La concezione del tempo e i modi di produzione sociale [di Eugenio Orso]

L’interesse per questo argomento nasce dalla necessità di analizzare i lineamenti e il mondo culturale di un nuovo tipo umano, un tipo biopsichico diverso dai precedenti che si sta affermando nel nostro presente e forse popolerà il futuro, quanto meno per tutto il secolo ventunesimo: l’uomo precario.

Il presente scritto parte da una semplice considerazione, che investe la dimensione esistenziale dell’uomo precarizzato, pervadendola fin nel suo quotidiano: in questo presente si modifica anche la concezione del tempo, rispetto a ciò che fu nelle età e negli Evi precedenti, e quindi anche in relazione alle due società della crescita che hanno preceduto l’attuale, quella caratterizzata da un modo di produzione tardosignorile e protoborghese, in cui prevalsero le pratiche mercantiliste, e quella caratterizzata dall’affermazione del modo di produzione capitalistico vero e proprio.

 

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Il mondo della Tradizione, e gli antichi imperi tradizionali che ne rappresentavano il riflesso politico, culturale e sociale, esprimevano una concezione “circolare” del tempo.

Il “tempo circolare” non poteva che derivare da un elemento caratterizzante del ciclo agrario, legato all’alternarsi delle stagioni e fondato sui ritmi di un’agricoltura non certo intensiva e industriale.

Questa concezione del tempo – e la cosa riveste un’importanza cruciale – non configgeva con il tempo messianico della rivelazione religiosa, come invece accadde, in epoca posteriore, per il tempo destinato a scandire il “progresso” e lo “sviluppo” illimitato nel mondo capitalistico.

Anche per buona parte dell’Evo Medio e nella società feudale, per l’assoluta prevalenza dell’agricoltura sulle altre attività economiche, per il riprodursi di generazione in generazione, con un cambiamento molto lento e non troppo traumatico, dei ritmi che la produzione delle basi materiali della vita associata allora imponeva, questa concezione del tempo ha segnato l’esistenza di milioni di uomini.

Ciò non toglie che vi potevano essere [come, in effetti, vi erano] insicurezza nella vita quotidiana, violenza, sopraffazione e generale asservimento ad un’oligarchia che usava la spada, unitamente alla religione, per stabilizzare ed estendere il suo potere.

Infatti, pur nella distinzione formale fra servi e liberi, l’oligarchia dell’epoca sottometteva l’insieme dei lavoratori contadini, allodieri o concessionari, alla dominazione privata […] e riservava a una piccola élite di uomini di illustri natali […] la vera libertà, il diritto di portare armi, l’immunità della casa[1]

Oltre al fatto che le tecniche agrarie si modificavano lentamente nel tempo, il lavoro umano, molto semplicemente, era fortemente condizionato dalla luce solare, dal clima, dagli eventi atmosferici e dalle stagioni – elementi naturali dai quali non si poteva prescindere – e ciò non poteva non influire sulla quantità di pluslavoro di cui beneficiavano i dominanti.

La moderna misurazione del tempo, che ha inciso significativamente nella quotidianità dei singoli e delle comunità, ed anche sul lavoro, sulle corvée e sulle decime che il popolo medioevale doveva garantire ad aristocratici e prelati, ha un’origine relativamente recente, se è vero che il primo campanile dotato di orologio è comparso nell’Ile-de-France durante l’undicesimo secolo, modificando da allora i ritmi di vita e l’opera lavorativa.

Se nell’undicesimo secolo si manifestarono i primi sintomi di rottura dell’equilibrio tradizionale, fu dal dodicesimo secolo che la situazione economica e sociale si “sbloccò” definitivamente, come effetto, in primo luogo, del movimento ascensionale della popolazione dell’Europa occidentale iniziato alla metà del decimo secolo, difficilmente valutabile in termini demografici [per carenza di fonti].

Come scrisse lo storico belga Henri Pirenne, nella sua nota opera Le mouvement économique et social, la pressione demografica provocò l’immigrazione dalle campagne alle città [ed in particolare nelle città nuove] delle “eccedenze demografiche” [gli “ospiti”] e la progressiva costituzione di una nuova classe di mercanti e artigiani.

Iniziò in quei secoli [dal decimo al dodicesimo], dunque, la decadenza del mondo feudale, con il graduale passaggio da una società dominata dalla consuetudine, da un’organizzazione patriarcale dei latifondi [estranea al profitto e alla crematistica più sfrenata], dalla metafisica, dall’agricoltura e da una concezione circolare del tempo, a quella che in precedenza ho definito la prima società della crescita, preludio dell’affermazione del moderno capitalismo.

Parlando della società medioevale, evochiamo un sistema di produzione in cui i dominanti – rappresentati in tali circostanze storiche dall’aristocrazia e dal clero – si appropriavano d’autorità di una parte rilevante del prodotto del lavoro sociale, pur non intervenendo direttamente nelle dinamiche produttive e lasciando, per così dire, l’”organizzazione della produzione” ai sottoposti, ai contadini, alle comunità di villaggio, essendo i suddetti in altre faccende affaccendati [ad esempio la pratica delle armi, la guerra, per quanto riguarda la nobiltà di spada] ed avendo ben altri ruoli e competenze.

Con l’affermarsi del capitalismo, invece, la così detta razionalità strumentale, e la stessa organizzazione del lavoro sociale, sono diventate propriamente “interne”, nel senso che gli agenti capitalistici della classe dominante, per come funzionava [e funziona] questo modo di produzione non potevano non esprimere che una spiccata “invasività”, in accordo con la tendenza ad un’espansione illimitata della produzione di merci, di servizi, delle stesse idee, che sta alla base dell’”ideologia del progresso”.

Se in un primo momento vi fu la sussunzione formale del Lavoro al Capitale, intesa come la intendeva Marx, nel senso che i capitalisti, avviando la produzione in fabbrica e reclutando i lavoratori, avevano a disposizione il preesistente lavoro artigiano e lo “fagocitavano” senza modificare, in prima battuta, i contenuti intesi come competenze e professionalità, a lei fece seguito la sussunzione reale, e dal quel momento la produzione non riguardò soltanto le merci, ma le stesse competenze professionali da inserire nel ciclo produttivo.

Scrive Massimo Bontempelli, a tale proposito, che sarebbe opportuno riformulare, per trasporla come categoria illuminante in un più vasto ambito, la nozione marxiana di sussunzione, alla stessa maniera in cui Marx ha riformulato la nozione kantiana di sussunzione per riferirla al rapporto tra capitale e lavoro. Si tratta cioè di pensare la distinzione tra sussunzione formale e sussunzione reale non più soltanto del lavoro al capitale, ma di contenuti della stessa vita umana al capitale.[2]

Questa “fuga in avanti” del filosofo Bontempelli non mi pare del tutto inopportuna, o troppo avventata, perché il capitalismo della seconda società della crescita, partendo dalle potenzialità”evolutive” già in parte individuate nell’ottocento da Marx, ha fatto molta strada, trasformandosi, nel contempo trasformando l’intera vita sociale [ben oltre gli aspetti professionali e dell’organizzazione del lavoro] e segnando indelebilmente le soggettività nate e cresciute “sotto il suo giogo”, per adattarle alle sue metamorfosi, fino a giungere all’ultimo stadio, quello attuale, in cui le trasformazioni annunciano una vera e propria “svolta di Evo” e una nuova società.

E’ evidente che simili trasformazioni, indotte dallo sviluppo del monstre capitalistico, influendo sull’intera organizzazione della vita umana, sociale e individuale, influiscano anche sul modo di concepire il tempo, e, in effetti, non dobbiamo stupirci che ciò sia avvenuto con il passaggio dal “tempo ciclico”, caratteristico di un mondo tradizionale e precapitalistico, al “tempo lineare”, legato alle nuove dinamiche di produzione delle basi materiali della vita associata, ai processi di accumulazione-realizzazione e all’affermarsi [come già prima ricordato] dell’ideologia, o ancor meglio della religione laica del “progresso”.

Al di là della mera organizzazione del lavoro fordista-taylorista d’inizio novecento, basata su tempi e metodi e sulla misurazione cronometrica dei tempi lungo la catena di montaggio, oltre il famigerato cottimo, che non pochi fra i lavoratori più anziani e i pensionati ricordano bene, l’ideologia a contenuto messianico del “progresso” [con tutta evidenza legata alla necessità di una crescita infinita del tasso di profitto] porta a concepire il tempo come una linea retta, ossia un’accumulazione di punti uno successivo all’altro, simboleggianti momenti futuri sempre migliori dei precedenti.

Si tratta, come detto e ripetuto [ma ancora una volta giova ripeterlo] di aspetti ideologici ad alto contenuto “religioso” interni al sistema capitalista della seconda società della crescita, indispensabili per la sua riproduzione, e quindi strutturali.[3]

Il “tempo lineare”, così come descritto, è funzionale all’idea di progresso, diffonde fra i subalterni la [falsa] speranza in momenti futuri sempre migliori degli attuali, suscita le attese di miglioramenti inevitabili, ed è alla base delle così dette aspettative crescenti che tanta parte hanno avuto, quanto meno dalla seconda metà del novecento agli anni novanta, nel coagulare ed estendere il consenso sociale e nel ridimensionare l’inquietante spettro dell’Antagonismo di classe.

Si è manifestata, quindi, una sorta di “sussunzione del tempo” al Capitale [voglio essere più eretico e provocatorio di Massimo Bontempelli, prima citato …], un’ennesima “espropriazione” che ha riguardato tutti gli umani, la quale ha avuto una certa rilevanza nel supportare le dinamiche produttive capitalistiche, dando un contributo non propriamente secondario alla riproducibilità sistemica.

L’operaio che voleva il figlio dottore, ad esempio, per un’emancipazione sociale non infrequente negli anni sessanta e settanta del novecento, era anche lui prigioniero di questa concezione lineare del tempo e dell’ideologia dominante del “progresso”, di matrice squisitamente liberale [anche se si dichiarava comunista], ad ampia diffusione sistemica per neutralizzare l’insorgere di una diffusa opposizione sociale.

Seguendo questa via si tendeva a neutralizzare anche l’opposizione di tipo culturale, suscitando speranze di emancipazione nel corpo sociale, generate proprio dal mantenimento e dall’estensione delle logiche capitalistiche.

Il culto del progresso, la prospettiva di emancipazione sociale, l’estensione della produzione e della disponibilità di merci oltre i limiti di tollerabilità dell’Ambiente naturale, inserite in un tempo “rettilineo”, hanno reso per moltissimi la Speranza “interna” al sistema e non esterna, o meglio non legata ad un suo superamento futuro.

Ma il culto del progresso, con evidenti aspetti ideologico-messianici e necessitaristici, per diffondere la Speranza in una sorta di “redenzione” futura dell’umanità entro il perimetro delle logiche capitalistiche, non sembra più essere così determinante, nella sua diffusione massiva e omologante – come lo è stato negli ambienti culturali del capitalismo del secondo millennio [e quindi della seconda società della crescita] – per il capitalismo “transgenico” contemporaneo, le cui nuove dinamiche gradualmente lo vanificano e lo superano.

Orbene, la concezione del “tempo lineare” è stata anche lei superata nella decisiva mutazione del Capitale che interessa il nostro presente.

Il tempo della precarietà, armonizzandosi con le frequenti discontinuità esistenziali che il soggetto subisce, a partire dall’instabilità lavorativa e di reddito, non può essere certo “rettilineo”, e men che meno il suo scorrere può assicurare un percorso emancipativo dal punto di vista sociale.

Ecco che si afferma, allora, una concezione del tempo diversa, quella che io chiamo – non avendo ancora trovato espressioni migliori – la concezione del “tempo discontinuo”.

Le discontinuità della vita dell’uomo precarizzato, perciò, si armonizzano con la ”disarmonia” [mi si passi l’espressione, ancora una volta] della discontinuità temporale che le scandisce perfettamente, con il rischio di essere inghiottiti, ad un dato momento, nel non-tempo che caratterizza l’esclusione, intesa come l’espulsione perpetua dal processo produttivo che spesso vale l’espulsione dal resto della vita sociale.

Si vive la discontinuità alla presenza di improvvise accelerazioni di produzione e consumi, con cicli di vita dei prodotti sempre più brevi per la necessità del capitalismo “transgenico” di velocizzare la creazione finanziaria del valore, spremendo apparati produttivi ed umani, e quindi si vive in modo schizofrenico.

L’uomo precario naviga solitamente a vista, teme le derive e i naufragi, nel suo percorso è avvolto dalle nebbie e non spera più, intimamente, in momenti futuri necessariamente migliori degli attuali, perché derive e naufragi, insidiose secche e tempeste improvvise [che simboleggiano le crisi finanziarie ed economiche] sono sempre in agguato.

Nel “tempo discontinuo” il soggetto che vi si adatta a vivere deve sviluppare competenze precarie, abbandonare l’illusione che le esperienze passate cumulate, la sua formazione culturale e professionale possano essere decisive, non soltanto per una stabilizzazione nella vita materiale, ma soprattutto per intraprendere un reale processo emancipativo che può portare all’autocoscienza e, quindi, alla libertà.

Anzi, il restare legati ad un progetto esistenziale, o specificamente di lavoro, nelle nuove contingenze può essere penalizzante, perché le dinamiche del capitalismo mutante non hanno più necessità di stabilità e di competenze consolidate.

L’immagine che questa concezione del tempo mi suggerisce, è quella di un vasto oceano dai contorni non ben definiti e in molti punti poco profondo, in cui si è costretti a navigare valendosi di mappe imprecise e in cui frequenti sono le secche, quotidiane le tempeste e nel quale, veleggiando, spesso si incontrano aree dalle quali si rischia di non uscire più, o addirittura di scomparire entrandovi, come accade nel triangolo delle Bermude.

 




[1] [Georges Duby, L’economia rurale nell’Europa medioevale, vol. II, Edizioni Laterza, anno 1976]

[2] Il passaggio evidenziato in corsivo è tratto dall’interessante saggio di Massimo Bontempelli Capitalismo, sussunzione, nuove forme della personalità, che mi è stato inviato in formato elettronico da Marino Badiale.

[3] Sappiamo bene che il marxismo ortodosso parlerebbe, in tale caso, di sovrastruttura, ma l’ideologia che nasce dagli apporti di Hume, Locke, Smith, e di moltissimi altri, e dalla quale la concezione lineare del tempo inevitabilmente discende, è da considerarsi “interna” e fondante, come una parte irrinunciabile del motore della macchina capitalistica, venendo meno la quale la corsa è destinata a fermarsi.

La concezione del tempo e i modi di produzione sociale [di Eugenio Orso]ultima modifica: 2010-03-22T14:08:00+01:00da derosse
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