L’Orda Verde di Eugenio Orso

Nei territori dell’impero ottomano sconfitto, subito dopo la prima guerra mondiale, regnava il disordine e soffiavano i venti della dissoluzione: gli inglesi tenevano prigioniero Mehemet, l’ultimo imperatore, a Istambul, francesi e italiani occupavano parti di territorio della ormai fu Sacra Porta, armeni e curdi avevano fondato una propria repubblica, i greci sbarcavano in Anatolia per occupare Smirne, e gruppi armati islamici, caucasici con gli occhi azzurri e i capelli rossi, scorrazzavano in lungo e in largo, minacciosamente nel crescente vuoto politico e d’autorità.

Era l’Orda Verde circassa, costituita da islamici dall’aspetto ariano che furono sconfitti e acquietati da quella grande personalità, ex ufficiale superiore dell’esercito ottomano sotto il comando prussiano, il quale riuscì a mettere ordine combattendo, a venire a capo del caos imperante e a fondare la moderna repubblica turca, giunta fino ai nostri giorni: Gazni Mustafà Kemal, rinominato poi Atatürk.

A chi scrive piacciono i paragoni storici improbabili e sperticati, ma nell’attuale situazione italiana di caos, di difetto di rappresentanza, di perdita di fiducia di parte significativa della popolazione nelle istituzioni e di “politiche economiche” anti-sociali e controproducenti per il paese, per di più imposte dell’esterno ad un ceto politico vile e incapace, una “forza” diversa dalle altre, aggressiva e rozza, scorazza nel settentrione del paese prendendone gradualmente possesso: è la Lega Nord bossiana, che consolida il suo ascendente sulle popolazioni settentrionali e letteralmente “tiene per le palle “ un Berlusconi ormai in declino, e con lui buona parte della maggioranza di governo.

Mentre l’Italia sta per uscire sconfitta assieme a molti altri paesi occidentali da una cruenta guerra economica e commerciale, ingaggiata con i così detti emergenti, ed in particolare con quelli orientali nello spazio globalizzato, ancora non si intravede all’orizzonte un’alternativa vera e credibile al neoliberismo mercatista che ci imprigiona e ci impoverisce, suscitando ovunque, come estrema e irrazionale difesa, vecchi egoismi, nuovi vuoti e paure che spingono una parte [non di rado maggioritaria] della popolazione a trincerarsi in posizione difensiva nella dimensione regionale.

Questa falsa alternativa al neoliberismo mercatista globalizzante, che non contribuirà ad inceppare i suoi meccanismi o a contrastare efficacemente le sue dinamiche a livello internazionale, impedendo che investano le dimensioni regionale e locale, scardinandone gli equilibri economici e sociali, spinge la parte meno acculturata della popolazione a seguire pseudo-leader, abili soltanto nel confezionare e nel rinnovare rapidamente l’”offerta politica”, e ad alimentare movimenti xenofobo-regionalistici destinati nel lungo periodo a sicura sconfitta.

Il vessillo della “forza” leghista di recente convertitasi al cattolicesimo più osservante, antiaborista e difensore della famiglia monogamica tradizionale, è curiosamente di colore verde come quello dell’Islam, ma si tratta di un verde di tonalità un po’ diversa – come mi ha fatto notare qualcuno che non ha il mio difetto di vista – ed è legato ad una patria immaginaria, a quella Padania creata da Bossi e dal suo entourage, che rappresenta una pura espressione geografica e non certo un’autentica fede comune, un sentire di popoli condiviso, o un’appartenenza che ha sfidato i secoli.

Ciò che risulta evidente è il tentativo di creare un surrogato di comunità, in cui fanno difetto sia le solide identità del passato sia gli aspetti propriamente, profondamente solidaristici, e l’uso strumentale della religione e delle stesse tradizioni locali sono altrettanto evidenti, quando all’accettazione della “difesa della vita”, simboleggiata dal rifiuto da parte dei neoeletti governatori leghisti di Piemonte e Veneto – Roberto Cota e Luca Zaia – della distribuzione negli ospedali della pillola abortiva RU486, non fa minimamente seguito la necessaria carità cristiana nei confronti dei più deboli, incarnati nella nostra società da molta parte degli immigrati sans papier.

Più di qualche maligno insinua che Cota e Zaia, astri nascenti della Lega del futuro, pagano in tal modo “pegno” a Santa Romana Chiesa per le sue ingerenze pre-elettorali e l’invito a non votare i candidati antiaboristi, gli “atei”, e via elencando …

Nella Padania, intesa come realtà puramente geografica che non esaurisce il settentrione d’Italia, alle sagre paesane e alle feste popolar-leghiste a base di polenta e salcicce, al mantenimento e alla rivitalizzazione delle tradizioni locali, si sovrappongono lo sfruttamento del lavoro nero e di quello precario – non importa se degli autoctoni più poveri o degli extra-comunitari – in fabbrichette e fattorie di proprietari “padani”, o il rifiuto di concedere la residenza a chi non ha un reddito adeguato.

Anche la rapida e opportunistica sostituzione di un vero e proprio culto pagano nei confronti dei celti e della loro civiltà con il cattolicesimo, o dell’avversione originaria nei confronti dei “terroni”, e di Roma Ladrona, con il pericolo [e l’autentico odio nei confronti degli] immigrati – che diventano perciò il nuovo capro espiatorio sul quale scaricare tutte le tensioni e le paure – rappresentano altrettante prove dell’assoluta strumentalità delle scelte e del “cinismo politico” che caratterizzano i vertici leghisti.

In queste squallide manovre, nel mercimonio con i “ceti produttivi” del Nord [piccola impresa, Coldiretti, eccetera], nelle “conversioni” improvvise e nel rapido cambiamento di comodo, puramente per scopi di consenso e elettoralistici, i commentatori ufficiali ravvisano, a gran maggioranza, l’”intelligenza politica” di Bossi.

Che poi nella Padania verde e dai mille campanili, testimonianza della millenaria tradizione cattolica – comune, del resto, ad ogni porzione dell’italico suolo – rientrino anche territori della Toscana, il Friuli Venezia Giulia o la costa ligure, la cosa mi sembra ancor più dubbia e opinabile, anche se in una patria immaginaria è pur vero che si può far rientrare tutto ciò che si vuole, a piacimento … non escluso, in futuro e se vi sarà un’opportunità politica da cogliere, quel meridione che fu prima bizantino, poi arabo e infine normanno.

Sommamente dubbia è l’omogeneità della terra nordica rivendicata dai leghisti come se per secoli avesse avuto unità politica o un destino comune, perché le grandi Signorie del settentrione, evoluzione dei comuni e governate da grandi famiglie [Della Scala, Gonzaga, Sforza, Visconti], erano ben diverse dalla Serenissima, contro la quale alcune hanno aspramente combattuto, il Friuli che fu dominato dall’arcaica figura del principe-vescovo [tralasciando il particolare che non fa parte della pianura padana, se non in un certo immaginario leghista], si caratterizzò per la sua arretratezza e la persistenza dei rapporti feudali di servitù, e la sua “modernizzazione” avvenne soltanto dopo il 1420, in seguito all’arrivo di Venezia liberatrice ed emancipatrice, mentre Parma e Piacenza, fino a quel tempo, avevano conosciuto un ben diverso sviluppo economico e sociale, per non dire delle differenze fra la Trieste asburgica e la Torino sabauda, in cui, ancora qualche decennio addietro, nei salotti buoni si parlava francese.

E’ storicamente esistita l’area culturale franco-veneta, dalla Francia all’Italia del nord, in cui, accanto alla letteratura, banalmente sono riscontrabili tracce dell’esistenza di costumi e persino di una cucina simili, sono nate le repubbliche marinare, come la Venezia dogale dello Stato da Màr e dei successivi domini sulla terraferma, che aveva un ordine sociale e un sistema educativo e scolastico fra i più avanzati del mondo [allora conosciuto], consentiti da una straordinaria accumulazione di ricchezze, e la stessa Genova che ha fatto la sua fortuna sulle invisibili rotte dei mari, fino al Bosforo e ben oltre, ma da quel che mi consta non è mai esistita una vasta area omogenea, culturale, economica, linguistica, come dovrebbe essere la Padania, continuamente evocata nei miti e nei riti leghisti.

Quel che importa non è, però, la verità storica, ma il fatto che una parte della popolazione sembra crederci, e sembra identificarsi con il progetto leghista, in cui il federalismo [anzitutto fiscale] mal cela pulsioni separatiste mai sopite definitivamente, e l’appartenenza significa banalmente, in accordo con la “pancia”, il mantenimento a tutti i costi dei propri standard di vita materiale e l’esclusione, senza appello, dei più poveri.

Il fatidico 1176, Il mito di Pontida, l’Alberto Da Giussano dalla biografia incerta schierato contro l’imperatore, la Lega dei comuni lombardi mai doma, presi sapientemente [e pelosamente] in prestito dalla storia d’Italia del dodicesimo secolo e insaporiti con tutto un corredo di giuramenti, carrocci allegorici e battesimi pagano-leghisti nelle acque del Po, hanno infuso in taluni una sorta di senso di appartenenza, ma pur sempre in accordo con gli interessi [molto] concreti di certi gruppi sociali, ai quali fin dall’inizio si è rivolta la Lega bossiana.

Si potrebbero evocare strumentalmente scenari molto antichi nella penisola, ben prima di Cristo, in cui al centro-sud era diffuso l’alfabeto latino e in parte del nord, nella Val Padana celtica e gallica, era ancora in uso quello runico, ma Bossi in persona ha affermato, di recente, che la Padania c’è da ottocento anni …

Se si vuole far nascere la Padania nel dodicesimo secolo, in seguito alla sollevazione di Milano e di alcuni comuni lombardi, nonché emiliani e veneti, contro il Barbarossa e le sue temibili armate, si deve tener conto che vi furono entità comunali e intere comunità “padane”, parrebbe numerose, che sono rimaste fedeli all’imperatore, e quindi, anche in quella storica circostanza non vi fu vera unità di quelle genti medioevali che la nomenklatura xenofobo-regionalista di Umberto Bossi spaccia, impunemente, per “progenitrici” dei leghisti contemporanei.

In occasione del trionfo leghista nelle recenti amministrative di aprile, sono riapparsi i soliti luoghi comuni che colgono la superficie del fenomeno, ma non spiegano le ragioni più profonde dell’avanzata di questa forza regionalista, xenofoba e ormai apparentemente “interclassista”, o addirittura “meticcia” come qualcuno ha insinuato.

Un’affermazione che spesso si sente è “la Lega è radicata nel territorio” [ancor più spesso “sul territorio”], non di rado tirando in ballo come termine storico di paragone le strutture e gli insediamenti del vecchio PCI, e l’altra, altrettanto diffusa, è “la Lega parla alla gente di problemi reali”.

A queste affermazioni quasi mai fa seguito un’analisi che cerca di spiegare i veri motivi del radicamento leghista in Padania, o il perché la Lega talvolta parla alla gente [qui intesa come una volgarizzazione, ad uso politico, delle moltitudini spinoziane] di problemi reali e concreti.

Ebbene, è necessario anzi tutto fare un po’ di luce sui motivi del crescente radicamento leghista nella “Padania profonda”, dal bergamasco ad Asolo, da Comacchio a Ponte di Legno, e segnare le differenze fra questo nuovo rapporto con il territorio e la forte strutturazione, particolarmente in certe aree del paese, del defunto PCI.

Il Partito Comunista Italiano, partito “pesante” e di massa erede del PCdI leninista e gramsciano nato nel 1921, poteva contare su un “collante ideale” e sull’apporto di ottime scuole per quadri e dirigenti, come quella celeberrima di Frattocchie, in Roma, chiusa dal lontano 1991, ma se il “collante” non è più ideale/ ideologico, non è più la messianica attesa dell’avvento del Comunismo, nell’ultimo dei “cinque stadi” storici, e men che meno può essere la lotta di classe, per la quale i panciuti bottegai padani e i padroncini non sono troppo versati, quale può essere nel caso leghista?

In altre parole, cosa si nasconde dietro i miti della “Padania” verde che dovrebbero unificare il nord e, come fondatamente ancora si sospetta, persino in ambienti filo-governativi formalmente alleati della Lega, gradualmente separarlo dal resto d’Italia?

Per quanto mi riguarda e molto banalmente, il collante è in parte rilevante dovuto all’interesse che hanno certi, ben definiti gruppi sociali, ai quali la Lega di Bossi ha parlato fin dall’inizio e dai quali non può prescindere, di poter continuare ad evadere il fisco, scaricando i costi sociali sugli altri gruppi e sul resto della società, di poter continuare ad impiegare nelle loro attività lavoro precario e in non pochi casi extra-comunitario sottopagato,  facendone largo uso nel caso che “il mercato si riprenda”.

Si tratta di gruppi le cui scelte sono legate non certo ad un’idea “nobile” di comunità, di difesa del territorio, di solidarietà, ma esclusivamente al livello del loro benessere materiale, minacciato dalla prima crisi sistemica globale “insaporita” da ben noti fattori endogeni di degrado …

Di fronte alla coperta sempre più corta delle risorse, questi gruppi sono disposti a buttare in mare tutto il resto – immigrati e Meridione compresi, anzi, fra i primi – pur di continuare ad esibire un ventre rigonfio, e la Lega, pena la sua stessa sopravvivenza, deve ascoltarli e interpretarne con solerzia i “movimenti di pancia”.

Bottegai, artigiani, piccoli imprenditori rappresentano lo zoccolo duro del consenso elettorale leghista, una “riserva di caccia” originaria e irrinunciabile.

La mitica Padania, quindi, è un mascheramento di egoismi che un tempo potevano essere definiti senza esitare “di classe”, anche se da qualche anno la Lega raccoglie a piene mani il voto operaio orfano di una vera rappresentanza politica, sopravvissuto alla “morte cerebrale” dell’omonima classe, quella operaia, salariata e proletaria, salvo poi disinteressarsi di operai e lavoratori dipendenti, ed anzi, stando al governo mantenere in vita la precarietà del lavoro, i parasubordinati, i co.co.pro, proponendo per soprammercato le famigerate “gabbie salariali”, rigettate persino dai forzaitalioti berlusconiani.

La Lega non contrasta e non contrasterà l’attacco in corso ai diritti dei lavoratori, né dice nulla a riguardo della pressione fiscale in gran parte a carico dei redditi fissi, non si sogna di dire qualcosa a riguardo della necessità della lotta all’evasione fiscale [per non perdere il suo “zoccolo duro” elettorale, che esprime la piccola evasione fiscale e contributiva], e ancor meno dispone di programmi seri e articolati per quanto riguarda la Sanità e l’Istruzione pubbliche.

E’ certamente passato molto tempo da quando lo storico di Venezia Alvise Zorzi scriveva con eccessivo ottimismo, nel [bellissimo] libro San Marco per sempre, che “tecnici e operai del Nordest sono la maestranza più evoluta e consapevole che si possa trovare e col padrone il rapporto è raramente conflittuale. E gli industriali, gli industrialotti, gli industrialetti e i padroncini sono ormai altrettanto numerosi degli operai, se non di più.”

Gli operai del Nordest [e non soltanto quelli, purtroppo] oggi sono come un esercito in rotta, che non esiste più e non sa a che santo votarsi, e gli industrialotti, i padroncini della PMI rischiano anche loro, in non pochi casi, la ri-plebeizzazione favorita dalla lunga crisi in atto.

La Lega, in sostanza, si radica dal Piemonte al Veneto, e si espande anche fuori del suo alveo per il vuoto lasciato dai partiti di massa [che non esistono più], in una vasta area – comprendente anche significative porzioni dell’Etruria – che diviene un territorio da conquistare con poca o nulla concorrenza, sfruttando abilmente la paura di certi gruppi sociali davanti alla crisi, all’impoverimento, alle prospettive future non certo rosee.

Sono il Vuoto, la Paura e l’Egoismo che favoriscono nella realtà economica e sociale italiana la Lega Nord, nel suo ultra-decennale rapporto con il territorio e con i gruppi sociali che vi dimorano.

Per quanto riguarda la formazione dei quadri di partito, poi, non mi risulta che per formare i futuri dirigenti leghisti – oltre alla pattuglia di quarantenni rampanti alla Cota o alla Zaia – esiste l’equivalente di Frattocchie, o anche soltanto un suo pallido surrogato.

Prova ne è che Bossi impone una carriera politica fulminante per il suo figlioletto ventiduenne, Renzo detto “Trota”, non proprio dotato intellettualmente [si colga la luce nel suo sguardo, nelle innumerevoli foto in circolazione], fino a imporlo come consigliere regionale lombardo … in questo curiosamente e grottescamente simile al Caligola della disprezzata “Roma Ladrona” che nominò senatore un cavallo.

Come ha dichiarato Michele Santoro nella puntata di Anno Zero del primo aprile, “la lega è molto abile nel rinnovare il suo gruppo dirigente, nel far esprimere i giovani”, ma, con tutta evidenza, si tratta di un’abilità nel rinnovare i volti ed in contemporanea, con brutta espressione, l’”offerta politica”, in linea con l’imbarbarimento dei tempi, se pensa che Renzo “Trota”, il più votato a Brescia con circa tredicimila preferenze piovutegli addosso grazie a papà, ha contribuito a diffondere il gioco online “Rimbalza il clandestino”, che istiga apertamente alla violenza nei confronti dei più deboli e diffonde il razzismo più vile.

Per quanto riguarda l’affermazione “la Lega parla alla gente di problemi reali”, va rilevato che lo fa in modo strumentale e secondo un suo “codice di comunicazione” attraverso il quale si rivolge in primo luogo al suo elettorato più tipico, volgendosi poi anche ad altre fasce sociali, purché nordiste e “padane”.

Il Federalismo Fiscale irrinunciabile, in ultima analisi e se passerà la sua versione più “hard”, vorrà dire “taglieremo i viveri al Sud” e tratterremo a Nord la ricchezza, mentre colpire gli immigrati, rendergli la vita impossibile, trattarli come dei senza diritti o dei criminali se privi di documenti, vuol dire, fra le altre cose, lanciare un messaggio chiaro ai lavoratori in bilico, ai precari e ai disoccupati: “ i posti di lavoro resteranno a voi, perché elimineremo la concorrenza”.

Ecco la vera sostanza del “nuovo Partito di Massa del Nord” strutturato sul territorio, che parla alla [ggg]gente di problemi reali … niente a che vedere con nuove forme di comunitarismo, perché molto più simile ad un tribalismo postmoderno calato in una dimensione regionale, niente a che vedere con il vecchio PCI perché mancano grandi idealità e vero solidarismo, niente a che vedere con la parte sana, onesta e consapevole del Nord – alla quale mi onoro di appartenere – perché la Padania, tutto sommato, non esiste e non è esistita se non come pura espressione geografica.

All’inizio del Novecento l’Orda Verde circassa è stata fermata da Mustafà Kemal Atatürk.

Ma chi fermerà, nell’Italia degli albori del terzo millennio, l’avanzata dell’Orda Verde padano-leghista?

 

 

 

L’Orda Verde di Eugenio Orsoultima modifica: 2010-04-06T18:08:00+02:00da derosse
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Un pensiero su “L’Orda Verde di Eugenio Orso

  1. Un’ottima analisi, anche se non sono un estimatore di Ataturk 🙂
    E’ dunque questo l’articolo della discordia che ti ha attirato tante inimicizie?
    Io sottolineo appunto l’aspetto ipocrita della Lega e dei leghisti che, finiti i proclami hanno, sia a livello politico che individuale, comportamenti del tutto in antitesi con quanto dichiarano. Ne parlerò nel video che sto preparando.

    Ciao,

    Simone

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