Fenomeni storici di antagonismo nelle società umane precapitalistiche

Presento nel blog la prima parte di un mio studio riguardante l’antagonismo sociale nel mondo antico scritto per il saggio Insurrezione e Rivoluzione [Lineamenti e tecniche per la Nuova Rivoluzione].

Fenomeni storici di antagonismo nelle società umane precapitalistiche

 

Parte prima: Greci, Romani e schiavi in rivolta

Un excursus storico esaustivo del fenomeno dell’antagonismo nelle società umane classiste precapitalistiche – con diretto riferimento al mondo dei Greci e dei Romani – richiederebbe, come dovrebbe essere a tutti ovvio, un libro a sé stante diviso in parecchi tomi, e quindi un’opera che non sarebbe esagerato definire monumentale, ma per gli scopi perseguiti dallo scrivente nella presente elaborazione sarà sufficiente indagare alcuni di questi fenomeni, i più significativi e noti dei tempi antichi, dall’epoca degli Elleni alla società romana, per dare un fondamento storico al discorso relativo a Insurrezione e Rivoluzione, introdotto nel primo capitolo, e soprattutto per fissare le necessarie discriminanti, culturali, sociali e politiche, fra i più antichi sommovimenti e le attuali prospettive insurrezionali e/o rivoluzionarie.

Sembra inevitabile partire, storicamente, dalla ben nota vicenda di Spartaco e del così detto bellum spartacium, altrimenti chiamato bellum servile, ossia dalla guerra del potere romano repubblicano del primo secolo avanti Cristo contro Spartaco e gli schiavi in rivolta che lo seguivano, un conflitto senza quartiere che ha generato un’ampia letterura a partire dal mondo culturale antico [Plutarco, Appiano, Livio, Sallustio, Fozio, eccetera], ponendo fin da quei tempi il problema dell’humanitas e del difficile, controverso rapporto fra i liberi e gli schiavi.

Si trattò sostanzialmente di una guerra breve, molto sanguinosa, costellata di saccheggi e di esecuzioni, i cui eventi sostanzialmente coprono il periodo dal 73 al 71 a.C., ma fu una guerra decisamente “atipica” per come si era sviluppata e drammatizzata, rischiando di compromettere il controllo delle élite del tempo sull’intera società, e si concretizzò in un aspro confronto non facilmente inquadrabile nelle tipologie classiche di conflitto allora conosciute e codificate dai cronisti, che portava inevitabilmente all’attenzione generale la condizione “servile”, cioè la condizione di schiavitù in cui era costretta una parte significativa del genere umano, affinché l’altra potesse prosperare ed evolversi.

La vera storia del trace Spartaco – gladiatore per diletto dei liberi e infine istruttore di gladiatori in una scuola di Capua, nato come umile figlio di pastori e in seguito ausiliario nell’esercito romano, disertore per le vessazioni subite e per questo ridotto in schiavitù sulla base delle leggi di quel tempo e della pratica della diffusa dello schiavismo – è stata in seguito trasfigurata nella leggenda, utilizzata simbolicamente e politicamente nella prima metà del Novecento dai moderni antagonisti, come nel caso della Lega di Spartaco del 1919, in Germania, fondata dalla grande intellettuale marxista Rosa Luxemburg, fino a diventare un redditizio soggetto cinematografico con Kirk Douglas e Stanley Kubrik.

Ma dietro la storia di Spartaco e della più nota, estesa ed insidiosa rivolta di schiavi del mondo antico alla quale Crasso e Pompeo alla fine riuscirono a venire a capo, si celava pur sempre una condizione sociale ed umana intollerabile, di diminuzione e sfruttamento integrale, che in forme talora nuove ed inedite, adattate subdolamente ai nuovi contesti culturali e sociali, talaltra in forme che addirittura bene approssimano quelle “classiche”, all’inizio del terzo millennio è ben lungi dall’essere completamente scomparsa.

Il primo secolo avanti Cristo fu per il sistema di potere romano e per la società antica tutta, a partire dall’italica penisola, una sorta di “banco di prova” storico, perché si susseguirono, nella prima metà di quel secolo, la guerra sociale che estese la cittadinanza ed il conseguente status alle popolazioni italiche, la guerra civile fra Mario e Silla, che portò alla dittatura di quel Lucio Cornelio Silla il quale era formalmente il rappresentante dell’aristocrazia ma che dopo la vittoria sul partito democratico si rivelò un autentico despota terrorizzando gli stessi patrizi, e infine la “grande guerra servile” [detto con il senno di poi], che riuscì a mettere in pericolo gli assetti del potere schiavistico, nel crepuscolo della repubblica, e che si concluse drammaticamente con la sconfitta degli schiavi e dei loro capi, fra i quali il più noto, certamente il più “simbolico” ma non l’unico [alcuni erano galli, come Crisso] fu inequivocabilmente Spartaco.

Queste tre guerre, sviluppatesi e risoltesi nell’arco di pochi anni durante la prima metà dell’ultimo secolo dell’era pre-cristiana, furono conflitti squisitamente interni al sistema di potere di Roma – e perciò ancora più problematici e insidiosi rispetto alle guerre con un nemico esterno – ed avevano una natura e un’origine profondamente diversa l’uno dall’altro, pur potendoli inquadrare per linee generali nel processo storico di trapasso dalla Repubblica all’Impero:

 

1)     La guerra sociale fu uno scontro fra liberi in cui una parte, quella italica allora “ausiliaria”, voleva semplicemente la cittadinanza, con tutti i vantaggi conseguenti [compresa la paga del legionario, superiore a quella degli altri soldati non cives], e non metteva certo in discussione dalle fondamenta il sistema di potere romano [che anzi aveva adottato anche nell’organizzazione militare, avendo nominato addirittura i propri consoli] riconoscendolo sostanzialmente come proprio. Inutile precisare che la guerra si concluse con una vittoria incerta dei “conservatori” romani, ma portò all’estensione della cittadinanza romana alla controparte italica.

 

2)     La guerra civile fu nel contempo un confronto fra “partiti” dell’epoca, del tutto interni alla società romana [in quella occasione l’importante famiglia della Gens Giulia era schierata con i “democratici”, cioè con la parte perdente sul campo di battaglia, tanto che il giovane Giulio Cesare fu costretto a rendersi “irreperibile” per non subire conseguenze], e fra le personalità forti che guidavano questi due partiti – Mario e Silla –, una guerra dal quale emerse sostanzialmente un dittatore, una figura autoritaria come quella di Lucio Cornelio Silla che rivelò, alla fine, di rappresentare principalmente sé stessa piuttosto che i ben più articolati interessi dell’aristocrazia.

 

 

3)     La guerra servile contro Spartaco quale simbolo di un concreto riscatto degli schiavi partito da loro stessi e non da qualche autorità “benevola”, infine, che ebbe una natura molto diversa e decisamente anomala rispetto agli altri due conflitti, di difficile definizione e di un certo imbarazzo per gli stessi romani, al punto che una fonte autorevole come Plutarco [ci avverte Luciano Canfora nel suo brillante saggio Spartaco, Marx e Mommsen] ha fatto ricorso all’escamotage di indicare la guerra con il nome del nemico affrontato [“guerra contro Spartaco”], per non essere costretto a definirla e quindi a metterne in luce i veri moventi, con la spiazzante verità che gli schiavi si sono comportati, in quella tragica occasione di conflitto, esattamente come i liberi e non come “bipedi umanoidi” quali si voleva far credere che erano, costituendo le proprie armate ed affrontando le coorti e le legioni sul campo di battaglia. Ma quello che dobbiamo chiederci, in ragione degli scopi di questo modesto studio, è quali furono le motivazioni più profonde degli schiavi ribellatisi, e dei capi che li guidavano, e quale spirito animò questa e numerose altre rivolte di non liberi, costretti talora in uno stato di animalesca e intollerabile cattività.

 

L’indispensabile premessa è che le rivolte di non liberi hanno precedenti molto più antichi della guerra servile spartachista, fin dall’affermazione della civiltà degli Elleni e delle Città-Stato greche, con la famigerata diffusione della “schiavitù per debiti” ed anche della pratica di riduzione alla condizione di schiavo dei prigionieri di guerra, affermatasi in epoche più arcaiche e mai abbandonata, allo scopo molto concreto di procurarsi braccia per il lavoro e per poter operare il conseguente sfruttamento di ampie, se non assolutamente maggioritarie fasce di popolazione, come avvenne nel caso storico degli Iloti a Sparta, né propriamente debitori insolventi né prigionieri di guerra, ma comunque privati dei diritti e costretti al lavoro servile, o più propriamente nei fatti ridotti a schiavi.

Come evidenzia con estrema chiarezza Romolo Gobbi nel suo interessante saggio Schiavitù dell’agricoltura, gli iloti in rivolta – nei fatti assimilabili per la loro condizione agli schiavi, ma nella fattispecie di proprietà dello stato che li assegnava ai membri del gruppo dominante come se si trattasse di una semplice “concessione” – hanno costituito un serio problema per l’entità spartana caratterizzata da una forma di comunismo aristocratico/ castale di derivazione dorica, particolarmente in occasione di una grande rivolta degli stessi nel quinto secolo, scoppiata nell’anno 464 a.C., per sedare la quale Atene inviò intorno al 462 a.C. un corpo di spedizione costituito da opliti.

Atene non aiutò di certo Sparta per sopraggiunta amicizia nei confronti della rivale, ma per una sorta di “solidarietà classista” fra proprietari di schiavi, e con tutta probabilità per impedire che la rivolta si estendesse minacciosa ben oltre i confini della Città-Stato avversaria.

Il ricorso al lavoro schiavo [o servile, il che in certe condizioni storiche era praticamente la stessa cosa] si è affermato all’interno del mondo antico [dai Greci ai Romani], a mio sommesso avviso per tre ordini di motivi principali, intimamente legati alla natura e al funzionamento della società di allora, motivi che elenco di seguito con l’avvertenza che il terzo ed ultimo punto non è certo il meno importante fra i tre, ma costituisce il dato materiale che ha influenzato, a sua volta, l’evoluzione degli aspetti culturali e lo sviluppo sul piano sociale:

 

1)     Il ruolo del tutto secondario, quasi “spregevole”, che rivestiva il lavoro umano e l’estrema svalorizzazione delle indispensabili mansioni lavorative quotidiane, in agricoltura, all’interno della casa come nelle miniere. L’attività lavorativa era considerata necessaria per la produzione delle basi materiali della vita associata, ma non certo degna dei liberi, i quali solitamente si dedicavano ad altro, ad attività più nobili ed “alte” per potersi compiutamente realizzare, quali erano, in effetti, per gli uomini di allora la Filosofia, la Politica, l’Arte, la Guerra. Ad un certo punto della storia antica ci fu una svolta, un cambiamento culturale profondo i cui elementi erano probabilmente già presenti in forma embrionale nelle comunità arcaiche, se è vero che ancora nel VIII secolo a.C. Esiodo scrisse un celebre poema in esametri, dal titolo Le opere e i giorni, nel quale proclamava per l’uomo [in quella circostanza rappresentato dal fratello Perse] la necessità del lavoro, anzi, faceva apertamente l’elogio del lavoro e della giustizia sociale, in quanto sola via per vivere dignitosamente ed acquisire il favore degli dei [il lavoro inteso come etica imposta all’uomo dagli dei]. Ma purtroppo, a dispetto di Esiodo e della sua apprezzabile apologia del lavoro onesto e libero, per alimentare i sempre maggiori flussi di prodotti agricoli e di materie che consentivano l’esistenza e l’espansione delle Città-Stato elleniche, migliorando progressivamente la “qualità” della vita urbana a vantaggio dei cittadini nella pienezza dei diritti, si resero necessarie masse sempre più grandi di schiavi, possedute sia dai “piccoli produttori indipendenti” dediti ancora, in buona sostanza, all’autoconsumo delle produzioni [una o due unità servili, in media, per ciascun libero] sia e soprattutto dai grandi proprietari che accrescevano il loro potere sul resto della società e nel contempo estendevano la loro influenza politica. Grandi masse di schiavi possedute significavano maggiori volumi di produzione e, come conseguenza non trascurabile, maggior potere e prestigio all’interno dell’organizzazione sociale. Per quanto riguarda la svalorizzazione del lavoro umano, quale attività non degna dei “liberi” ma affidata ad “invisibili” senza diritti, ravvisiamo qualche inquietante analogia con quanto sta avvenendo oggi, in un quadro culturale, sociale, politico di affermazione del capitalismo del terzo millennio e nel pieno di un vero e proprio “cambiamento di Evo”, che porta a “declassare” il lavoro sia culturalmente sia per quando riguarda le sue condizioni materiali, nei concreti rapporti sociali di produzione. Non a caso il lavoro schiavo dai lineamenti classici [addirittura precapitalistici] non è per niente scomparso, in questo esordio del ventunesimo secolo, mostrando anzi una preoccupante ripresa, e nuove e più “sottili” forme di schiavitù alienante si stanno affermando nelle società cosiddette sviluppate o avanzate, come ad esempio il neoschiavismo precario suscitato dalla diffusione del lavoro flessibile e sottopagato [vedi in proposito Eugenio Orso, Alienazioni e uomo precario]. Tornando per un attimo e in conclusione del discorso al mondo antico, la situazione di declassamento integrale del lavoro, da riservarsi a “non umani” o “disumanizzati” nelle piccole proprietà dei produttori indipendenti come nel grande latifundium, ha connotato, in seguito, il sistema ellenistico-romano della villa connesso al latifondo, caratterizzato dalla commercializzazione delle produzioni e dal ricorso massiccio al lavoro schiavo, e quello successivo del colonato medioevale, rivelandoci da questo punto di vista una sostanziale e ferale continuità storica.

 

2)     Una visione della comunità e della partecipazione politica – per gli ateniesi specificamente della democrazia diretta quale manifestazione della sovranità comunitaria – che escludeva larghe fasce di popolazione, interne al sistema e necessarie per la sua riproduzione, e che riservava la pienezza dei diritti sostanzialmente a minoranze privilegiate. Non tutti coloro che non avevano pienezza di diritti, a partire da quelli afferenti la partecipazione alle decisioni politiche della comunità, erano schiavi, naturalmente, perché non lo erano i cosiddetti meteci [metoikoi, cioè “vicini”] in Atene e nell’Attica, stranieri o figli di stranieri e non di autentici cittadini non soggetti agli stringenti vincoli servili, ma esclusi dalla proprietà immobiliare pur potendo intraprendere liberamente attività commerciali e artigianali, e formalmente schiave non erano le donne, le quali risultavano però “invisibili” negli ampi spazi politici e di elaborazione culturale che caratterizzavano quella società classista e maschilista. Ma la vera e propria condizione schiavile/ servile è fuor di dubbio che in certe circostanze storiche ha riguardato la maggioranza della popolazione, come nel caso di quella Sparta caratterizzata da un modello “comunistico” della classe dominante alternativo a quello ateniese, in cui gli spartiati, i veri liberi che animavano la comunità e ne decidevano le sorti, erano appena poche migliaia a fronte di circa duecentomila iloti.

 

3)     Il basso livello tecnologico che coesisteva con un alto livello culturale, in un mondo già caratterizzato dal progressivo superamento dell’economia di autoconsumo e da un certo grado di divisione del lavoro, in cui incrementi di produzione [anzitutto agricola e mineraria] a sostegno dell’espansione della città e del miglioramento delle condizioni di vita nella Polis, dovevano essere supportati essenzialmente dall’impiego e dallo sfruttamento, con metodi spicci e brutali, dell’energia animale e di quella umana. Sono evidenti gli effetti della contraddizione fra un basso livello tecnologico [ed un basso livello di sviluppo delle forze produttive] combinato con un elevato livello di elaborazione culturale e del pensiero, che imponeva un ampliamento degli orizzonti anche in termini di qualità ed agiatezza della stessa vita materiale, almeno per le sparute classi dominanti e i liberi, in presenza di una crescita della Polis e di un concreto sviluppo urbano in buona sostanza dipendenti dall’esterno, quanto alle crescenti risorse materiali che lo sostentavano e che la città avidamente fagocitava. Era perciò inevitabile, all’interno di quel particolare contesto culturale, economico e tecnologico, ridurre ipocritamente e cinicamente una larga fetta di umanità a ominidi, ad animali o ad autentici oggetti, per poter estrarne energia e lavoro in quantità sempre maggiori a basso costo senza dover affrontare fastidiosi ed insidiosi “problemi di coscienza”, con pesanti implicazioni politiche, filosofiche e sociali. La crescita materiale ed economica di allora, in breve, non poté che fondarsi sullo sfruttamento dell’energia e del lavoro umano [e animale]. Uno dei numerosi termini greci anticamente usati per indicare lo schiavo era soma, che propriamente aveva il significato di corpo, come a voler escludere, o meglio, a voler esorcizzare la possibilità che gli “oggetti” impiegati nei lavori materiali potessero avere un’anima e un’intelligenza. Se lo schiavo per l’ipocrisia dei liberi era niente di più che un corpo senz’anima, l’uomo, al contrario, era psyché, cioè anima. Questa fu la terribile sostanza e la forse la principale contraddizione del mondo degli antichi greci, che caratterizzò anche la successiva età romana. Un mondo per molti versi apprezzabile, come lo fu sicuramente nel campo del pensiero speculativo e “prescientifico” e della Filosofia, in quello della Creazione Artistica e del Teatro, ma per altri versi, determinati come in tale caso sul piano sociale e dell’etica, simile ad un inferno in terra al quale moltissimi erano condannati senza colpa alcuna. Se in epoche precedenti a quella degli Elleni gli uomini non potevano dirsi propriamente e concettualmente “liberi” [vedi in proposito la condizione umana di sostanziale e generalizzata illibertà negli antichi imperi d’oriente], nell’organizzazione della Polis e nei suoi spazi la piena libertà era sì garantita, ma soltanto a minoranze più o meno sparute ed investite del “privilegio” che l’evoluzione storica, culturale ed economica aveva favorito.

 

I “moti” servili o schiavili, che potevano esplodere improvvisamente come le moderne insurrezioni, o addirittura in casi ben determinati sembravano assumere alcune caratteristiche più profonde e destabilizzanti, per il potere vigente, che tipicamente connotano il processo rivoluzionario, rispetto all’Insurrezione e alla Rivoluzione come oggi noi possiamo intenderle hanno un’origine, una natura ed una giustificazione storica profondamente diverse, per cui è consigliabile una certa cautela nell’istituire paragoni troppo stringenti, come talora è accaduto, paragonando ad esempio la Guerra di Spartaco alla Rivoluzione Bolscevica e Proletaria.

Nel mondo romano posteriore a quello delle Città-Stato degli Elleni, destinato a sviluppare storicamente il sistema schiavista, le rivolte di schiavi continuarono ed ebbero una certa risonanza, giunta fino ai giorni nostri, e una relativa pericolosità a partire dal secondo secolo a.C, con le rivolte di schiavi in Sicilia ed in particolare con il grande sommovimento scoppiato fra il 138 e il 136 a.C., in quella Trinacria che già nelle epoche precedenti era nota come terra di schiavi abbondantemente impiegati nelle produzioni agricole, specificamente in quella del grano che rappresentava la maggiore e la più nota produzione dell’isola.

A quel tempo, in Sicilia abbondavano e si moltiplicavano i mercati di andrapodon legati alla remunerativa produzione di grano ed al sistema del latifundium, e il trattamento riservato agli schiavi non era neanche lontanamente paragonabile al trattamento, giustamente delicato ed affettuoso, pieno di premure, che noi oggi assicuriamo ai nostri animali domestici, non solo perché questi uomini che avevano perso la libertà a causa delle guerre o dei debiti non ricevevano vestiti e non erano nutriti a sufficienza, ma anche perché si praticava abitualmente la marchiatura come segno indelebile della proprietà, non di rado si tenevano in ceppi o si uccidevano barbaramente se si rivoltavano, e si stabilivano per loro carichi di lavoro insostenibili.

Fu Diodoro Siculo di Agira che tramandò, in buona sostanza, le notizie relative a questa vicenda giunte sino a noi, e lo storico romano pur non potendo approvare il comportamento ribelle degli schiavi perché i suoi referenti politici e sociali non avrebbero di certo apprezzato, cercò almeno di comprendere i motivi profondi della rivolta, cosa che probabilmente non fu molto difficile, date le condizioni bestiali in cui erano costretti a vivere, alla fine del secondo secolo a.C., gli schiavi impiegati nelle attività agricole in Sicilia.

La rivolta fu capeggiata da Euno, un siro che praticava la magia e al quale una dea apparve in sogno rivelandogli che sarebbe diventato re.

Euno si mise alla testa di una rivolta in cui in prima fila c’erano prigionieri di guerra, come lui ridotti in schiavitù, e riuscì a conquistare la città di Enna, diventane re esattamente come nel sogno.

In seguito, aderirono al nuovo regno anche gli schiavi dell’agrigentino e il numero dei rivoltosi salì velocemente ad alcune centinaia di migliaia, sopraffacendo le guarnigioni romane dell’isola, tanto che Roma dovette inviare il console Rupilio con le sue legioni per sedare definitivamente la ribellione schiavile, cosa che Rupilio fece con successo subito dopo la riconquista della strategica Taormina.

Nel caso della prima guerra servile – che fu effettivamente una guerra, data l’ampiezza dei sommovimenti e dato che gli schiavi proclamarono addirittura un regno in Sicilia, sconfiggendo inizialmente le coorti romane presenti nell’isola – sono assenti veri e propri elementi di coscienza sociale [abolizione della schiavitù, uguaglianza fra gli uomini, pienezza di diritti per tutti gli esseri umani, eccetera], non vi è traccia di un programma politico alternativo [di un’”alternativa sistemica radicale”, con un linguaggio contemporaneo non proprio bellissimo] e dominano inevitabilmente elementi di natura mitologico-religiosa, nel mantenimento sostanziale delle vecchie strutture di potere: infatti, Euno, che ha avuto una significativa “visione” in cui gli è comparsa una dea predicendogli una sorte regale, ha fondato un effimero regno con capitale Enna – finito in pochi anni, nel 132 a.C., con l’intervento di Rupilio –, il quale è stato retto da un monarca riconosciuto [lo stesso Euno] ed è diventato per gli schiavi liberati, che avevano diligentemente provveduto a trucidare i padroni nell’area, una sorta di “nuova Siria”.

Il ricordo della prima guerra servile è stato rinverdito, un trentennio dopo, da un’altra rivolta di schiavi nella stessa Sicilia che imperversò dal 104 al 101 a.C., di dimensioni inferiori alla precedente ma ugualmente insidiosa, in cui il capo degli schiavi sollevatisi contro gli spietati padroni, tale Atenione, era un astrologo e un amministratore delle proprietà dei suoi ricchissimi “possessori” [quindi non un umile lavorante costretto alla fame e ai ceppi] che seguì con tutta evidenza l’esempio del siro Euno, rivelando, grazie alle sue conoscenze astrologiche, che per volontà degli dei sarebbe diventato re.

Ma gli schiavi in quella occasione di riscatto ebbero ben due re come guida, a testimonianza della confusione, dell’assenza di pianificazione e delle divisioni che segnavano queste pur legittime rivolte, perché accanto ad Atenione vi fu un certo Salvo che si proclamò a sua volta re con il nome di Trifone, combattendo i romani fino alla sua definitiva sconfitta e a quella di Atenione.

Anche in tal caso, come nel precedente, mito, tradizione religiosa, una generica volontà di vivere liberi in condizioni materiali meno disumane, ed il ricordo delle terre natali in cui gli schiavi ribelli liberi lo furono veramente, hanno pesato in modo determinante sull’intera vicenda, dagli inizi fino all’epilogo cruento, ponendo in evidenza le incommensurabili differenze con i moti rivoluzionari moderni, in cui la coscienza sociale e una visione politica di alternativa sistemica animano quanto meno le élite rivoluzionarie, se non la “massa di manovra” da queste diretta.

Ultimo venne Spartaco, con la cosiddetta terza guerra servile [tertium bellum servile], o guerra di Spartaco [bellum Spartacus], od ancora guerra contro Spartaco [bellum Spartacium], che scosse almeno un poco le solide fondamenta del potere romano mettendone in pericolo l’ ordine sociale.

L’epopea degli schiavi di Spartaco, in parte significativa di origine celto-gallica e germanica, fu comunque diversa da quelle degli schiavi in Sicilia, non soltanto per la maggiore ampiezza e rilevanza dei moti, per l’ampio raggio degli spostamenti delle masse armate servili che percorsero letteralmente la penisola dalla Campania verso la Gallia [dalla quale Spartaco avrebbe potuto raggiungere la Tracia], invertendo d’improvviso la marcia e arrivando fin nelle vicinanze di Roma, per poi ridiscendere a sud, risparmiando inspiegabilmente l’Urbe nel tentativo, fallito, di raggiungere la Sicilia della prima e seconda guerra schiavile, ma anche per la maggiore determinazione e “consapevolezza” degli schiavi e dei loro capi, una migliore preparazione alle armi [che i rivoltosi erano arrivati al punto di fabbricare autonomamente per equipaggiare l’esercito], trattandosi in non pochi casi di gladiatori esperti e non di lavoranti agricoli, e per un peso minore nella vicenda, come allo scrivente è parso di cogliere, dei tradizionali aspetti mitologici e religiosi che animavano le soggettività del mondo antico.

Anche qui la fiammata che ha appiccato l’incendio si è sviluppata improvvisamente, in seguito alle condizioni di vita che il possessore di schiavi e “lanista” Lentulo riservava ai gladiatori, con una fuga di Spartaco verso il Vesuvio assieme ad una settantina di compagni di sventura, non prima di essersi sommariamente armati con qualche attrezzo sottratto nella caserma di addestramento.

Dopo aver sconfitto alcuni soldati della locale guarnigione, inviati per fermarli, ed avergli sottratto le armi, i ribelli si installarono alle pendici del vulcano, accogliendo altri schiavi fuggitivi ed addestrandoli.

Il seguito fu un crescendo di scontri con le deboli e poco addestrate coorti romane, arruolate per l’occasione dai pretori inviati da Roma, e quindi i ribelli ottennero una serie di vittorie sul campo, nonché di numerose adesioni di schiavi fuggitivi ed altri soggetti vessati.

Il potere dell’epoca tendeva a sottostimare sia le portata delle rivolte di schiavi sia il potenziale sovversivo che queste sottendevano, nonostante fosse ancora vivo il ricordo delle pregresse esperienze siciliane, e la guerra contro quegli infelici, che in grande maggioranza cercavano soltanto la libertà e condizioni di vita più decenti, non era considerata dai liberi e soprattutto dagli aristocratici una cosa onorevole.

Il dato che emerge in questa vicenda è la particolare determinazione dei ribelli, che non si sciolsero come neve al sole, al primo scontro impegnativo con le legioni bene armate e bene addestrate, tanto è vero che nella marcia verso nord i soldati di Spartaco sconfissero le truppe del console Gaio Cassio Longino nei pressi di Modena, esattamente come accadde in precedenza con le forze militari dei consoli Gellio Publicola e Lentulo Clodiano [nell’anno 72 a.C.].

La pretesa degli schiavi, a partire dal loro capo più noto, di essere accettati come uomini liberi, dovette influenzare all’epoca anche il comportamento di coloro che erano ancora in cattività, come riportano le cronache dell’epoca, ed è ben testimoniata dall’accordo che Spartaco propose, da pari a pari, ad un certo punto del conflitto a Crasso [Marco Licinio], e che questo sdegnosamente respinse, nonché dalle insegne sottratte ai pretori sconfitti e consegnate al trace, perché si ponesse nella posizione del capo di un esercito regolare.

Si tratta di elementi molti concreti sulla strada di una piena liberazione dalla condizione servile aventi altresì un certo valore simbolico, pur nell’accettazione apparente dei simboli [le insegne dei pretori] e delle strutture di potere [a partire dalla costituzione di un esercito regolare] di quel tempo.

Inspiegabilmente, dopo che decise di non tentare di arrivare in Gallia, Spartaco, che aveva riunito ormai oltre centomila uomini, non attaccò Roma e si diresse verso sud, determinato a raggiungere l’isola di Sicilia in cui era in corso l’ennesima sollevazione servile.

Non ci riuscì, sembrerebbe a causa del tradimento dei malfidati pirati cilici, nonché per l’irrealizzabilità dell’idea della costruzione di un ponte di barche che collegasse la Calabria con la Sicilia, e fu costretto infine ad affrontare le truppe di Marco Licinio Crasso, inviato dal senato romano per piegare la rivolta.

Crasso aveva al seguito ben otto legioni e prese misure drastiche, dopo una prima sconfitta inflittagli da Spartaco, facendo giustiziare [sembrerebbe] a bastonate alcune migliaia di suoi soldati per costringerli a combattere con il terrore, in modo tale che temessero più lui del già leggendario Capo degli schiavi.

Da quel momento Crasso non colse che vittorie e pungolato dall’imminente arrivo dei rinforzi guidati da Gneo Pompeo Magno, provenienti dalla Spagna, e da Marco Terenzio Marrone Lucullo dalla Macedonia, accelerò l’azione militare per non farsi strappare la vittoria.

L’epilogo si ebbe nel 71 a.C. con quella che tradizionalmente si ricorda come la battaglia finale del fiume Sele, con Spartaco che a detta di Plutarco uccise il suo cavallo prima della fatidica battaglia, per non dare adito a sospetti di fuga, e che finì probabilmente ucciso in combattimento.

Gli schiavi uccisi furono sessantamila, e il numero impressionante di caduti nelle loro file rivela che l’unica alternativa alla libertà e al suo pieno riconoscimento, per i ribelli, non poteva essere che la morte.

Dopo la vittoria sul campo, Marco Licinio Crasso fece crocefiggere più di seimila superstiti come monito imperituro lungo la Via Appia, fra Capua e Roma.

Così si concluse, in estrema sintesi, l’ultima grande guerra schiavile in epoca romana, e il feroce Crasso che sconfisse Spartaco con la durezza e il terrore, ironia della sorte, si vide strappare dal nobile avversario Pompeo Magno, intervenuto anche lui militarmente ma non vero artefice della vittoria, l’ambito Trionfo a Roma e si dovette contentare delle semplici “ovazioni”.

 

Fenomeni storici di antagonismo nelle società umane precapitalisticheultima modifica: 2010-07-12T17:34:00+02:00da derosse
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.