Le tre società della crescita [parte seconda]

Continua la presentazione dei capitoli della mia parte [Alienazioni e uomo precario] di un futuro libro, scritto a due mani con il filosofo Costanzo Preve.

Oggi pubblico la seconda parte del quarto capitolo, che riguarda i lineamenti principali di quelle che io chiamo le tre società della crescita: la società postfeudale e precapitalistica caratterizzata dal superamento dell’Evo Medio, della sua dimensione culturale, e dall’affermazione delle pratiche e delle politiche mercantilistiche, la società caratterizzata dal modo di produzione capitalistico del secondo millennio e la nuova società che si è delineata, nel periodo di transizione che abbiamo alle spalle, 1989/1990 – 2009, in cui l’ordine sociale precedente e i rapporti [sociali] di produzione hanno subito rilevanti modificazioni.

Proseguo, dunque, con la seconda società della crescita: il capitalismo del secondo millennio. 

La seconda società della crescita è caratterizzata dal modo di produzione capitalistico, dalla velocizzazione degli avanzamenti scientifici e tecnologici e da una nuova e originale concezione della ricchezza.

La legittimazione del primo capitalismo borghese, il suo raddoppio ideologico, è frutto di una elaborazione del pensiero iniziata nei secoli precedenti e continuata nell’ottocento, secolo in cui è nata la “scienza economica” e in cui il liberismo ha mosso dei passi decisivi, assieme ad un vero e proprio “culto del progresso”, nel segno della “rimozione del divino”, della filosofia e della politica nel segno dell’autofondazione dell’economia su sé stessa [come non si stanca di ricordarci Costanzo Preve].

Nel contempo, l’egemonia economica e culturale borghese ha avuto pesanti ricadute nella società, e la costrizione di massa al lavoro in fabbrica, l’afflusso di mano d’opera negli slums delle prime città industriali, l’esproprio generalizzato degli antichi saperi, per quanto attiene al lavoro e all’intero ciclo produttivo, hanno modellato una nuova classe subalterna, succeduta durante il diciannovesimo secolo al popolo: il Proletariato.

La nuova concezione della ricchezza, non più identificabile con i saldi positivi della bilancia commerciale e l’eccedenza dell’export sull’import in primo luogo per accrescere la potenza statuale, né riconducibile staticamente a riserve auree e monetarie detenute, ma legata allo stock di materie prime, agli edifici che ospitavano le attività produttive, agli impianti e ai macchinari posseduti, ivi comprese le celebri caldaie a vapore del paradosso di Jevons, ebbe il potere di cambiare il mondo, e il tutto fu fondato formalmente, o meglio “ideologicamente”,  sul lavoro libero e sul pluslavoro misurato dall’equivalente universale monetario.

Per quanto abbia convissuto a lungo con le economie pre[e proto]capitalistiche, e con settori tradizionali d’attività al suo interno, il modo di produzione peculiare della seconda società della crescita è stato segnato indelebilmente dall’espansione del capitale e dalle sue trasformazioni, dai processi di accumulazione/ realizzazione che hanno interessato i due secoli che ci lasciamo alle spalle, dal susseguirsi di periodi di crescita e fasi depressive – basti ricordare la Lunga Depressione fra il 1873 e il 1895 e la Grande Crisi del 1929 – il cui superamento ha richiesto revisioni profonde delle logiche capitalistiche, cambiamenti rilevanti, metamorfosi che consentissero in forme nuove la riproduzione sistemica.

Dopo una lunga e severa fase depressiva, si sono sempre verificate importanti trasformazioni che hanno avuto ricadute sull’organizzazione sociale.

Prova ne è che dopo la Lunga Depressione di fine ottocento [1873-1895], oltre alla Grande Guerra suicidaria fra le potenze imperialistiche europee, vi fu il passaggio epocale dal capitalismo proprietario delle origini a quello dei manager, accentuando il processo di separazione, in corso nella prima metà del novecento, fra una proprietà un po’ “infiacchita”, in qualche caso assenteista e dedita a staccar cedole, e la gestione dei mezzi di produzione affidata al management.

“The Managerial Revolution”, o più in esteso la rivoluzione dei manager che acquisivano il controllo degli apparati produttivi – secondo l’americano Burnham, che fu un intellettuale marxista non troppo “ortodosso” e che ebbe questa importante intuizione – avrebbe spodestato la borghesia capitalista ma non emancipato i lavoratori sottraendoli allo sfruttamento, avrebbe sancito il potere dei manager e portato alla nascita di tre grandi poli [o super-stati] nel mondo, quello statunitense, quello tedesco e quello giapponese, con l’Unione Sovietica, paese in cui la rivoluzione manageriale era nello stadio più avanzato, ma ben più arretrata delle tre potenze guida, che si darebbe dovuta barcamenare fra i poli, ed in particolare fra Stati Uniti e Germania[1].

Le previsioni “geopolitiche” di Burnham – il quale pubblicò l’opera citata nel 1941 – si rivelarono di lì a qualche anno errate, in un mondo bipolare USA-URSS che fece seguito alla sconfitta di Germania e Giappone, ma non così il suo discorso, nella sostanza ed in particolare per quanto attiene al “passaggio del testimone” dalla proprietà borghese al management, al governo delle grandi corporation, alla nascita e alla diffusione della public company e dell’azionariato diffuso.

Durante e dopo la ricordata depressione, inoltre, si è manifestata in modo chiaro quella che i vecchi marxisti consideravano la principale contraddizione capitalistica, nonché il motore della storia: la lotta di classe fra la Borghesia, quale classe sfruttatrice che controllava mezzi di produzione e stato, concepito quale strumento di oppressione dei subalterni, e il Proletariato, inteso come soggetto rivoluzionario.

L’esito più rilevante della lotta di classe è stata la vittoriosa rivoluzione russa, cui ha fatto seguito la nascita dell’Unione Sovietica, anche se la “massa di manovra” rivoluzionaria era nella realtà costituita, non da avanguardie operaie urbane [in tal caso nettamente minoritarie] ma dai contadini poveri e laceri, molto spesso legati alla “superstizione” religiosa e privi di una vera coscienza sociale, che nella sostanza lottavano per avere la terra.

Comunque sia, e pur in difetto del soggetto rivoluzionario auspicato da Marx come “intelletto attivo” del processo storico, dalla rivoluzione nacque un modello realizzato, radicalmente alternativo al capitalismo di matrice liberale, ma non una vera e propria società senza classi, perché la successiva industrializzazione staliniana, nel culto dell’industria “pesante e nel confronto con l’occidente, generò in Russia e nell’est Europeo tributario quelli che si possono chiamare, per distinguerli nettamente e socialmente dai proletari, i “ceti medi staliniani”.  

La Grande Crisi del 1929, conclusasi soltanto con il secondo conflitto mondiale [e grazie a questo], il completamento del suicidio dell’Europa e l’emersione definitiva della potenza americana, ha comportato nuovi e rilevanti cambiamenti, come l’”economia dal lato della domanda” [J. M. Keynes] che ha garantito il sostegno pubblico a occupazione, consumi e investimenti[2], l’intervento diretto dello stato nell’economia ed in ultima analisi, da un punto di vista etico-sociale, una diversa, meno iniqua distribuzione del prodotto fra salari e profitti.

L’estorsione del plusvalore, il disequilibrio fra Capitale e Lavoro e l’ineguaglianza reale fra gli uomini non sono mai cessati, in quanto necessari per la riproduzione sistemica, ma si sono forse attenuati, aprendo ampi spiragli di emancipazione e miglioramento per i subalterni, nelle fasi più mature e dopo il superamento del capitalismo delle origini, propriamente definibile borghese.

Ciò è accaduto con quello storico [ma tutto sommato breve e instabile] compromesso fra Stato e Mercato concretizzatosi nelle politiche del keynesismo assistenziale e nell’attivazione e diffusione dei meccanismi re-distributivi del Welfare State.

Già durante i primi decenni successivi al secondo conflitto mondiale e alla ricostruzione postbellica dell’Europa, mentre i processi di emancipazione innescati dall’assistenzialismo keynesiano generavano un nuovo “ceto medio”, si potevano forse intravedere i sintomi del futuro cambiamento.

Un elemento non trascurabile che ha portato, in seguito, al mutamento del quadro generale, e alla generale de-emancipazione di questi ultimi anni che ha investito sia il lavoro operaio sia i così detti “ceti medi”, nonché alla rottura del precedente “patto Stato-Mercato”, è rappresentato dalla caduta del saggio di profitto manifestatasi fra gli anni sessanta e gli anni ottanta dello scorso secolo, scatenando la reazione della grande proprietà e sollecitando un suo re-ingresso in grande stile nella gestione.

Ma un altro evento di ancor maggiore importanza è rappresentato, assieme alla naturale tendenza capitalistica all’allargamento dei mercati [che ha provocato in seguito, in condizioni geopolitiche più favorevoli allo scopo, la globalizzazione degli stessi], dalla nascita di una nuova classe dominante, quella globale.

La genesi di questa nuova classe dominante va cercata – e qui devo necessariamente richiamare le analisi del grande sociologo nord-americano Christopher Lasch, che per primo ha studiato il fenomeno – nella rivolta delle élite statunitensi contro la Midlle America, nel loro adattamento progressivo, in termini di stili di vita e visione del mondo, ad un capitalismo sempre più a “scorrimento liquido dei capitali finanziari” [Preve], diventandone i principali agenti, con l’inevitabile adozione, da parte di questa nuova “razza padrona”, di scale valoriali legate ad un’inedita “etica precaria”, a mobilità e flessibilità, dentro gli orizzonti culturali che il capitalismo contemporaneo impone.

Inoltre, l’assorbimento progressivo del così detto movimento operaio nelle logiche del capitalismo, la “socialdemocraticizzazione” completa dei partiti che in origine si ispiravano al socialismo massimalista, al marxismo, al comunismo, il loro ingresso nel mondo liberal-liberista del quale costituiscono oggi la debole “ala sinistra”, e la burocratizzazione dei quadri sindacali, con la loro cooptazione e il loro evidente ”imborghesimento”, in gran parte dell’Europa e tanto più in America, in cui non ci sono state al più deboli tracce dell’antagonismo di classe, hanno di certo contribuito a porre le premesse per l’importante trasformazione che oggi noi stiamo scontando.

Tali processi di “normalizzazione” all’interno della società, sono stati velocizzati attraverso la diffusione di allettanti modelli di consumo e nel contempo da una certa ri-distribuzione della ricchezza, e la nascita ed il peso progressivamente crescente dei “ceti medi figli del welfare”, in un ordine sociale che sembrava dovesse essere dominato molto a lungo dai “colletti bianchi”, hanno offerto un significativo contribuito all’esaurimento della lotta di classe e all’estinzione dell’antagonista, modificando progressivamente la strutturazione sociale nei paesi così detti sviluppati, e questo in particolare nell’ultimo trentennio del novecento, in cui il mondo stava andando verso la grande svolta.

Le ultime grandi isole di vera resistenza operaio-proletaria, in Europa occidentale, sono state in buona parte debellate fra la seconda metà degli anni settanta ed in particolare la prima metà degli anni ottanta dello scorso secolo, se qualcuno ricorda le vicende degli scioperi degli operai della Fiat e della successiva “marcia dei quarantamila”, in Italia, e la triste epopea dei minatori inglesi, gallesi e scozzesi di Arthur Scargill contro la Thatcher.

Si è trattato di una guerra culturale per la distruzione della coscienza di classe dei subordinati, prima ancora che di una lotta sociale ed economica fra salari e profitti, fra Lavoro e Capitale, fra la declinante borghesia e la morente classe operaia, salariata e proletaria.

Una lotta che poi si è approfondita ed estesa con il crollo del blocco sovietico e la fine della terza guerra mondiale [la “strana guerra”, combattuta a colpi di ideologia e con scontri militari, non di rado per interposta persona, ai confini dell’impero], innescando i processi di mondializzazione economica e il Quarto Conflitto Mondiale tuttora in corso, nel segno dello scontro per la supremazia fra gruppi dominanti, “mutati” in classe globale, e come effetto degli esiti del precedente confronto, per noi semplici umani mortifero, fra modelli diversi di capitalismo.

I conflitti fra i diversi modelli di capitalismo – quello liberista di matrice anglosassone, il collettivismo sovietico, in primo luogo, ed in subordine il capitalismo renano e le altre forme di “economia mista” europee occidentali, francese, italiana, eccetera – hanno alla fine sancito il trionfo del liberalcapitalismo e del modello americano di società, provocatoriamente definibile “senza classi”, con un capitalismo non più borghese [e proletario] né propriamente “manageriale” come lo si intendeva nel novecento, de-responsabilizzato nei confronti di comunità e nazioni, sempre di più basato sull’espansione indefinita della finanza, delle produzioni culturali e immateriali, fondato su nuovi paradigmi e su una nuova concezione della ricchezza, o meglio, di una nuova via per accumulare ricchezza, piegando le società umane a questo scopo e segnando un momento di rottura storica e culturale, un vero e proprio “cambio di Evo”, che annuncia la nascita di una società diversa dalle due precedenti.

 

 

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Riassumo di seguito, a partire quantomeno dal 1945 per arrivare all’inizio del terzo millennio, in modo assolutamente schematico e non certo esaustivo, per sommi capi le caratteristiche generali che hanno costituito altrettanti lineamenti economici e sociali, negli ultimi quattro o cinque decenni, della seconda società della crescita propriamente detta, fondata sul modo di produzione capitalistico del secondo millennio, ed hanno preparato il terreno per il passaggio alla terza società, ad un inedito ordine sociale e a un nuovo modo di produzione.

 

1) Patto fra Stato e Mercato che ha imbrigliato per qualche decennio gli spiriti animali liberalcapitalistici, anche nel mondo anglosassone dove questi sono si sono manifestati per la prima volta e sono sempre stati più “scalpitanti”. “Economia dal lato della domanda”. Keynesismo assistenziale, in primo luogo, che ha avuto ampi riflessi sulle condizioni di vita delle popolazioni europee occidentali, ma anche quello con aspetti militari della potenza nord-americana. Meccanismi re-distributivi del Welfare State, teorie del pieno impiego, aspetti inflazionistici importanti derivati dall’applicazione di queste politiche. Sul piano della strutturazione sociale rileviamo –  in seguito alla ri-distribuzione emancipativa della ricchezza, con la conseguente estensione dell’area del consenso e dei rischi “rivoluzionari” – la  nascita  di un nuovi ceti medi che si sono sovrapposti ai vecchi e li hanno rapidamente sostituiti: i “ceti medi figli del welfare”, formatisi in seguito all’emancipazione degli strati più alti del proletariato, delle trasformazioni culturali ed economiche che hanno investito i ceti medi di massa di fine ottocento  e della prima metà del secolo e i residui della più antica piccola borghesia.

 

2) Rottura del patto fra Stato e Mercato, verificatasi a partire dalla seconda metà degli anni settanta del novecento e dovuta ad almeno due ragioni principali:

   a) Metamorfosi delle élite, a partire dagli USA, in Global class dai lineamenti decisamente “rivoluzionari”. Trasformazioni culturali e di stile di vita, “etica precaria”, flessibilità lavorativa ed esistenziale, mobilità in accordo con il nomadismo sempre più accentuato dei capitali.

   b) Caduta del saggio di profitto nel ventennio 1960-1980, che ho prima ricordato e che ha favorito, se non imposto il re-ingresso in grande stile nella gestione di una proprietà in via di metamorfosi [sempre meno simile alla vecchia borghesia e ad un certo punto non più definibile borghese].

Nella prima fase di cambiamento, si è verificato il passaggio armi e bagagli all’“economia dal lato dell’offerta” o più precisamente alla Supply-side economics, teoria degli anni settanta [premio nobel Mundell e altri pregevoli economisti] recepita negli anni ottanta da Ronald Reagan in America ed importata in Europa occidentale dalla signora Thatcher. Lo stimolo doveva quindi essere a sostegno dell’offerta e si poteva ottenere con la de-tassazione per favorire gli investimenti. Naturalmente la de-tassazione favoriva gli alti livelli di reddito, quasi soltanto i “ricchi”, togliendo risorse allo stato sociale e alla spesa pubblica in generale, con la giustificazione pelosa di voler suscitare, attraverso la leva fiscale, più elevati volumi di investimento . Con i così detti reaganomics si esaltarono deregolamentazione e de-fiscalizzazione a scapito dell’equità distributiva, della spesa e della promozione sociale, senza particolari benefici per il prodotto e con aumento della disoccupazione. Un altro corno del problema, almeno per quanta riguarda i due decenni [1970-1980] pre-globalizzazione neoliberista vera e propria, era rappresentato dal successo della teoria quantitativa della moneta di Milton Friedman, che concepiva l’inflazione come un fenomeno senza riflessi futuri positivi sui livelli d’occupazione, puramente monetario e legato alle quantità di moneta in circolazione, da tenere sotto costantemente sotto controllo in termini di espansione.

L’occidente sperimentò quindi gli effetti de-emancipativi delle politiche cui ho fatto un breve cenno e si posero le premesse per un futuro cambiamento, a tutto vantaggio del Capitale e penalizzante per il Lavoro.

In tale fase, fra l’altro, hanno pesato molto gli aspetti ideologico-culturali, accanto a quelli di natura economico-sociale, e il “combinato disposto” di tali aspetti ha comportato l’inizio della ri-plebeizzazione dei “ceti medi”, a partire dagli Stati Uniti, in cui la trasformazione si è manifestata prima che in Europa, la rotta di classe operaia e proletaria [marcia dei quarantamila FIAT a Torino, minatori inglesi, gallesi e scozzesi di Sacargill sconfitti dalla Thatcher] per l'”azzeramento” della coscienza di classe, la distruzione dell’etica borghese tradizionale, l’inizio della diffusione dei dogmi neoliberisti e del nuovo paradigma della “creazione del valore” finanziario, azionario e borsistico.

Nella seconda fase di cambiamento, dal 1990 in poi, inizia il vero e proprio passaggio dalla seconda società della crescita a quella che io chiamo la terza società della crescita, con la partenza a razzo, o quasi, della globalizzazione neoliberista. 

Ricordiamo tre momenti topici, a riguardo, tre date simboliche importanti dopo la caduta del muro di Berlino del 1989, che corrispondono ad altrettanti passi sulla via del cambiamento di Evo

   a) Fine/dissoluzione del competitore sovietico nel mese di agosto del 1991, con riconoscimento dell’indipendenza delle repubbliche federate il 1/1/1992, e vittoria del modello di capitalismo liberista di matrice anglosassone sempre più fondato su un “economia dei servizi” finanziarizzata. Questa grande tragedia ha eliminato quello che avrebbe potuto essere ancora un efficace contrappeso planetario al capitalismo “mutante” finanziarizzato, ed ha illuso le amministrazioni americane, sia pur soltanto per qualche anno, di poter trattare la Russia come la Giamaica. 

   b) Istituzione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio in data 1/1/ 1995 come epilogo dei negoziati detti “Uruguay Round” [prolungatisi dal 1986 al 1994], nel segno del superamento, più che della piena attuazione, del GATT ginevrino del 1947 [General Agreement on Tariffs and Trade] e dell’ordine del commercio internazionale precedente. La sottomissione degli stati aderenti all’accordo, che oggi nel mondo sono più di cento e cinquanta, a regole imposte da un organismo fumoso e in qualche misura “privato”, ha equivalso a mettergli il morso e le briglie, togliendoli invece al Capitale “transgenetico”.

   c) Ingresso ufficiale della Cina nella OMC/ WTO come importante membro in data 11/12/2001, con un intero quindicennio di trattative alle spalle, fin da prima che la Cina adottasse ufficialmente il nuovo paradigma denghiano dell’”economia socialista di mercato”, o mercatismo orientale capital-comunista, come risposta asiatica al mercatismo/ neoliberismo occidentale e in sostituzione dell’ormai defunto maoismo.

A queste date simboliche, si potrebbe aggiungere anche quella dell’undici settembre del 2001 con l’attentato alle torri gemelle, perché in seguito alle operazioni militari successive si è chiarito l’intento della potenza americana, non ancora sopito e pur con l’adozione obamiana del “soft power”, di riassumere i processi di globalizzazione sotto le sue bandiere e in pieno accordo con i suoi interessi geopolitici.




[1] [James Burnham, La rivoluzione manageriale, Bollati Boringhieri, 1992]

[2] Il testo base di riferimento è, come a tutti noto, The General Theory of Employment, Interest and Money del baronetto inglese John Maynard Keynes, in cui si nota [e non è un certo un caso] che la parola occupazione/ impiego viene prima di interesse e moneta. La chiave di volta di tutto il discorso keynesiano, impostato in seguito all’esperienza della depressione del 1929, è nel sostegno pubblico, attraverso l’espansione della spesa, alla domanda aggregata, costituita essenzialmente da consumi e investimenti.

Le tre società della crescita [parte seconda]ultima modifica: 2010-02-11T10:25:00+01:00da derosse
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