berluscones Mariastella Gelmini, in occasione della sua maternità non ha perso l’occasione per esaltare il suo personale “impegno”, anche e nonostante tale circostanza, dando la stura alle “voci” che prospettano per le neomadri lavoratrici una possibilità futura di “sospensione”, in periodo di maternità, con conseguente perdita del reddito.

Infatti, per la berluscones di turno sembra che stare a casa dopo il parto costituisce un “privilegio”, non certo un diritto della neomadre, e che anche in tale caso «bisogna accettare di fare sacrifici».

Moltissime neomadri non godono dei privilegi, dei redditi alti, dei bonus ingiustificati dei quali gode, assieme a quelli della sua specie, la citata “ministra” berluscones, e non hanno valletti e nurse che si occupano dei figli perché non possono permetterselo, ma questo episodio, pur marginale e vagamente idiota [come spesso lo sono le dichiarazioni della stessa Gelmini, incaricata dell’istruzione] rivela tutta la crudeltà sociale dei parassiti subdominanti politici sistemici, mostrandoci qual è oggi il vero volto della liberaldemocrazia.

In passato, un politico minore e cialtrone dell’attuale maggioranza liberaldemocratico-italiota, Gianfranco Rotondi, comodamente insediato al vertice del ministero per l’Attuazione del programma di governo [esiste veramente, non è una battuta …], aveva paventato la soppressione della pausa pranzo per i lavoratori, giudicandola dall’alto dei suoi privilegi «un danno per il lavoro, ma anche per l’armonia della giornata»!

Non è certo da questi miserandi subdominanti politici, siano legati al carro berlusconiano oppure all’amebico cartello elettorale pidiino, che ci si può aspettare un’adesione improvvisa [e sincera] alle logiche descriscite, nonché l’introduzione di conseguenti politiche volte a garantire concretamente i servizi sociali e le opere pubbliche fuori del circuito capitalistico.

La cosa peggiore è che una parte significativa della cosiddetta “opinione pubblica” – un’invenzione liberale per far credere ai subalterni di avere qualche peso nelle decisioni politico-strategiche che li riguardano – effettivamente pensa che se il PIL diminuisce, o si riduce la sua crescita, la spesa sociale deve essere di conseguenza ridotta, mettendo in discussione le risorse dedicate all’istruzione pubblica, cruciali per il futuro della società, e finanche l’assistenza alle puerpere o ai veri invalidi.

Con tutta evidenza e con comprensibile sconforto, si tratta di qualcosa di molto simile al “mistero della fede” medioevale, al dogma religioso che si deve accettare acriticamente introitandolo, e rappresenta niente altro che un effetto rilevante di quel processo che lo scrivente chiama “flessibilizzazione delle masse” [in Nuovi signori e nuovi sudditi, Preve-Orso] e che il filosofo Costanzo Preve definisce brillantemente “idiotismo socialmente organizzato”.

Il pur apprezzabile elogio di Pallante delle famiglie in cui coesistono e vicendevolmente collaborano tre generazioni, con i nonni che si fanno carico dei bambini, partecipano alla loro educazione e garantiscono ai più piccoli un rapporto interpersonale esclusivo, più che rappresentare in tali contesti una possibile resistenza alla mercificazione di tutto [realizzata attraverso l’autoproduzione di un servizio non capitalistico] e un piccolo “grimaldello” per scardinare progressivamente, in modo rivoluzionario, l’ordine imposto dal Capitale Ultimo, ricorda fin troppo quelle “reti amicali e familiari”, chiamate pelosamente in causa dal macellaio sociale e ministro berluscones incaricato del Welfare, Maurizio Sacconi, nel libro verde/ bianco del suo ministero al solo scopo di falcidiare il welfare stesso e trasferirne le spese sulle spalle dei “privati”.

Che la distribuzione di risorse scarse – se tali non fossero, vivremo tutti immersi in un Eden biblico o in una gigantesca Disneyland planetaria – è prima di ogni altra cosa una decisione di natura politica dovrebbe essere ben noto a chiunque, ma la scarsità di risorse, misurata canonicamente dai decrementi o dai minori incrementi del PIL, viene oggi propagandisticamente utilizzata per giustificare trasferimenti di ricchezza dal Lavoro al Capitale Ultimo, dall’economia “reale” alla finanza, dalla società alle élite.

Inoltre e per soprammercato, l’atomizzazione sociale, spinta verso le estreme conseguenze senza incontrare ostacoli, favorisce soltanto la competizione più esasperata fra le persone e non la coesione, ha l’effetto di isolare sempre di più i soggetti e rende difficoltosa una simile collaborazione di natura comunitaria.

L’alternativa sistemica prospettata da Serge Latouche ed in Italia da Maurizio Pallante, è pensata con tutta evidenza nel solco dell’alternativa maussiana del “Dono” [Essai sur le don, del lontano 1925, del grande antropologo e sociologo francese Marcel Mauss] in piena contrapposizione alla mercificazione capitalistica dei rapporti sociali, e costituisce una rispettabile alternativa all’individualismo di matrice liberale pur con un occhio rivolto al passato che però richiederebbe, per essere pienamente operante, una forte coscienza sociale [per intendersi, almeno simile alla coscienza di classe che animava i proletari nel precedente ordine], l’affermazione di una diversa cultura e solidarietà diffuse fra i subalterni, che oggi drammaticamente mancano, come tutti possono facilmente constatare fin nel loro quotidiano.

In Latouche e in Pallante vi sono indubbiamente gli echi delle economie precapitalistiche – indagate da Marcel Mauss – quelle civiltà anteriori definite nel nostro mondo culturale, con un’ingiustificata ombra di disprezzo, arcaiche o addirittura primitive, e vi è, quindi, la velata intenzione di riferirsi a certi loro meccanismi di funzionamento – del tutto estranei alle attuali logiche mercificanti dei rapporti sociali – che sicuramente hanno un’origine “premoderna” [dal Potlach degli indiani nordamericani alle civiltà della Polinesia e della Melanesia], consentendo di rimodellare le reti di relazioni sociali del tutto al di fuori di quella che è la sostanza del rapporto di produzione capitalistico.

Del resto, se la cosiddetta Modernità altro non è che un sapiente mascheramento dell’autofondazione dell’economia capitalistica su se stessa [Costanzo Preve] – e quindi una sorta di involucro all’interno del quale si celano, nell’essenziale, lo scambio mercatile e la creazione del valore finanziario – una via per superarla, almeno su un piano teorico, potrebbe essere quella di un “ritorno al passato” al fine di ricostruire il futuro su ben altre basi, come emerge da un certo paradigma decriscista.

Si leggano i seguenti giudizi di Marcel Mauss, relativi alla società capitalistica [nella fattispecie, d’inizio novecento] in rapporto alla supposta persistenza dello spirito del dono: «Une partie considérable de notre morale et de notre vie elle-même stationne toujours dans cette même atmosphère du don, de l’obligation et de la liberté mêlés. Heureusement, tout n’est pas encore classé exclusivement en termes d’achat et de vente. Les choses ont encore une valeur de sentiment en plus de leur valeur vénale, si tant est qu’il y ait des valeurs qui soient seulement de ce genre.»

Tutto non è ancora perduto, sembrava affermare negli anni venti del Novecento il grande studioso francese, perché non tutto è ancora mercificato, meramente riducibile nei termini di acquisti e vendite delle merci capitalistiche, permanendo nella vita umana il dono [il ricevere], l’obbligazione a restituire e la libertà nel farlo [il rendere].

Anche l’autorevole Serge Latouche ha affermato che una parte importante della nostra morale e della nostra vita risiede nell’atmosfera del dono, dell’obbligo e della libertà, evocata a suo tempo da Mauss, pur andando oltre il nostalgismo dell’autore di Essai sur le don, e giungendo a definire il dono come un principio attivo sempre vivente nella realtà occidentale.

Ebbene, nonostante le fiducie di Pallante e dei decriscisti “felici” che distinguono diligentemente fra il bene, oggetto del dono, e la merce scambiata contro denaro, fra l’occupazione capitalistica e il più nobilitante lavoro – fiducie alle quali non sono certo estranee le parole di Mauss qui riportate e tanto più la visione latoucheana –, si osserva come il capitalismo del terzo millennio ha quasi completamente azzerato questi spazi residui, più consistenti nell’altro secolo ed in quello precedente, e il rapporto sociale capitalistico è penetrato in ogni dove, tanto che possiamo tristemente affermare, con i versi già datati del cantautore Gianfranco Manfredi, «Ma è la merce che ci è entrata nei polmoni/ e ci dà il suo ritmo di respirazione/ il lavoro non ci rende mica buoni/ ci fa cose che poi chiamano “persone”» [Dagli Appennini alle bande, in Zombie di tutto il mondo unitevi del 1977].

La mercificazione dei rapporti sociali, che si accompagna alla sussunzione al Capitale dell’intero tempo di vita dell’uomo e di ogni spazio non economico, sembra che stia per raggiungere il punto di non ritorno, in un ordine che può essere efficacemente scosso soltanto dal violento choc, congiuntamente provocato dalla lunga crisi globale, che tende a diventare un assetto capitalistico, e dai processi di de-emancipazione/ distruzione del welfare in atto.

Diversamente da Pallante, Badiale e Bontempelli pensano ad una più “moderna” e originale attuazione del dono, almeno in apparenza molto più legata alle contingenze ed alle situazioni sociali in cui tutti viviamo, e credono possibile, in questa realtà, individuare spazi che diremo “neocomunitari”, vere e proprie zone franche esterne alla mercificazione capitalistica, per avviare autoproduzioni alternative di beni e di servizi.

Una domanda di cruciale importanza a questo punto, però, dovrebbe essere posta: si può nel concreto sviluppare, in forme classiche “maussiane” od anche e soprattutto in forme nuove, la reciprocità del dono, nell’autoproduzione invocata sia da Pallante sia da Badiale e Bontempelli con il proposito di sostituire la merce capitalistica, se gli individui sono isolati, “flessibilizzati” e deprivati persino dei necessari e più elementari legami solidaristici?

A chi legge la risposta.

Tornando alla “terza via” per la decrescita e volendo essere un po’ ironici – con lo scopo di allentare la tensione e non mancando di avvertire che da qualche tempo si vive forzatamente in decrescita – notiamo che i segnali ci sono già praticamente tutti: è recente la notizia che la crisi “morde” alle terga anche il business delle vacanze e che il quarantasei per cento degli italiani, presumibilmente in ambasce e forzatamente in decrescita, resterà a casa per la stagione estiva, se possiamo fidarci dei dati diffusi da Federalberghi.

Fuor di battuta, la riduzione dei consumi di massa che è già da tempo palpabile, in Italia come in molta parte dell’Europa, per ora non sembra portare ad una “presa di coscienza” generale della vera natura di questo sistema e degli effetti devastanti che potrà comportare la prosecuzione delle sue dinamiche.

Altra osservazione importante è che lo slogan decrescista di Maurizio Pallante, “meno Stato e meno Mercato”, si combina con la considerazione che il Welfare State nasce all’interno del capitalismo, è un suo prodotto e come tale andrebbe superato assieme al PIL e al paradigma della crescita capitalistica illimitata.

E’ vero che la stessa visione socialdemocratica è nata all’interno capitalismo, come sostiene Pallante, e perciò non può che legare lo slogan che la caratterizza – “meno Mercato e più Stato” – alla crescita ininterrotta del PIL onde disporre di maggiori risorse da dedicare al sociale, per una falsa emancipazione di massa inserita nelle logiche del capitale, ma interrompere o diminuire questa erogazione di risorse, a fronte di una riduzione delle entrate fiscali e/o attraverso controriforme de-emancipatrici, come accade oggi, non può che sconvolgere il tessuto sociale, provocare sofferenze crescenti fra i subalterni – che per lo scrivente hanno un “diritto naturale” al reddito e all’assistenza, anche se non occupati! – e innescare conflittualità esasperate, finanche sanguinose.

Applicare lo slogan decriscista-pallantiano “meno Stato e meno Mercato” in assenza di un pieno superamento sistemico e dell’affermarsi di una nuova prospettiva storica, equivale a buttare a mare immediatamente i nuovi e vecchi poveri, gli “incapienti”, i malati, i disoccupati cronici, i vecchi con pensioni che approssimano i seicento euro mensili, le famiglie numerose a basso reddito, e molti altri ancora, tanto che si può ironicamente affermare che almeno i liberisti “più moderati” ipotizzano, in sostituzione del welfare, il più limitato e meno “costoso” workfare di matrice anglosassone, mentre Pallante propone soluzioni ben più spicce e radicali …

Come si è constatato in precedenza, anche la soluzione proposta da Badiale e Bontempelli, nell’esempio dell’autoproduzione collettiva dei servizi sostitutivi dell’asilo a pagamento quale forma di welfare alternativo extrasistemico, non regge davanti a questa realtà sociale, caratterizzata da atomizzazione, competizione reciproca e distruzione dei vincoli solidaristici.

L’unica cosa che sembra concretamente in atto e drammaticamente possibile – come si può facilmente constatare ogni giorno, semplicemente guardandosi intorno, a meno che non si faccia parte dell’area del privilegio “politico” subdominante, o ancor peggio, del mondo elitistico-globalista – è proprio la Decrescita Forzata pauperizzante e de-emancipatrice, che si accompagna ad una crescente Infelicità, intesa come distruzione progressiva delle future aspettative di miglioramento per larga parte della popolazione.

Si può interamente concordare su un punto, con Badiale e Bontempelli, e cioè che la cosiddetta religione della crescita, la quale fa il paio con l’ideologia del progresso e giustifica la “tirannia” del PIL, è del tutto interna al rapporto sociale capitalistico e non può essere superata se non si supera questo ultimo.

Non si può sperare, allo stato attuale delle cose, in una diffusione capillare di paradigmi alternativi – quale è o dovrebbe essere quello decriscista – all’interno della società di mercato capitalistica se non si verifica una precipitazione verticale della situazione, un peggioramento continuo, rapido ed evidente delle condizioni di vita della maggioranza, il che riporta all’azione devastante, sul piano sociale e su quello della tenuta istituzionale, della Decrescita Forzata, che questa volta potrà non risolversi in una “distruzione creatice” di tipo schumpeteriano, con ulteriori metamorfosi atte a rinnovare i rapporti sociali in senso capitalistico, ma potrà forse aprire la strada al nuovo, mostrando finalmente la via d’uscita, e questo proprio dall’interno del sistema, nei suoi specifici rapporti sociali.

Fatte queste debite considerazioni, preciso [se mai fosse ancora necessario] che la Decrescita Forzata e Infelice rappresenta un percorso irto di ostacoli, gravido di sofferenze nel corpo sociale e di rovine visibili ed invisibili nella società, il cui approdo resta comunque incerto, potendo condurci fino all’estremo limite del disastro finale, della dissoluzione completa delle istituzioni reificate e dell’ordinamento sociale.

Esiste tuttavia la possibilità che una simile situazione favorisca il moltiplicarsi dei “risvegli”, nella parte ancora sana e non completamente obnubilata/ idiotizzata dell’”opinione pubblica”, e la generale presa di coscienza che il “progresso” capitalistico, così come concretamente oggi si configura, altro non è se non un vicolo cieco, al fondo del quale si può già osservare una grande fossa comune, che inghiottirà democraticamente ex borghesi ed ex proletari, ex ceti medi ed operai, disoccupati, precari e parasubordinati, formalmente e concretamente sacrificati per un improbabile “recupero del PIL”, in osservanza del rispetto dei parametri di Maastricht.

Nessuno può escludere che l’approdo di lungo o lunghissimo periodo, dopo l’azione devastante della Decrescita Forzata e l’insorgere di drammi individuali e collettivi, sia la Decrescita di cui parlano con convinzione e buona fede i nostri teorici alternativi – Pallante, Badiale, Bontempelli – ma non si può neppure escludere che prima di giungere ad un simile, ipotetico cambiamento culturale e di immaginario, ad una piena ricostruzione della rete di rapporti sociali non più fondata sull’inganno del valore di scambio e della creazione finanziario/ crematistica del valore – che potrebbe ben richiedere tempi più che storici –, si renderà necessario instaurare una dura, ma necessaria, centralizzazione rivoluzionaria del potere di stampo quasi “polpotiano”, nell’urgenza di impedire l’avvento di un “medio evo senza fine” e delle conflittualità [a quel punto] tribalistico-endemiche, prodotto dell’impoverimento generalizzato, dell’imperante caos politico e sociale, della disgregazione delle istituzioni statuali e della stessa società.

Quello che né Maurizio Pallante e i decriscisti convivial-felici né Badiale e Bontempelli, decriscisti più problematici e dubbiosi, hanno finora debitamente evidenziato è che nessuna rivoluzione, pacifica o combattuta, può avere luogo se non si individua esattamente il Nemico da combattere, nella sua veste sociale, politica e culturale, se non si penetra il “nucleo sistemico” spaccandolo, se non si sviluppa, accanto alla necessaria ideologia di legittimazione rivoluzionaria, una vera e propria coscienza di classe diffusa fra i subalterni che subiscono il potere, e se non si forma un’avanguardia determinata e coesa che si pone alla loro guida.

Nessuna Rivoluzione degna di questo nome è possibile se non maturano le condizioni storiche, culturali e sociali che la rendono una via praticabile di cambiamento epocale, e un grande moto collettivo vittorioso.

Perciò la Decrescita – qualunque veste teorica gli si vuole dare ed anche come la intendono i citati intellettuali – può forse rappresentare una prospettiva storica che richiederà tempi lunghi, o meglio, lunghissimi e ultrasecolari per concretarsi in nuove reti di rapporti sociali ed economici, rinnovando le società umane dalle fondamenta, mentre la Decrescita Forzata e Infelice, prodotto “naturale” ed esito sociale del Capitalismo Transgenetico Finanziarizzato del terzo millennio, è già pienamente operante in questo primo scorcio di secolo e fa sentire i suoi morsi ai subalterni, ai vecchi e nuovi poveri, alle soggettività della nascente ed estesa Pauper class capitalistica.

 

 

Decrescita Forzata e Infelice di Eugenio Orsoultima modifica: 2010-07-26T16:10:00+02:00da derosse
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