Brevi riflessioni geopolitiche sull’attacco israeliano a Freedom Flotilla di Eugenio Orso

Sono convinto che il principale effetto della recente azione armata israeliana, contro la flottiglia degli aiuti a Gaza, è rappresentato da un deterioramento rapido e ulteriore delle relazioni diplomatiche fra Israele e Turchia, in altri decenni buone e “rassicuranti”, suscettibili, si credeva, di positivi sviluppi futuri, al punto da far sperare le cancellerie occidentali in un loro effetto quanto meno “stabilizzante” per quella delicata area del mondo che va dall’Anatolia alla Palestina, passando per la Sira e il Libano .

Un caso malaugurato [o meglio, una “pianificazione sbagliata” dell’operazione da parte degli israeliani] ha voluto che l’epicentro degli scontri sanguinosi, fra volontari e pacifisti e commandos con la stella di Davide, fosse la nave di una ong turca alla guida della spedizione di soccorso che avrebbe dovuto raggiungere Gaza, la Mavi Marmaris.

Gli occupanti delle imbarcazioni cariche di aiuti [di armi? Mi sembra improbabile ed è con tutta evidenza un’invenzione della propaganda israeliana] – turchi e di molte altre nazionalità – sono stati trattati come prigionieri, in seguito, e non pochi cadaveri – per cercare di occultare il massacro – sono stati forse gettati in mare dalle truppe speciali di Tsahal.

L’occasione creata dalla dissennata azione di forza israeliana, si è rivelata propizia per una Turchia “respinta” dall’Europa dell’Unione per affermarsi con sempre maggior forza nel ruolo di “potenza regionale”, affrancatasi dall’”abbraccio” degli Stati Uniti e dai suoi alleati più stretti [fra i quali Israele], e per cercare di accrescere la sua influenza nell’area del Medio Oriente, ed in particolare fra i palestinesi.

Ciò dovrebbe costituire motivo di maggior preoccupazione per gli Stati Uniti, che a suo tempo hanno “sponsorizzato” la Turchia per un rapido accesso alla UE, a mio sommesso avviso con una duplice finalità:

 

1)     Indebolire l’Europa, percepita come un concorrente economico e geopolitico in un futuro mondo non unipolare, non più sotto l’egida statunitense, piuttosto che come uno storico alleato la cui “lealtà”, alla fine del Novecento, ha reso possibile la vittoria del modello di capitalismo liberista americano sul collettivismo sovietico e contribuito ad avviare [con una partenza a razzo, o quasi] i veri e propri processi di globalizzazione.

2)     Cercare di sottrarre lo stato turco all’influenza islamica, impedendo che si materializzi il pericolo di una Turchia completamente ri-islamizzata ed ostile all’Occidente a guida americana, dopo l’esaurimento della storica rivoluzione laica kemalista, che soltanto una parte dell’esercito sembra ancora “presidiare”, come un vecchio monumento, nella società turca.

 

Che la Turchia si stia inserendo nei giochi di quest’area instabile è fuor di dubbio, e lo fa stando dalla parte palestinese e islamica.

I primi effetti sono stati l’evacuazione degli israeliani dal territorio turco, la querelle diplomatica fra i due stati, le manifestazioni anti-israeliane diffuse in quello che era un paese laico e che oggi sta ridiventando islamico, dopo l’esaurimento del kemalismo laico, nazionalista ma filo-occidentale, ormai giunto ad uno storico capolinea.

Ad ulteriore riprova di quanto precede, la dichiarazione di oggi del presidente turco Abdullah Gul [islamico e non kemalista, legato al partito per la giustizia e lo sviluppo], il quale ha detto chiaramente, riferendosi al blitz armato israeliano contro la Freedom Flotilla, che i legami della Turchia con Israele non saranno mai più gli stessi.

L’epocale cambiamento di direzione, nella società e nella politica turca, il passaggio da una società laica ad una in via di ri-islamizzazione, ha richiesto almeno un paio di decenni per giungere quasi a compimento, ed è stato favorito anche dagli errori commessi dall’Occidente a guida americana in Medio Oriente e nell’Asia sud-occidentale.

Un mio conoscente, frequentatore di Istanbul, dei suoi vicoli e del suoi suggestivi mercati [come quello delle spezie], mi ha raccontato che ancora una quindicina di anni fa, quando il muezzin invitava i fedeli alla preghiera, ben pochi erano coloro che si fermavano devotamente a pregare, in quanto molti ancora ignoravano quel richiamo. Dieci anni fa il loro numero era visibilmente aumentato e cinque anni fa, nella città sospesa fra Oriente e Occidente, la maggioranza si fermava e pregava, a dimostrazione di un reale processo di cambiamento culturale – o di un ritorno prepotente delle tradizioni religiose, come alternativa ad una “modernità” fallimentare, più subita che voluta – che in Turchia sta forse per giungere a compimento.

In Turchia la ripresa dell’islam è così vigorosa ed evidente – pur sovrapponendosi all’ormai endemico conflitto, interno ed esterno, con i ribelli curdi che rivendicano i loro [sacrosanti] diritti – che dilaga e si radica l’intolleranza nei confronti di altri culti e tradizioni religiose, come quella cristiana.

Gli omicidi di prelati cattolici in Anatolia e gli attentati contro i luoghi di culto cristiani ne rappresentano una prova.

Un’intolleranza dilagante, quella che si diffonde nella Turchia postkemalista, che fa il paio con quella sionista, allontanando inesorabilmente i due paesi, i due popoli e i due stati.

Oggi, l’aggressività mostrata dagli israeliani contro gli equipaggi delle imbarcazioni di aiuti per Gaza, potrebbe contribuire ad accrescere l’influenza turca sui palestinesi e creerebbe nuovi problemi ad uno stato sempre più sionista, negli ultimi anni disposto ad intraprendere azioni militari ai confini, anche di ampio respiro come l’attacco al Libano meridionale controllato da Hezbollah, ma indebolito militarmente rispetto al passato.

Se Israele veramente sconta il “complesso dell’accerchiamento”, ora ha ancor più da temere, perché – anche a causa delle sue azioni militari, spesso arbitrarie e ingiustificate – si profila all’orizzonte un nuovo e minaccioso nemico che è un ex-amico: la Turchia ri-islamizzata e sempre più lontana dall’Occidente e dall’Europa.

 

 

Brevi riflessioni geopolitiche sull’attacco israeliano a Freedom Flotilla di Eugenio Orsoultima modifica: 2010-06-03T15:54:00+02:00da derosse
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