Brevi note tratte da “Buoni, cattivi ed inerti nel disastro sociale in Italia” di Eugenio Orso

In un passato recente, poco più di due anni fa, avevo intenzione di scrivere alcuni saggi in relazione a quello che sarebbe potuto diventare lo scontro sociale in Italia, valendomi delle mie modeste capacità predittive per delinearne i contorni, ipotizzarne gli schieramenti di forze e prevederne qualche possibile e rilevante effetto politico.

E’ ovvio che l’avvio di uno scontro sociale implica un certo livello di consapevolezza, in primo luogo da parte degli antagonisti che lo innescano, se non proprio la maturazione completa di una vera coscienza di classe, da intendersi essenzialmente in termini “classici”, propriamente gramsciani, perché la collocazione di una classe nell’ordine sociale dell’epoca in cui si vive è sostanzialmente “muta”, la classe stessa è come materia inerte che attende di essere animata e se non si manifesta nella sua pienezza l’aspetto soggettivo, coscienziale, fra i suoi membri, le concrete prospettive di vittoria, nei confronti con la controparte, si riducono alla possibilità di ottenere qualche successo parziale e temporaneo.

Ebbene, oggi della nuova coscienza di classe diffusa e unificante che ho evocato non vi è ancora traccia e possiamo rilevare, semmai, nelle frammentate e locali lotte di operai, impiegati e lavoratori dipendenti – condotte pur caparbiamente all’interno dei singoli stabilimenti di aziende in crisi –, deboli sopravvivenze della vecchia coscienza di classe, riconducibili allo spirito solidaristico che animava la morente classe operaia, salariata e proletaria.

Senza assolutamente voler sminuire il valore, i costi dal punto di vista umano, e i significati simbolici di queste lotte, di queste eroiche resistenze alle logiche infami del capitalismo globalizzato del terzo millennio, pur comprendendo che gli operai dell’INNSE, quelli di Termini Imerese, o nel momento in cui scrivo, quelli coinvolti direttamente nella trista vicenda di Pomigliano d’Arco, nonché i lavoratori di Alcoa e quelli di Phonomedia e moltissimi altri, nelle condizioni storiche, sociali e culturali in cui sono immersi non hanno avuto e non hanno altre alternative, devo far rilevare con chiarezza che si tratta di “battaglie di retroguardia”, spesso condotte in condizioni di relativo isolamento nei confronti del resto della società, non di rado vittime di un certo “silenziamento” mediatico, e che nonostante parziali successi iniziali [quali il temporaneo mantenimento del posto di lavoro, o la comparsa di un acquirente dello stabilimento che si vuole dismettere] sono o saranno destinate a sicura sconfitta finale.

Nel difetto più totale di rappresentanza politica all’interno del sistema liberaldemocratico, addomesticato dai grandi interessi esterni e da quelli nazionali subalterni dei primi, in balia della decostruzione del diritto del lavoro in corso e del sindacalismo giallo che ormai apertamente la supporta [quasi tutti i grandi sindacati, ad eccezione della Fiom e di qualche altro all’interno di una CGIL con un vertice pericolosamente “titubante”], questi lavoratori – operai ed anche non operai, perché appartenenti alle stratificazioni più basse dei vecchi “ceti medi figli del welfare”, manuali ed intellettuali, privati ma anche pubblici, questi ultimi i primi colpiti dalla manovra finanziaria tremontiana, precari ma oggi anche “regolari” da flessibilizzare – si difendono con i pochi mezzi a disposizione all’interno di un quadro estremamente frammentato e incerto.

E’ chiaro che non si può condurre efficacemente una lotta per i diritti, il salario e l’occupazione in assenza di vera coesione sindacale, postulata e sentita come essenziale fin dai primi del Novecento dall’Antonio Gramsci che già allora discuteva delle questioni di unità sindacale, di rapporti fra il partito [quello comunista d’Italia], il sindacato e il movimento operaio, di “imborghesimento” e di cooptazione nella borghesia dei rappresentanti [il cosiddetto “sindacalismo”], ed è altrettanto evidente che per poter sperare nel successo, affinché la protesta non muoia entro i cancelli della fabbrica, ci deve essere un esteso appoggio nella società.

Inoltre, non si può sperare che la lotta abbia qualche efficacia, per sconfiggere o quanto meno per arrestare la manovra in atto, se non vi è la rete di solidarietà che solo una coscienza di classe diffusa può creare, in piena analogia con lo spirito che anima una vasta comunità deterritorializzata – quale è, in effetti, la classe – e se non è più possibile un’alleanza non episodica, frammentaria, con altri settori della società ed altri gruppi, quale è stata nel Novecento, almeno fino al Sessantotto e al suo triste epilogo, l’alleanza fra la “critica artistica” al capitalismo, piccolo-borghese e intellettuale, e la “critica sociale” della classe subalterna.

Così, l’attacco di Marchionne, dei suoi collegati e rappresentati per l’imposizione di un nuovo modello autoritario, di militarizzazione degli stabilimenti e di compressione estrema dei diritti dei lavoratori, ha preso di mira un’unità produttiva e gruppi di lavoratori della Fiat che qualcuno ha definito [scioccamente] “impopolari”, in relazione a dati statistici [i quali, come ben si sa, oltre ad essere manipolabili, si posso leggere in molti modi …] riguardanti la malattia e i permessi o più precisamente, come capziosamente si dice in televisione e si scrive sui giornali, relativi all’”assenteismo”.

L’obbiettivo dell’ennesimo attacco al lavoro è stato ben scelto, per scongiurare qualsiasi possibile solidarietà “esterna”, nel corpo sociale, con i lavoratori campani di Pomigliano d’Arco – solidarietà già di per sé improbabile, data l’atomizzazione e soprattutto l’”obnulazione” di massa che colpiscono in modo particolare questo paese, nonché grazie all’abbietto “regionalismo” di matrice leghista che divide il nord dal sud – ed anche per spezzare residue solidarietà “di classe” sopravviventi, nonostante la fine della classe operaia, dei suoi costumi, del suo mondo culturale e del suo spirito solidaristico.

Per non far comprendere il significato terribile di questa manovra di aggiramento delle norme garantiste, ancora formalmente esistenti in materia giuslavoristica, del contratto nazionale di lavoro, della stessa costituzione e dei suoi precetti, per mascherare astutamente i veri contenuti del blitz di Marchionne, si è affermato attraverso l’obbediente grancassa mediatica che la Fiat è una grande azienda la quale “delocalizza a rovescio”, riportando in patria le produzioni in altri anni “emigrate” nell’est europeo, e nella fattispecie in Polonia, come se la Fiat Auto, in tali circostanze, si fosse palesata nelle vesti rassicuranti di alfiere del così detto “capitalismo sociale”, manifestando una sorta di encomiabile “responsabilità sociale dell’impresa”, espressioni ambigue, mistificatorie e prive di reali contenuti di cui ci riempie spesso la bocca, dopo l’avvio della crisi sistemica globale, non soltanto in politica o a livello governativo, ma anche nei “centri studi” del più grande sindacato giallo italiano, quale notoriamente è la CISL, che infatti si è subito affrettato ad approvare il nuovo modello di relazioni industriali “proposto” con intenti “taumaturgici” per il sistema–paese dal Top Manager Marchionne.

Se spostando certe produzioni dalla Polonia all’Italia, nel percorso del gambero globalista, saranno penalizzati anzitutto gli operai polacchi, che hanno salari inferiori a quelli già miseri degli operai italiani della Fiat con un costo della vita non molto più basso, questi ultimi non ne ricaveranno certo grandi benefici, dovendo ruotare su tre turni, espropriati del diritto di sciopero, vincolati all’”accordo” “liberamente” accettato [previo referendum] pena il licenziamento, ricattati dall’azienda anche nella malattia, privati a discrezione della pausa pranzo e costretti ad accettare fino a quaranta ore mensili di straordinario, senza neppure poter contare su apprezzabili miglioramenti retributivi come parziale risarcimento per la consistente perdita di diritti e di tempo di vita.

Come andrà a finire questa vicenda recentissima, a meno di improbabili, repentini risvegli su vasta scala dell’Antagonismo sociale, è facile prevederlo: i lavoratori sono isolati, al loro interno sono divisi, grazie anche alla disunità sindacale, facile preda di un Nemico che può liberamente scegliere dove investire e produrre, nel mondo, e che ha come ascari la politica sistemica [dal PdL al Pd, da Berlusconi, Bossi alla brutta copia di un democratico americano Veltroni e a Bersani, liberalizzatore in pectore dal linguaggio falsamente schietto e “casereccio”], il sindacalismo giallo, segnatamente quello di CISL, UIL, UGL, il quale aspira a concludere la carriera fra gli agi e i lussi, entrando comodamente in politica dopo aver servito bene il padrone che gli getta l’osso sotto il tavolo, e come se già non bastasse, il Nemico può contare su buona parte del mercenariato dei media e del “mondo accademico” prezzolato.

Infatti, secondo la visione che ha di questo capitalismo il critico e teorico politico di Cleveland Fredric Jameson [quindi un americano, immerso più di altri nel cuore del problema], la sedicente postmodernità è semplicemente un’espressione che nasconde la tarda età del capitalismo – la terza età, coincidente con la fase storica in corso – caratterizzata dall’egemonia culturale e dall’utilizzo per mantenere ed estendere questa egemonia del “Mercato” e dei “Media”.

L’utilizzo spregiudicato di “Mercato” e “Media” come armi nel conflitto culturale che il Capitale ha scatenato in primo luogo all’interno delle società dei paesi “sviluppati”, non può essere che un ‘ulteriore indizio dell’affermazione di una classe dominante nuova, che non si ferma davanti a nulla e che non mostra tracce di coscienza critica e infelice.

Questa classe che ha letteralmente “divorato” la vecchia borghesia è la classe globale

Ci sono elementi di verità nella visione di Jameson, che riporta alla simbiosi fra le due “armi” capitalistiche per un loro uso ancor più “letale” – il mercato non più fisicamente identificabile e il mondo dei media –, quella simbiosi che io ho definito in altra sede con l’espressione “le fabbriche del culturale e dell’immateriale” [Alienazioni e uomo precario], tenendo conto che l’accelerazione nella Creazione del Valore finanziaria, azionaria e borsistica, nonché la manipolazione antropologica e culturale dei subalterni in pieno svolgimento, quale dato strutturale, hanno imposto non soltanto l’identificazione della merce con la sua immagine e la crucialità dell’aspetto estetico incorporato nella merce stessa, ma anche il nuovo ruolo – essenziale, manipolatorio – della “Merce Creativa”, della produzione di idee e di stili di vita, che agiscono in profondità nei soggetti, scardinano il vecchio ordine sociale, sconvolgono i rapporti di forza fra Capitale e Lavoro, e modificano inevitabilmente gli stessi rapporti sociali di produzione.

Tornando al disastro sociale italiano, ben simboleggiato dalla manovra governativa di 25 miliardi per “salvare” il paese e l’euro e dalla vicenda campana della Fiat, sotto ricatto del solito “Mercato”, risulta chiaro fin d’ora che la sproporzione delle forze in campo è notevole, e se anche i metalmeccanici della Fiom-CGIL, assieme a qualcun altro – la Funzione Pubblica e i bancari, ad esempio – scenderanno compatti in piazza contro la manovra tremontiana e a sostegno dei lavoratori campani di Pomigliano d’Arco – con scioperi di un giorno e pacifici cortei, dei quali si è già sperimentata l’inefficacia, nei nuovi contesti – l’esisto purtroppo non potrà essere diverso da quello temuto.

L’estensione progressiva dell’accordo a tutti gli stabilimenti italiani della Fiat e un’offensiva confindustriale, debitamente annunciata dagli stridi dell’arpia Marcegaglia, per applicarlo a tappeto in tutti i settori, sono già fin d’ora prevedibili, con il placet del governo e di un’opposizione parlamentare apparente, pena la delocalizzazione e la perdita del posto di lavoro, con altre centinaia di migliaia di espulsi dal processo produttivo che potranno aggiungersi ai numerosissimi disoccupati.

Il Libero Mercato Globale – la coppia “Mercati” e “Investitori” quale schermo che nasconde i volti dei veri decisori e occulta i loro interessi reali – fungerà come il solito da divinità che può imporre tutto, dalle pesanti manovre antisociali dei governi alle condizioni di lavoro più umilianti, dalla macelleria sociale più spinta ai “sacrifici umani” in nome dell’efficienza, della produttività, della competitività internazionale, e di altri autentici “misteri della fede” neoliberista dell’epoca.

Davanti a questo, pensando alle conseguenze sociali e umane che la cosiddetta “globalizzazione senza veli” sta provocando, senza che vi sia stato, fino ad ora, alcun efficace contrasto, talvolta mi stupisco di alzarmi la mattina e non sentire gli spari per le strade, ma poi, razionalmente, comprendo il triste significato di questo assordante silenzio, di questa apparente tranquillità, riconducibili ad una “normalizzazione” sociale che procede con i successi del “processo di flessibilizzazione delle masse”, della precarizzarione del lavoro e della sua svalutazione sul piano concettuale – per una piena separazione della persona dalla merce-servizio della quale è portatrice – e della diffusione delle nuove alienazioni per la costruzione sociale dell’uomo precario.

Non esiste quasi più la classe operaia e proletaria dello scorso secolo, ma esistono gli operai quali New Workers flessibilizzati: il Nuovo Lavoro Operaio.

I “ceti medi figli del welfare novecentesco”, nelle stratificazioni più basse [ma non soltanto in quelle], si riducono velocemente a Middle Class proletariat: i “proletari” della classe media, anche se sarebbe più corretto parlare a riguardo di ri-plebeizzazione di tali soggetti, non esistendo più il vecchio proletariato.

La borghesia tradizionale scompare, si estingue progressivamente, lasciando i posti di comando alla Global class: la Classe Globale interna al Capitalismo Transgenico a scorrimento liquido dei capitali finanziari, in uno spazio che tende a coincidere con il mondo, alla quale si contrapporrà in futuro la Pauper class, che sarà la nuova classe subalterna del ventunesimo secolo.

Dall’Italia in cui si demoliscono o si aggirano i capisaldi del diritto del lavoro per spezzare definitivamente la schiena ai lavoratori dipendenti, alla Cina in cui operai del tutto sottopagati, per lo più contadini di recente [forzata?] urbanizzazione, e finora senza voce alcuna iniziano con tutto sommato timide rivendicazioni per delle paghe più alte [oltre i cento o duecento dollari mensili] nei confronti di Honda, Toyota ed altri colossi delocalizzatori, da ponente a levante la situazione sociale complessiva testimonia che è in atto il processo di transizione ad un nuovo ordine, dominato da un nuovo modo di produzione sociale e caratterizzante la “terza società della crescita”, pur nelle differenze di sviluppo storico che ancora permangono – ma che la globalizzazione tende a ridurre, “omologando” i sistemi produttivi – fra le diverse formazioni sociali particolari poste volutamente in concorrenza spietata.

Prova ne è che invece di portare la condizione dell’operaio cinese od anche soltanto dell’operaio polacco ad un livello simile, quanto a retribuzione e diritti, a quello dell’operaio italiano, le logiche sottese dal paradigma della Creazione del Valore finanziario – che tolgono ossigeno al Lavoro – spingono inesorabilmente sulla strada opposta, ad una rincorsa verso il basso che sussume in una sintesi finale l’estrazione marxiana del plusvalore e il vecchio principio liberista dei costi comparati.

Questo è il vero significato di espressioni come “globalizzazione senza veli”, “competizione nello spazio globale” e simili.

Il mettere in competizione i lavoratori italiani e quelli polacchi per produrre auto a qualsiasi condizione, pur di mantenere il posto di lavoro e una retribuzione comunque insufficiente per una vita dignitosa, è una sorta di efficace “divide et impera” reso possibile dalla libera circolazione dei capitali e dalla quasi illimitata “libertà d’impresa”.

Se globalizzazione, in concreto e in estrema sintesi, significa moltiplicazione del Valore finanziario creato a scapito del lavoro, sia attraverso l’ingegneria finanziaria sia per mezzo della produzione materiale di beni subordinata alla finanza privata, libertà d’impresa significa oggi distruzione di posti di lavoro stabili, delle tutele e definitivo superamento nei concreti rapporti di produzione del fastidioso [e ormai inutile] principio del “lavoro libero”, un tempo formalmente legittimante e propugnato dai vecchi liberisti borghesi.

Non a caso in Italia l’attuale governo – zelante in primo luogo nel servire gli interessi privati del Capitale – preme per una modifica dell’articolo 41 della costituzione, onde meglio tutelare la proprietà privata ed esaltare l’iniziativa “imprenditoriale”, limitandone in un nuovo dettato costituzionale la fastidiosa e ormai anacronistica “funzione sociale”.

Il governo italiano si potrebbe anche risparmiare questa fatica, per almeno un paio di motivi: perché, anzitutto, l’attuazione della costituzione non è immediata ma si fa concretamente con leggi ordinarie, e se queste mancano o sono “insufficienti” non si attua un bel niente, e poi perché la costituzione reale diverge già ampiamente, in tale caso, da quella formale.

Se vi sarebbe stata l’attuazione piena del dettato costituzionale, in merito all’articolo 41, forse vivremo in una società con significativi elementi collettivistici ed una “iniziativa privata” sotto controllo, mentre così non è [e non fu], poiché, ad esempio, il Tanzi di Parmalat ha potuto impostare indisturbato una gigantesca truffa finanziaria, innestata su una grande azienda ancora “sana”, con la complicità delle banche e l’acquiescenza degli organi di vigilanza per “pelare” una miriade di piccoli risparmiatori, e il Marchionne di Fiat può spogliare, per ora entro i cancelli di un suo stabilimento, i lavoratori campani di molti diritti che si credevano acquisiti, facendoli lavorare con i ritmi desiderati e sotto ricatto.

Visti questi macroscopici casi, dove sta, nel concreto, la funzione sociale della [grande] proprietà privata [dei mezzi di produzione]?

E’ stato reso veramente operativo il dettato costituzionale, di cui all’articolo 41, che berluscones e collegati vogliono con tanta solerzia e sollecitudine modificare?

 

I tempi che ci attendono saranno molto difficili.

Il Capitalismo Transgenico-Finanziario continuerà l’offensiva fino alla distruzione completa delle isole di resistenza sociale che ancora sopravvivono.

All’orizzonte non si scorge, per ora, niente di nuovo, né una nuova teoria alternativa che possa fungere da legittimazione per un movimento autenticamente rivoluzionario né lo stesso movimento.

Data la situazione, concludo le presenti note con un Ad infima!

 

 

Brevi note tratte da “Buoni, cattivi ed inerti nel disastro sociale in Italia” di Eugenio Orsoultima modifica: 2010-06-21T14:58:00+02:00da derosse
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