Insurrezione e Rivoluzione di Eugenio Orso

 

 

Parte Prima: L’Insurrezione

E’ necessario distinguere nettamente fra il processo rivoluzionario, pur con uso sistematico e generalizzato della violenza, dai moti insurrezionali caratterizzati dall’assenza di una visione politica complessiva, da uno “spontaneismo” distruttivo che alla fine danneggia i subalterni e gli stessi insorti e da una furia cieca che esclude il perseguimento di obbiettivi razionalmente stabiliti.

Lo “spontaneismo” nutrito da una rabbia non dominata e diretta verso obbiettivi propriamente rivoluzionari è la tomba di ogni vera possibilità di cambiamento, non avendo mai scalfito i sistemi di potere e di repressione esistenti e non avendo mai colpito in modo significativo gli interessi dei dominanti.

L’insurrezione non richiede, infatti, la precisa individuazione del Nemico da affrontare, esplode d’improvviso senza attendere la maturazione di condizioni storiche favorevoli, non ha alle spalle un vero processo di elaborazione teorica, un lavoro di analisi necessario per interpretare la realtà fuori degli schemi sistemici, individuando un percorso storico alternativo, nella confutazione piena delle teorie dominati, e non fonda il consenso su ideologie alternative legittimanti.

L’insurrezione non richiede il consenso dei subordinati, la loro adesione profonda e razionalmente decisa, ma origina direttamente dal dato emotivo, essendo il riflesso sociale dell’esplosione improvvisa di una rabbia a lungo compressa, e l’adesione dell’insorto non può essere per tale motivo che l’adesione puramente irrazionale di chi non si interroga sugli esiti possibili delle sue azioni e non persegue degli scopi prestabiliti.

Di fatto, l’insurrezione è la via percorsa da chi risponde alle iniquità al di fuori di uno specifico progetto di cambiamento politico e sociale, pur cruento quanto e più dell’effimera fase insurrezionale, è la risposta all’”ordine costituito” e ad un livello intollerabile di oppressione di colui che rifiuta sia la realtà impostagli sia la sua comprensione, oppure è una mera occasione di sfogo per violenti patologici e tagliagole, ed è per questo destinata ad esaurirsi lasciando dietro di sé macerie fumanti, oppure a sfociare in un caos endemico.

L’insurrezione è l’esatto contrario delle aspirazioni di chi milita coscientemente in una forza rivoluzionaria ed appartiene perciò ad un “modo di sentire” anarcoide, che fonda la totalità della sua azione sulla pars destruens, ignorando la necessaria e complessa pars constuens o lasciandola al caso, o è già implicita e latente nella rabbia, cieca e implacabile, delle pericolose e ingestibili sotto-classi urbane.

L’insurrezione è altresì la fallace, apparente alternativa al percorso rivoluzionario in assenza di una vera coscienza di classe dei subalterni, in assenza dell’aspetto soggettivo coscienziale che anima l’oggetto-classe, elemento “muto” nell’ordine sociale se privo di consapevolezza, e rappresenta quindi un mancato passaggio, da intendersi propriamente nei termini hegeliani, da l’In Sé al Per Sé.

La rapida e scomposta mobilitazione di forze antagoniste, o in certi casi apparentemente antagoniste perché espressione della triste incoscienza di nuove e antiche sotto-classi urbane, che l’avvio insurrezionale comporta, avviene nella più completa cecità tattica e strategica, alimentando distruzioni visibili ed invisibili che colpiscono inevitabilmente i più esposti, i subordinati, i dominati, e porgendo il destro ai sistemi di potere per mettere in campo i loro apparati repressivi più tradizionali.

Nei torbidi che hanno caratterizzato l’ormai celebre G8 genovese durante il mese di luglio del 2001, frange violente e forse “manovrate” dall’esterno per delegittimare il debole, incerto e troppo variegato movimento antiglobalista hanno scatenato in città focolai insurrezionali, ma nella realtà sono state bruciate o danneggiate le utilitarie degli operai e dei lavoratori dipendenti, parcheggiate in strada, non certo le superprotette limousine dei VIP politici nelle inaccessibili zone rosse, monitorate da satelliti e interdette.

Gli episodi violenti e insurrezionali sviluppatisi a Genova presero il sopravvento, quanto all’informazione mediatica e alla conseguente risonanza, sulla legittima contestazione operata dal cosiddetto “Popolo di Seattle” no-global nei confronti del Global Forum Neoliberista/ G8 e delle sue politiche.

Per questa via, spesso “indotta” dall’azione parallela di servizi segreti o particolari “uffici” di polizia, si tende a provocare nei subordinati una reazione di rigetto della protesta e la conseguente richiesta dell’intervento degli apparati repressivi dello stato, cioè di quegli stessi apparati il cui vero compito, in ultima analisi, è quello di reprimere le rivendicazioni e le possibili rivolte dei subalterni nell’ordine sociale imposto.

Non solo, ma la “degenerazione” probabilmente orchestrata dall’esterno di una protesta che metteva insieme anarchici e “beati i costruttori di pace” ha avuto una coda inquietante nei fatti della scuola Diaz e della caserma Bolzaneto in cui le forze di polizia, incattivite dalla situazione, hanno concentrato e picchiato selvaggiamente gruppi di pacifici manifestanti.

Durante la breve rivolta nera dei “ghetti” di Los Angeles della primavera del 1992, scoppiata in seguito al pestaggio gratuito di un tassista di colore da parte di poliziotti bianchi, è stato aggredito e ferito gravemente un incolpevole camionista dalla pelle bianca, il quale non era certo un “Investitore” di Wall Street, un membro dell’amministrazione federale o un privilegiato della Global class e sono stati attaccati i negozi degli immigrati e della comunità coreani, i quali hanno risposto a fucilate davanti alla furia cieca di altri subalterni dalla pelle di colore diverso.

Il bilancio fu di oltre cinquanta morti e centinaia di incendi, di numerosi edifici danneggiati soprattutto nel South Central, ma l’insurrezione, oltre ad aver dato risalto al pestaggio del tassista nero, tale Rodney King, e alle sue successive dichiarazioni di pacificazione diffuse dai media [“We all have to live together”] non portò neppure a gravi sanzioni penali nei confronti degli agenti di polizia responsabili di quella violenza insensata, e furono colpiti maggiormente dai disordini e dalle violenze successive gli stessi afro-americani poveri, gli ispanici e gli asiatici.

L’occasione più ghiotta fu per le bande di strada di Los Angeles, espressione di una certa under-class divisa etnicamente e nello stesso tempo manifestazioni del degrado urbano, surrogati grotteschi e violenti delle tradizionali comunità, concentrazioni di attività criminali ed illegalità, le quali poterono impazzare ancor più indisturbate del solito, fino all’arrivo dei militari e dei rinforzi di polizia, compresi i poliziotti motociclisti delle grandi motorway che entrarono trionfalmente in una città in apparenza riconquistata.

Non è esattamente vero, come sostiene qualcuno, che quei tragici moti segnarono l’inizio di un processo di pacificazione irreversibile, di coesione sociale ed una discesa stabile del tasso di criminalità negli Stati Uniti, se invece è ben vero che i delitti sono oggi in forte ripresa a partire dalla “Grande Mela”.

Elementi di razzismo biologico e di vero tribalismo “postmoderno” possono perciò insinuarsi con estrema facilità nei disordini insurrezionali, alimentando inevitabilmente le cosiddette “guerre fra poveri” che si inseriscono perfettamente nelle logiche del divide et impera, praticato dai sistemi di potere fin dall’antichità romana, con lo scopo di neutralizzare le proteste e deragliarle su binari morti.

Per quanto riguarda i fatti italiani di Rosarno del gennaio del 2010, nella piana calabrese di Gioia Tauro, una rivolta di autentici schiavi africani impiegati nelle tradizionali attività agricole di raccolta degli agrumi e soggetti al potere assoluto delle cosche locali ha mostrato, nello stesso tempo, aspetti positivi e aspetti negativi: da un lato, la volontà di liberarsi del pesante giogo impostogli dall’”economia criminale” che ha occupato in quelle terre il settore primario, rivendicando, al di là del dato puramente economico, i diritti fondamentali della persona e cercando di affermarsi come soggetto sociale, da un altro lato, sono emersi elementi insurrezionali, piccoli atti di violenza e di teppismo indiscriminati, rivolti contro tutta la popolazione locale, che in parte significativa vive in condizioni non certo floride e non ha a che vedere con lo “schiavismo sommerso” praticato in quella zona, come dire che accanto ad elementi di autocoscienza e di affermazione dei diritti, che possono ben inserirsi in un processo rivoluzionario, si sono manifestati scompostamente lineamenti insurrezionali classici, con una violenza diretta verso falsi obbiettivi e fine a sé stessa, quale manifestazione cieca di una pura per quanto comprensibile rabbia fino ad allora inespressa.

Anche nel paese delle grandi banlieues e della rivolta della recaille alla fine del 2005, secondo una sprezzante definizione degli insorti data da Nicolas Sarkozy allora ministro degli interni, nella Francia dei giovani figli e nipoti d’immigrati che senza una guida e una regia affrontavano la polizia e bruciavano auto e mezzi pubblici, sospesi nel limbo dei senza identità e perciò estranei al mondo culturale europeo e alle sue remote radici – non più margrebini e non ancora francesi, anche se cittadini della République fin dalla nascita, autentici “morosborderline di una nuova Granada sospesa fra Africa ed Europa – l’insurrezione della quale apparentemente, all’inizio, gli apparati statuali non riuscivano a venire a capo si è rapidamente spenta, senza portare a cambiamenti rilevanti negli assetti politici, sociali ed economici francesi.

Prova ne è che tanto il criticato e odiato dagli insorti Nicolas Sarkozy, del quale allora si chiedevano le dimissioni, è in seguito diventato presidente della Francia ed è in carica tuttora.

La Banlieu-contre-la-République ha rappresentato un’ennesima manifestazione insurrezionale “estemporanea”, pur motivata nel caso specifico dal fallimento del progetto francese di integrazione/ assimilazione, un feu de rage [et de folie] e non certo un feu de joie come è stato almeno in apparenza in quel lontano maggio francese del 1968 in cui, oltre alle barricate ed agli scontri con la polizia “la filosofia era in strada” assieme agli studenti, animati da una speranza di cambiamento rivoluzionario, per quanto ingenua e beffardamente disattesa dalla storia.

La vicenda della “Banliù”, invece, cruda e senza sogni anche nelle dichiarazioni dei giovani partecipanti ai disordini – “Je suis pour la violence” ne è il miglior esempio – riporta non soltanto ad un quadro complessivo di disintegrazione sociale, piuttosto che di integrazione assimilante, ma a fenomeni di autentica e nuova “tribalizzazione” all’interno delle società multietniche, ed è un frutto avvelenato dell’atomismo sociale, gettando una luce sinistra sull’assenza di identità e di futuro dei più marginali fra i subalterni.

Fra la rabbia e il riscatto, corre la differenza incommensurabile che separa l’insurrezione dalla rivoluzione.

All’atto pratico, in quel novembre parigino del 2005 abbiamo assistito alle immagini di violenze dirette contro gli stessi abitanti delle periferie e non tanto contro il potere costituito o la classe dominante, in assenza completa di una visione politica.

L’insurrezione sembra essere una reazione emotiva, viscerale ed urgente, ad una situazione senza sbocchi, senza prospettive, in un presente che non offre scampo nell’attesa di un futuro peggiore in cui lo scioglimento dei vincoli solidaristici, le nuove identità manipolate, lo sfruttamento integrale dell’uomo e la sua diminuzione, la crescita esponenziale delle disuguaglianze già implicite nelle rinnovate dinamiche capitalistiche si paleseranno definitivamente, cristallizzandosi in un ordine sociale castale dai lineamenti curiosamente neofeudali.

Ma l’insurrezione è nel contempo figlia del disagio concreto di gruppi di esclusi, di marginali, o addirittura di schiavi, vittime dell’effettivo ordine sociale mascherato con la diffusione della mistificazione a-classista e con l’esaltazione pelosa delle libertà civili e politiche formalmente garantite a tutti, indipendentemente dal censo, dal genere e dall’origine.

Infine, l’insurrezione può diventare un pretesto per la nuova spazzatura idealmente erede di quel lumpenproletariat stigmatizzato nell’Ottocento da Marx come forza sociale negativa, “reazionaria” e priva di ogni traccia di coscienza politica, per scatenare i propri peggiori istinti, essendo questa importante quota delle nuove sotto-classi urbane in Europa e in occidente impossibilitata, per sua stessa natura ed origine, per una diversità culturale di fondo con gli altri subordinati che la rende impermeabile ad ogni tentativo di riscatto, ad accettare la disciplina, i rigori, i rischi, il sacrificio che un vero processo rivoluzionario implica.

Non ci si aspetti, dunque, che “manovali” effettivi o potenziali della camorra, piccoli spacciatori di droga o addetti al traffico di bambini-schiavi per la raccolta di elemosine possano convertirsi in seguito ad un autentico miracolo in rivoluzionari, mentre possono e potranno inserirsi come “topi nel formaggio” nei torbidi insurrezionali, in certi casi sobillati o ingaggiati da “polizie parallele”, con la speranza di poter ricavarne “bottino” e vantaggi indebiti.

L’insurrezione rappresenterebbe per costoro un’opportunità per continuare in altra forma, e in contesti caotici, le attività criminose alle quali sembra che l’involuzione dei rapporti sociali e le trasformazioni capitalistiche li abbiano predestinati.

Di più e di peggio: molto spesso simili soggetti intimamente aderiscono alle logiche e ai peggiori modelli proposti/ imposti dal capitalismo contemporaneo – anche se all’affermazione di tali logiche devono il loro status di esclusi e marginali – non essendo portatori di vere “culture particolari e alternative” come lo furono in molti casi i membri delle sotto-classi urbane in Europa – ladri e assassini compresi – nel diciottesimo e nel diciannovesimo secolo e per parte significativa del Novecento.

La romantica figura dell’Accattone pasoliniano ladro fra i ladri e marginale per tutta la vita che non poteva adattarsi ad un’esistenza “normale” – frutto di un’altra e diversa cultura – è paradigmatica della condizione e della specificità delle vecchie sotto-classi, ormai estinte, ed è irriproducibile negli attuali contesti.

L’unica possibilità per le forze rivoluzionarie, nel caso di insurrezioni spontanee che scoperchiano improvvisamente il Vaso di Pandora dei problemi sociali e dei conflitti latenti nella società contemporanea, è quella di riuscire a “cavalcare la tigre”, dirigendola verso qualche obbiettivo pagante prima che sfugga definitivamente di mano, o quanto meno di riuscire a limitare i danni dovuti alla conseguente repressione dei torbidi e al maggior controllo di polizia sui veri soggetti critici e alternativi nei confronti del potere effettivo.

Nel contempo, la mistificazione rappresentata dall’anarchismo politico può servirsi dell’evento insurrezionale per affermare sé stessa, nel senso che lo scoperchiamento improvviso del Vaso di Pandora che l’insurrezione – se di vaste proporzioni e destabilizzante – implica sia sul piano sociale sia su quello della politica, portando alle estreme conseguenze i conflitti insanabili con l’ordine costituito, potrebbe in quel immaginario aprire la via per una distruzione/ abolizione definitiva di tale ordine, in una sorta di resa dei conti finale con gli apparati statuali, le istituzioni “secolari” reificate e le ideologie dominanti, consentendo la definitiva e piena emersione della tanto mitizzata [e positivamente intesa] “spontaneità” umana, libera finalmente d’impostare nuove azioni, d’esprimersi, di scegliere, mentre nella realtà aprirebbe la strada esclusivamente ad un periodo di caos, di distruzioni e di violenze indiscriminate soprattutto nei confronti dei subalterni.

Come si sa, di buone intenzione sono lastricate le vie dell’inferno, ed è così anche per quelle insurrezionali percorse, oltre che dai rivoltosi, dai fantasmi e dai miti di un certo anarchismo.

L’abolizione anarchica dello stato, del resto, essendo in qualche modo implicita nel dato insurrezionale ma non rappresentando un obbiettivo cosciente per la quasi totalità degli insorti, trova il suo doppio realizzato – e non certo utopistico – nella riduzione in “schiavitù per debiti” degli stati liberaldemocratici, ridimensionati e posti sotto il pieno controllo di organismi privati internazionali da parte del Capitalismo “Speculativo” autocosciente [da intendersi in termini hegeliano-previani], che è sostanzialmente e per sua natura “anarchico”, libero di impostare nuove azioni di dominio senza i vincoli della Religione, della Politica, della Filosofia, dell’Etica, e che concretamente si vale dell’azione violenta nei confronti del resto delle società umane di particolari “insorti”: le nuove élite globaliste rivoltatesi alla fine dello scorso secolo contro il vecchio ordine costituito, a partire da quel Nord America in cui la metamorfosi eltista ha avuto origine, nella piena rivendicazione della loro “superiorità” culturale ed antropologica sul resto dell’umanità.

 

Parte Seconda: La Rivoluzione

L’analisi alla quale non fa seguito una concreta azione volta a trasformare la realtà rimane confinata nell’empireo teorico della pura considerazione intellettiva, in uno spazio che non a torto si definisce astratto, perché astrazione ha il significato di separazione, dalla prassi e dalla realtà contingente, o se vogliamo di distacco, in primo luogo dal corso storico, nelle cui correnti ci troviamo immersi.

Concordo con chi sostiene che non basta comprendere la realtà – nella fattispecie, la sostanza più intima di questo capitalismo e le questioni sociali che pone – ma che è necessario dirigere gli sforzi teorici verso un obbiettivo concreto, il quale non può che essere quello della trasformazione rivoluzionaria della realtà che si analizza.

Comprendere a fondo le dinamiche di questo capitalismo rimane comunque il primo passo da compiere, per tre evidenti motivi:

 

1)     La necessità dell’individuazione corretta del Nemico che si ha di fronte, senza la quale non è possibile iniziare una lotta degna di questo nome. A tale riguardo, acquista un’importanza cruciale l’analisi della strutturazione sociale che il capitalismo del terzo millennio già prefigura, non soltanto per quanto attiene l’individuazione dei dominanti e degli agenti del Capitalismo Transgenico, ma per una completa “mappatura” del tessuto sociale e dei nuovi assetti quali stanno emergendo dal “brodo primordiale” creato dalla globalizzazione neoliberista e dalla distruzione delle vecchie classi.

 

2)     L’imprescindibilità della conoscenza del Nemico individuato, che può consentire di metterne in luce i punti deboli e le contraddizioni latenti. Si rende necessario, ove è possibile farlo, “frequentare” il Nemico ed i suoi circoli senza palesarsi troppo, per comprendere il suo mondo culturale e i meccanismi psicologici ai quali soggiace. E’ altresì indispensabile la conoscenza dell’ideologia dominante, della natura e dell’origine dei suoi dogmi/ paradigmi, in quanto elemento strutturale del nuovo capitalismo nonché strumento di dominio e di flessibilizzazione di massa.

 

3)     La conseguente scelta delle forme di lotta più opportune per contrastarlo con speranza di successo, valendosi di strumenti tradizionali – scioperi prolungati in settori chiave, astensione consapevole da certi consumi di massa e dai riti elettorali, sabotaggi e blocchi delle produzioni, azioni di “interdizione” nei confronti di locali collaborazionisti, supporto concreto a preesistenti gruppi anticapitalistici, purché compatibili con le finalità ed i principi ispiratori del movimento, e via di questo passo –, ma soprattutto modificando gli strumenti tradizionali in modo tale da adeguarli a questa realtà culturale, politica e sociale e creando strumenti nuovi. La scelta delle forme di lotta è, in pratica, la scelta delle “armi” e non spaventi l’uso di questa espressione, che chiarirò meglio in seguito.

 

E’ naturale che soltanto dopo aver compiuto l’indispensabile passo teorico ed essere penetrati nel “nucleo sistemico” si può sperare di poterlo “spaccare”, agendo sostanzialmente su due livelli:

 

a)      Ad un più elevato livello, quello teorico-filosofico, avviene lo spostamento dell’angolo visuale e l’elaborazione di nuovi paradigmi, demistificando i “dogmi” sui quali si fonda il potere del Nemico e la sua presunta superiorità antropologico-culturale, essendo quella che stiamo vivendo una vera e propria “guerra culturale” che non fa prigionieri. Libero Mercato autoregolantesi per il razionamento e l’esclusione dal godimento del prodotto sociale, Proprietà e Iniziativa Privata come diritti naturali intangibili che calpestano lo stesso fondamentale diritto alla vita, Democrazia Liberale a suffragio universale ritualizzata e svuotata di contenuti concreti per masse addomesticate, sono strumenti di dominio definitivamente “sacralizzati” nella società capitalistica del terzo millennio, la cui vera funzione deve essere compresa in profondità per poter sperare di neutralizzarli. Diventa urgente, per demistificare l’economia politica critica interna a questo capitalismo [dai neokeynesiani in apparente ripresa a Stiglitz] che di fatto lo supporta pur con accenti “critici” e “riformatori” garantendone la riproduzione, costruire una nuova critica dell’economia politica, intesa come critica complessiva al Capitale Ultimo ed alle sue dinamiche culturali e sociali, esattamente come ci ha insegnato il filosofo Costanzo Preve. E’ chiaro che all’elaborazione deve far seguito la divulgazione dei paradigmi alternativi, nel quadro di una più ampia azione di “decolonizzazione” degli immaginari, e ciò deve avvenire in modo tale da rendere accessibile la comprensione anche a coloro che dispongono di modesti strumenti culturali, e perciò costituiscono gli obbiettivi più facili e più paganti della “flessibilizzazione mediatica”. In questo, vi è già una prima liberazione dei soggetti dalle catene invisibili che li imprigionano, ben simboleggiate da Mercato e Media interagenti e ormai simbiotici, e la conseguente interruzione dell’azione manipolante nei loro confronti del processo di flessibilizzazione/ precarizzazione di massa. La moltiplicazione dei “risvegli” di soggetti recuperabili è perciò fondamentale per estendere l’area del consenso, per favorire l’assimilazione delle idee alternative e assicurare nuove adesioni al movimento. Ideologia di legittimazione del nuovo movimento e costruzione dei nuovi immaginari non possono che nascere a questo livello. Per tale via, può iniziare a sgretolarsi la costruzione demiurgica del Capitalismo Transgenico a scorrimento liquido del capitale finanziarizzato, nota ai più con l’espressione di “globalizzazione neoliberista”, che sussume l’intero tempo di vita dell’uomo e stringe la presa sull’umano attraverso la costruzione sociale dell’”uomo precario”, che sottomette a sé, assieme alle stesse attività produttive subordinate alla creazione del valore finanziario, le vecchie organizzazioni statuali all’interno delle quali si risolvevano i conflitti politici e sociali, e soggioga persino l’ambiente naturale con un’”arroganza cartesiana” mai raggiunta prima, compromettendo la sopravvivenza dei più deboli fra i deboli, di tutti coloro che sono “fuori della storia” e non ne avranno mai coscienza: i viventi non umani, minacciati da uno sfruttamento senza limiti e dall’estinzione di massa. Alla ferale autocoscienza capitalistica, che ormai sta raggiungendo il climax, è necessario perciò opporre con determinazione la piena autocoscienza rivoluzionaria e antagonista. Ma ciò sarà possibile soltanto “quando i tempi diventeranno maturi”, rendendo pienamente praticabile la via rivoluzionaria per la salvezza.

 

b)      Ad un altro livello, si deve agire attraverso l’azione politica e sociale concreta, volta alla costruzione di un movimento alternativo extrasistemico e delle sue strutture per un’effettiva rappresentanza del lavoro e dei subordinati, dando rappresentanza a quei quattro quinti almeno della popolazione che oggi ne sono privi. La frantumazione e la progressiva compressione degli effettivi spazi di partecipazione collettiva, che si stanno riducendo a sparuti isolotti lambiti dalle onde dell’oceano globale finanziarizzato, impone che decada l’anacronistico limite della distinzione fra movimento, partito e sindacato, ed impone, per l’efficacia della lotta, un’unica struttura alternativa in rappresentanza di un fronte compatto. Per compattare le forze alternative extrasistemiche si rende necessario superare la distinzione ultra-specialistica e parcellizzante fra le diverse competenze politico-amministrative e sindacali, ed anche all’interno delle stesse, la quale rappresenta niente altro che un riflesso inevitabile del processo di divisione del lavoro e di specializzazione capitalistici, della riduzione “aziendalistica” che investe oggi ogni forma di associazionismo umano. Burocratizzazione capillare e frammentazione in una molteplicità di organismi configgono con la necessità di creare un fronte coeso e risultano, inevitabilmente, fonte di divisioni e di sicura sconfitta. La lotta di liberazione contro un Nemico irriducibile, con il quale non sono possibili mediazioni e compromessi, nonché dotato di ogni sorta di “sistema d’arma” – dai media al batteriologico-chimico, dalle accademie del pensiero nichilista e relativista alle cosiddette tecniche della piattaforma per la moltiplicazione della merce, dal controllo della moneta alle “fabbriche dell’immateriale e del culturale” – e con pochi scrupoli nell’usarli contro il resto dell’umanità, può richiedere il ricorso sistematico alla “critica delle armi”, militarizzando settori minoritari ma agguerriti e determinati del movimento e/o costituendo organizzazioni clandestine parallele che possono impostare e realizzare quelle azioni che delegittimerebbero in circostanze protorivoluzionarie il movimento, anche agli occhi di alcuni gruppi aderenti e dei singoli ancora titubanti. La “militarizzazione della protesta” è un aspetto cruciale del nuovo processo rivoluzionario ed è già fin d’ora prevedibile. Attenzione a ben comprendere ciò che sottendono le parole fin qui usate dallo scrivente, che non esclude il ricorso alla violenza ma lo limita a situazioni di estrema necessità. L’espressione “armi” non identifica necessariamente ed univocamente le tradizionali armi da fuoco, dalle mitragliette per il combattimento urbano ravvicinato ai missili spalleggiabili terra-aria, ma riguarda una dotazione di strumenti efficaci in una guerra che è in primo luogo culturale e perciò potrebbe essere condotta vittoriosamente [quasi] senza far ricorso alle armi tradizionali. La lista dei “sistemi d’arma” utilizzabili sarebbe lunga ed alquanto eterogenei i sistemi censiti, per questo mi limito a qualche esempio indicativo. Per “arma” si potrebbe intendere, nei nuovi contesti di confronto, l’astensione prolungata e generalizzata da certi consumi di massa che rappresentano consumi-chiave sistemici su larga scala, nel rifiuto cosciente di aderire ai modelli proposti/ imposti abbandonando stili di vita deleteri e flessibilizzanti ed ignorando, quanto a prodotti di consumo/ Merci creative, i “circences” sistemici che imprigionano le masse e le menti. Il consumo di massa per come oggi lo conosciamo e lo viviamo, è prima di tutto una questione culturale ed è una trappola tesa per addomesticarci. La richiesta generalizzata di più capillari ed efficienti trasporti pubblici, nel rifiuto di usare quotidianamente i mezzi privati per gli spostamenti, rappresenta una forma di lotta sensata, efficace e disarticolante. Un’”arma” da usare potrebbe essere rappresentata anche dal rifiuto generalizzato del denaro elettronico, che si sta “spingendo” in progressiva sostituzione della moneta fisica per evidenti scopi di dominio, fra i quali un più serrato controllo del credito al fine del razionamento nell’erogazione e della “selezione politica” dei soggetti beneficiari, con l’ulteriore scopo del monitoraggio delle “abitudini” di ciascuno, o ancora, tornando ai “giochi” di sistema per neoplebi addomesticate, la diserzione, particolarmente significativa qui in Italia, dai campi di calcio e l’improvvisa disaffezione nei confronti di questo spettacolo/ spreco precarizzante e multimiliardario. Il rifiuto generalizzato, netto e cosciente, della droga e della “debilitazione” di massa che tale uso comporta, infine, nonché un efficace proselitismo contro l’uso di tali sostanze psicoattive/ distruttive, in questa realtà, possono rappresentare atti rivoluzionari non di secondaria importanza, ed un esplicito rigetto dell’”economia criminale” propriamente detta che procede parallelamente e si espande con quella ufficiale finanziarizzata. Parimenti, per “militarizzazione della protesta” in questa sede non si intende necessariamente e univocamente la formazione delle classiche milizie armate – dalle guardie rosse di bolscevica memoria alle colonne e ai gruppi di fuoco delle BR italiane degli anni settanta e ottanta – e men che meno si intende l’implotonamento nella guerriglia di tagliagole e spostati, o ancor peggio, l’arruolamento forzato di bambini-soldato, che rappresenta un’infamia sospesa fra barbarie e spietato tribalismo degenere, ma qualcosa di profondamente diverso e di ben più “pagante”. Ad esempio, l’applicazione di [e l’adesione cosciente a] regole di comportamento stringenti nei confronti dei militanti, la diffusione di aspetti di disciplina militare, utili per mantenere la coesione davanti agli attacchi del Nemico e non soccombere in situazioni estreme di conflitto sociale e culturale, la diffusione di un necessario “spirito di sacrificio” che in questa società semi-barbarica delle illusioni, dei giochi, delle grandi paure inibenti e delle grandi povertà materiali e culturali non esiste quasi più, un po’ com’era il caso di quei “minutemen” volontari della guerra di indipendenza nordamericana del Settecento, generalmente coloni e civili e non certo militari professionisti, che alla bisogna erano pronti ad entrare in azione con il preavviso di un minuto, o come coloro, per altri versi e in un paragone storico alquanto ardito ma non per questo privo di significati, che camminavano liberamente attraverso l’India seguendo Ghandi ed affrontando i rischi e i rigori della repressione.

 

 

 

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Insurrezione e Rivoluzione non sono fenomeni compatibili, portando ad esiti politici e sociali completamente diversi: la distruzione senza un cambiamento sostanziale e tangibile nel primo caso, la liberazione e il cambiamento realizzati nel secondo caso.

La prima è una reazione frammentata, scomposta, irrazionale, priva di obbiettivi e di respiro, un effimero fuoco in cui la violenza diventa fine a sé stessa, si ritorce spesso contro chi la pratica e colpisce prevalentemente i soggetti più deboli ed esposti.

La seconda rappresenta anzitutto l’affermazione di una visione dell’uomo e del mondo che può liberarci dalle catene invisibili [e visibili] di questo capitalismo mutante, ed oggi è perciò il solo possibile percorso autocoscienziale di liberazione del genere umano.

 

 

Insurrezione e Rivoluzione di Eugenio Orsoultima modifica: 2010-06-28T17:50:00+02:00da derosse
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