C’era una volta la FIAT … in Italia di Eugenio Orso

Fra un po’, procedendo la crisi sistemica globale che travolge grandi e piccoli, popoli e stati, strutture sociali e strutture produttive – senza guardare in faccia nessuno, senza sconti da Occidente a Oriente – oltre a dire c’era una volta la PMI, con i distretti del Nord-Est [considerati ingenuamente il “Giappone d’Italia” in altri tempi], c’era una volta la chimica “Padana” del Nord e la “piastrella Valley” in Emilia, diremo: c’era una volta la FIAT, quella del Lingotto fordista e di Mirafiori su un area di un milione di metri quadri, quella dei Giovanni e Gianni Agnelli, dei Valletta e dei Cesare Romiti.

Già dal prossimo decennio, se la storia, il “progresso” e lo “sviluppo” seguiranno la strada sulla quale si sono incamminati [quanto meno] dall’inizio degli anni novanta, gli stabilimenti della Fabbrica Italiana Automobili Torino, nata nel remoto 1899 e cresciuta, nel bene e nel male, con questo paese e in dipendenza delle sue [alterne] vicende storiche, diventeranno materia per l’”archeologia industriale” e l’epopea del “grande capitalismo privato” italiano, del quale la FIAT è il simbolo più noto e importante [non sempre e non proprio positivo], sarà consegnata definitivamente alla storia.

Dopo aver liquidato l’imprenditore pubblico e proceduto alla svendita delle sue grandi aziende, i globalisti anglo-americani, in veste di alfieri del capitalismo transgenico a scorrimento liquido e incontrastato dei capitali finanziari, favoriscono l’”internazionalizzazione” della FIAT, per separarla definitivamente dalle sorti di questo paese.

L’Italia futura è previsto che diventi un grande “deserto industriale”, con servizi in prevalenza a basso contenuto tecnologico e un’estrema dipendenza dall’esterno, quanto a materie prime, energia e per le stesse produzioni industriali, nonché con una dipendenza [assoluta] dal centro di quello che sarà il grande feudo globalista occidentale: gli Stati Uniti d’America.

Così, è chiara la logica sottesa dal piano 2010-2014 predisposto da Marchionne e dagli attuali vertici per la casa automobilistica Torinese, è simbolica l’”ascesa al trono” dell’ultimo degli Agnelli, che però di cognome fa Elkann, il trentenne John cosmopolita ma residente a Torino, ed è contestuale [o quasi] l’uscita di alcuni esponenti della vecchia guardia, come Gabetti.

Alcuni punti importanti e rivelatori, nella vicenda, sono a mio sommesso avviso i seguenti:

1)  Lo spin-off, lasciando perdere la letteratura “teorica e accademica” in materia, in Italia ha sempre avuto il vero scopo di separare dal resto stabilimenti e parti di azienda in previsione di una chiusura o di una vendita “sul Mercato”, previa ristrutturazione. Lo “scorporo” dell’auto da farsi in sei mesi, con la nascita di FIAT Industries che comprenderà la produzione [quella considerata “buona”, redditizia] di trattori, veicoli commerciali e camion [con IVECO], e di tutto ciò che non è strettamente auto con una parte di Powertrain [quella che non produce i motori per auto], è soltanto il primo passo per preparare il terreno alla futura vendita della FIAT auto a qualche “competitor” di settore, oppure a massicce delocalizzazioni degli stabilimenti produttivi fuori del paese?

2)  A fronte della previsione di un buon 40% delle autovetture prodotte in Italia da qui al 2014 – se il piano avrà seguito e i “cattivi” sindacati [leggi FIOM] non lo saboteranno – vi sarà nello stesso periodo la perdita di almeno 4.500 posti di lavoro. I lavoratori FIAT del settore auto “superstiti” oggi sono circa 21.000 [in Italia], mentre nel lontanissimo 1918, ai tempi di Giovanni “capostipite”, erano 40.000, e nei primi anni cinquanta superavano i 70.000. Il solo stabilimento di Mirafiori, al suo sorgere, occupava più lavoratori di quanti occupa oggi, direttamente, l’intero complesso di stabilimenti italiani. Inoltre, si sente parlare poco del destino dell’indotto e di coloro che vi lavorano.

3)  La sorte di Termini Imerese sembra comunque segnata.

4) Si richiederanno miglioramenti di produttività negli stabilimenti italiani, “sotto-utilizzati” rispetto a quelli europei e un’infernale turnazione [i 18 turni] che peggioreranno ulteriormente le condizioni dei dipendenti FIAT. Non vi sarà, però, aumento nelle capacità produttive come non è previsto aumento – ma anzi si è pianificata la riduzione – dell’occupazione.

E’ importante per l’Italia, giunti a questo punto, che una FIAT ristrutturata e “internazionalizzata”, dietro la quale si staglia sempre l’ombra maligna e interessata di Goldman Sachs, riesca a vendere con Chrysler 6 milioni di vetture nel mondo? Anche ammesso che oltre un milione di queste autovetture si produrranno effettivamente in Italia, quale beneficio ne ricaverà questo paese, in termini di aumenti significativi posti di lavoro, diretti e nell’indotto, di ricadute economiche positive, eccetera? Nessun beneficio, come lascia intuire il Piano strategico, anzi tutto a fronte di una prevista contrazione dell’occupazione e di un peggioramento dei ritmi e delle condizioni di lavoro.

L’annuncio del Piano 2010-2014, chiamato [ironicamente?] Lingotto II, è comunque piaciuto ai Mercati Finanziari, che hanno risposto con aumenti delle quotazioni delle azioni FIAT, confermando che l’”economia finanziaria” tira soltanto se si ristruttura e si annunciano tagli di posti di lavoro.

L’ulteriore effetto impoverente che si avrà in Italia, grazie a Lingotto II, a Marchionne e al nuovo management FIAT  potrebbe essere ancora più rapido ed accentuato se FIAT non riuscirà ad attuare questo Piano strategico, ma dovrà ricorrere al ben più penalizzante [per il nostro paese] “Piano B”.

Se ai lavoratori italiani della FIAT si richiedono ulteriori sacrifici, in cambio della promessa di mantenimento del posto di lavoro con salari sempre più insufficienti, ai manager del Lingotto [II] si assegnano gratuitamente 6 milioni di azioni e al solo Marchionne 2 milioni, per un valore che supera i 15 milioni di euro. Eppure il bilancio di gruppo 2009 si è chiuso con una perdita superiore a 800 milioni di euro, ancorché inferiore a ciò che si temeva. Con tutta evidenza, Marchionne se la cava bene nella “creazione del valore finanziario” a favore della proprietà FIAT, anche se lo fa a scapito dell’occupazione, in Italia.

Luca Cordero di Montezemolo, in uscita – avendo lasciato la presidenza al sorridente “pargolo” John Elkann, allevato da nonno Gianni ma adatto al clima “globalista” che si respirerà nella nuova FIAT post spin-off internazionalizzata/ americanizzata – sarà libero di dedicarsi a Ferrari, ma, soprattutto, di fare ulteriori danni entrando nella politica sistemica italiana come possibile ologramma alternativo all’ologramma Berlusconi.

Goldman Sachs, covo di serpenti finanziari che ha “benedetto” questa operazione, ne ricaverà cospicui utili, come sempre.

Gli unici che non ricaveranno niente – se non ulteriore disoccupazione e “desertificazione” nel sistema produttivo – saremo noi, costretti ad assistere a queste manovre impotenti.

C’era una volta la FIAT … in Italia.

C’era una volta la FIAT … in Italia di Eugenio Orsoultima modifica: 2010-04-22T15:34:00+02:00da derosse
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