I diversi volti dell’alienazione umana e dello sfruttamento nel nostro tempo [parte seconda]

Vorrei tentare, giunti a questo punto, una prima anche se insufficiente schematizzazione delle principali forme di estraniazione e di sfruttamento oggi riscontrabili, partendo dalle più tradizionali:

 

1)      Schiavismo classico dai lineamenti precapitalistici, non necessariamente limitato al settore primario, al tessile o alle attività minerarie [diffuso prevalentemente nel sud del mondo, nella Cina dei Laogai[1], cioè i campi di concentramento del lavoro coatto e forzato riservato detenuti, ma con tracce non trascurabili anche in occidente].

2)      Alienazione marxiana dell’operaio di fabbrica, o forme contemporanee molto simili a questa. In tali casi, i discorsi classici relativi allo sfruttamento e all’estrazione del plusvalore hanno ancora effettività e sono prevalenti. La grande “accumulazione originaria” cinese può costituirne una prova [diffuso in Cina, in altri paesi emergenti, con persistenze del fenomeno in occidente ed anche all’interno dell’Unione Europea].

3)      Nuove e più sottili forme di schiavismo legate al lavoro precario, a termine, interinale o somministrato, in vari casi di basso profilo ed eminentemente esecutivo. Ma la piaga ormai colpisce ovunque, anche in settori di punta che richiedono elevate qualificazioni professionali. Queste forme sono definibili sinteticamente, in una espressione, Neoschiavismo precario, il quale più precisamente significa “degenerazioni neoschiaviste nello sfruttamento del lavoro precario” [in via di rapida diffusione soprattutto nella parte nord-occidentale del pianeta].

4)      Nuove forme di alienazione umana basate sulla precarizzazione del lavoro qualificato, ad alto contenuto scientifico-tecnologico, intellettuale, in certi casi dirigenziale-operativo di basso livello. Il condizionamento e l’introitamento, in relazione ai dogmi dell’ideologia neoliberista, al nocciolo duro mercatista al suo interno ed agli elementi fondanti del politicamente corretto, giocano qui un ruolo importante, se non fondamentale, dato il livello culturale dei soggetti che le subiscono. La definizione generale e unificante che propongo è Meta-alienazione [queste forme sono riscontrabili in prevalenza nei paesi “avanzati”].

     

Per tentare di completare il quadro, almeno in via provvisoria data l’estrema complessità dell’argomento e le zone d’ombra che ancora permangono, non posso non accennare all’esclusione come dura realtà che interessa anzitutto i più poveri del pianeta, quel miliardo di persone che letteralmente fa la fame o addirittura è a rischio di morte per fame, ed anche come “minaccia”, in prospettiva futura sempre più concreta, che incombe su tutti gli altri, ad eccezione naturalmente dei soli membri della Global class, che sono a pieno titolo i nuovi sfruttatori e beneficiano della diffusione di queste forme di alienazione/ sfruttamento, innescate per un miglior controllo del “capitale umano” disponibile.

Il fantasma dell’esclusione è perciò caratterizzato dalla trasversalità, perché da un momento all’altro può materializzarsi e sostituirsi ad una delle quattro forme di estraniazione, facendo scivolare in un estremo stato di bisogno gli schiavi classici ed anche molti fra coloro che sono soggetti, prevalentemente nei paesi “in sviluppo” e in quelli “non in sviluppo”, può subentrare all’improvviso all’alienazione marxiana nella variante postmoderna cinese o in altre varianti, o peggiorare sensibilmente le condizioni di vita dei neoschiavi precari occidentali, ad esempio riducendoli al di sotto della soglia di povertà, oppure comprimendo significativamente il tenore di vita di molti meta-alienati [che restano pur sempre dei “privilegiati”, rispetto agli altri].

 

 

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Il Neoschiavismo precario ci riporta all’immagine dei nuovi “schiavi autosussistenti” [da me evocata in altra sede], i quali devono darsi da fare autonomamente per sbarcare il lunario, devono attivarsi per provvedere al loro mantenimento, che rasenta a volte la mera sussistenza e in certe contingenze la soglia della povertà effettiva, essenzialmente perché il loro mantenimento non è garantito dal padrone come accadeva agli schiavi antichi.

Va precisato che “Il padrone”, in questo caso, non è esattamente tale, non avendo responsabilità particolari nei loro confronti, grazie alle intermediazioni legalizzate [il nuovo caporalato d’agenzia, che “somministra” al sistema robuste dosi lavoro interinale], grazie alla generale de-responsabilizzazione del Capitale, e oltre tutto potendo cambiare rapidamente l’utilizzatore del loro lavoro.

Non di rado si tratta di neoschiavi “in affitto” e quindi la classica figura del padrone, ai loro occhi, tende a sdoppiarsi assumendo due volti: quello dell’affittante e quello dell’affittuario.

Si tratta di una sorta di cattività che non prevede l’uso di catene visibili – essendo molto efficaci quelle invisibili costituite dai meccanismi del Mercato, inteso come sistema di razionamento ed esclusione –, una schiavitù postmoderna senza un padrone ben definito che non sia il Capitale “a scorrimento liquido”, speculativo e socialmente neo-feudale, e sempre più spesso priva di future prospettive di Liberazione/ stabilizzazione.

Se da un lato è possibile che a questa sofisticata forma di schiavitù subentri ad un certo punto l’esclusione, dall’altro lato più difficilmente la maggioranza di questi soggetti riuscirà ad ottenere un’occupazione stabile e tutelata, con un piccolo ma rassicurante miglioramento del reddito e della posizione sociale, “bonus” agognati e corrispondenti, nel nostro presente, a quella che fu la lettera del liberto nel mondo romano-ellenistico.

Lavoratori come questi – investiti in pieno dall’onda d’urto della flessibilità occupazionale e prestazionale di lungo periodo – passano da un contratto a termine al lavoro informale, per poi essere “somministrati” alle aziende committenti od ottenere un part-time di qualche mese.   

In tali casi e posto che l’onda d’urto della flessibilità investe soprattutto i giovani, che sono i soggetti più facilmente “manipolabili” ed i predestinati, certo non risparmia gli operai ed altri lavoratori appartenenti a fasce d’età più mature, che perdono una precedente occupazione stabile.

I lavori sono esecutivi, non di rado di basso profilo professionale, nell’industria, ma sempre più spesso e diffusamente nei servizi, complice la de-industrializzazione che colpisce come una nuova pestilenza in molti paesi dell’occidente, e sono, per fare qualche esempio, quelli nel campo dei servizi alla persona e dell’assistenza ad anziani e malati, i servizi erogati dai famigerati call center, le pulizie industriali o quelle condominiali, i servizi ecologici e ambientali, eccetera.

Molti giovani sono oggi predestinati a scivolare in tale condizione, mentre nel passato ordine potevano diventare – per tutta la vita o per lunghi e formativi periodi della stessa – operai con qualche buona specializzazione, applicati, impiegati di concetto, commessi con contratto a tempo pieno e indeterminato, tecnici, insegnanti, e via discorrendo.

La scolarizzazione di massa ha distribuito per qualche decennio titoli di studio ed anche lauree in gran numero, che oggi in parte significativa non sono più “spendibili”, in particolare se riguardanti curriculum di studi universitari in campo umanistico.

L’interesse per la filosofia dei presocratici milesi o per la vita quotidiana nell’Evo Medio, o ancora per lo sciamanesimo non indoeuropeo, confortati da una laurea in filosofia oppure in storia – tanto per esemplificare – mal si conciliano con il paradigma imperante della “creazione del valore” azionario e borsistico, che pulsa con il cuore finanziario del nuovo modo di produzione.

Così la riforma della scuola e dell’università pubblica si può fare, come accade nell’Italia berlusconian-tremontiano-leghista, prendendo tre piccioni con una fava: riducendo progressivamente le risorse pubbliche assegnate all’istruzione “di massa”, buttando in strada decine di migliaia di precari che vi lavorano e che tengono in piedi molte attività didattiche, facendo entrare “il privato”, in prospettiva futura, per saccheggiare ciò che resta del patrimonio [immobiliare e culturale] delle scuole ed in particolare delle università statali, accampando la scusa dell’armonizzazione dei percorsi formativi con le esigenze “del mondo produttivo e del lavoro” [leggi il Capitale] e privilegiando le specializzazioni più “utili” che il Mercato seleziona e impone, buttando a mare le altre.

Questa situazione, che in prospettiva futura significa meno istruzione per la futura classe subalterna, la Pauper class, e il progressivo impoverimento dal punto di vista culturale dei suoi membri, è il segno di un mutamento culturale-ideologico di grande portata, prima ancora che di un’ulteriore e rilevante ridistribuzione delle risorse [pubbliche] a vantaggio del Capitale, secondo l’equazione “meno spesa sociale uguale più profitti” e soprattutto più valore creato nella dimensione finanziaria …

Oggi possiamo osservare i casi di laureati – non “armonizzati” con le stringenti esigenze della produzione e del Mercato e i loro imperativi categorici – che si adattano per sopravvivere, sempre più numerosi, alle occupazioni più varie e dequalificate, a mansioni flessibilizzate e puramente esecutive [pulire capannoni industriali o fare l’operatore ecologico, ad esempio] e alle condizioni economiche che ben conosciamo: mille euro il mese e spesso molto meno, per qualche mese di lavoro se va bene, poi si vedrà.

Alcuni fra loro sperano che si tratti di una condizione temporanea e fidano ancora, ma sempre meno con il passare degli anni e lo “stabilizzarsi” della sola precarietà, sul valore effettivo e sulla possibilità di poter far valere – in un mondo del lavoro “drogato”, ormai fino allo sballo, da flessibilità e deregolamentazioni – i loro titoli e i loro curriculum di studi …

Il guaio è che la precarietà è penetrata ovunque, nelle produzioni tradizionali, nel settore pubblico, nei settori tecnologicamente avanzati che dovrebbero rappresentare la punta della lancia del “sistema-paese”, e ad un’occupazione in qualità di sviluppatore o analista alle dipendenze una società che produce software per le banche o per la PAL, sempre più spesso può corrispondere un contratto atipico, temporaneo, talora così sottopagato da risultare incentivante soltanto per un immigrato.

I casi di precarietà e di disagio sono in realtà molto vari, oltre che più numerosi di quanto appare nelle statistiche ufficiali, e forse conviene “dar voce alla piazza dei nuovi schiavi”, riportando messaggi, domande e commenti tratti da un sito particolare, accessibile gratuitamente a tutti, quale è l’Anagrafe Precari[2]:

 

  A) Yano. buon giorno sono un precario dal 2005 ed ho avuto talmente tanti di quei contratti proroghe e stacchi di 20 giorni che ora nn so più quanti mesi ho fatto 49 53..boo!! qualcuno ha qualche programma per calcolare gli anni di “anzianità” da me maturati in base alle date dei contratti?? Grazie.

  B) Azzurrino. Ho 34 anni sono laureata in lingue e letterature straniere dal 2001, ho sostenuto esami, corsi di formazione, master, SISSI, abilitazioni varie (compreso specializzazione di sostegno) gravando sul bilancio familiare in modo non indifferente: come mi ritrovo oggi? senza lavoro e con un pugno di mosche in mano. Alternative? Se non avessi ancora i miei anziani genitori che mi danno asilo e cibo potrei essere una barbona, una ladra per sopravvivere, oppure morta di fame…..

  C) Federico. A 28 anni di età posso dire di aver avuto svolto soltanto lavori precari: in varie fabbriche, come bracciante agricolo, da un commercialista, presso un negozio, e presso una compagnia assicurativa (per 3 anni). A questo si aggiungano vari “lavoretti” quali ripetizioni, aiuto compiti e simili. Bene, ora mi ritrovo DISOCCUPATO. L’unica cosa positiva è che tre anni fa mi sono iscritto all’Università, e mi laureerò a febbraio. Per il resto non vedo nessun futuro per me.

  D) Paola. dal 2007 viaggio tra un periodo di lavoro(sempre breve)e un altro… ma il brutto è non sapere mai se il mese successivo lavorerò e come farò a pagare le spese di casa,a fare la spesa,le bollette….. VIAGGIO ma stò viaggio non finisce mai e soprattutto non vedo mai il mare!!

  F) Francesco. Ieri il mio padrone ha detto che per me non c’è più lavoro e me ne posso stare a casa: se proprio voglio posso venire in azienda e mi pagherà per i singoli pezzi assemblati. Ho 2 bambini piccoli e un mutuo, non so come farò…..

  G) Nicola. dopo anni di precariato da 2 sono disoccupato,senza aver lavorato nel frattempo nemmeno un giorno (non ho trovato nulla,neppure in nero).La mia situazione è disperata,ho 34 anni e i pochi risparmi messi da parte stanno finendo e probabilmente me ne andrò a rubare…non so proprio cosa fare 🙁

  H)  Paco. sono paco, lavoro in un aeroporto del nord italia con una di queste truffe che si chiamano agenzie interinali. Dopo 5 gg di corso di formazione (naturalmente non retribuito e senza l’ombra di un rimborso)scopriamo allegramente che si tratta di un contratto SOLO week end. Poi finito il corso l’altra sorpresa. Lavoriamo su chiamata per i week end. Abbiamo fatto il corso in una ventina se dobbiamo ruotare tutti significa che lavoreremo forse un giorno al mese con chiamate all’ultimo momento e contratti che nascono e finiscono il giorno stesso! E questi delinquenti in giacca e cravatta mi docono in tv che va tutto bene. Gli stupidi siamo noi!!!

  I) Giovane precaria. Nicole, 27 anni. Da due anni impiegata con contratto partito da stage, tirocinio formativo, poi progetto. Provo ad andarmene mi trattengono con un aumento di 100 euro al mese. Ora ne prendo 900 (tanto per renderci conto da dove siamo partiti) e lavoro 10 ore al giorno. se ho bisogno di un giorno di permesso devo segnalarlo due settimane prima manco fossimo in un ministero. Prospettive? Aprire partita IVA ed essere ancora più schiava.

E poi ci sono i più “anziani” che hanno perso un lavoro che fino a qualche anno fa poteva essere giudicato sicuro:

  L)  Dolo. ho 43 anni e dopo anni di lavoro a tempo indeterminato quello che si chiamava posto fisso l’azienda si è spostata ed io mi sono ritrovata a lavorare come precaria accontentando i datori di lavoro lavorando 6 mesi e poui ancora 6 e poi ancora 6 etc. fino che fa comodo a loro ora il lavoro scarseggia e quindi non mi rinnovano il contratto e mi ritrovo ancora in cerca di occupazione è veramente umiliante! sono d’accordo che questo sistema vada cambiato e solo noi e soprattutto i giovani che dopo anni di studio si ritrovano a fare di tutto pur di sbarcare il lunario e senza nessuna certezza per il futuro è ora di dire BASTAAA!!!

  M) Gitro. 54 anni, precario da 3 anni dopo 29 anni di lavoro “normale”. Attualmente occupato, con contratto a tempo determinato del commercio, nel reparto IT di una grande azienda metalmeccanica italiana. Spero che iniziative come questa, ed altre, servano a svegliare i nostri politici (quelli che dicono di difenderci) per attivare uno screening dettagliato di quest’area sociale e dei suoi problemi. Vivere da precario significa vivere una vita ai limiti della sopportazione e del vivere civile, consapevoli di essere, senza esagerare, i nuovi schiavi.

  N)  Emanulela. Mi chiamo Emanuela ho 42 anni, di Roma.Ho iniziato a lavorare nel 1991 nel settore alberghiero con contratto a tempo indeterminato per 16 anni fino a quando l’albergo non ha chiuso e ci hanno messo in mobilità da qui è iniziato un calvario che è continuato fino al 09/01/2008 quando finalmente tramite ufficio di collocamento sono entrata nelle scuole come collaboratrice scolastica con nomina su posto vacante, ma poi il 12/02/2009 di nuovo il calvario e adesso è ancora più triste perchè sono più vecchia di un anno. Ho un diploma di qualifica, ho fatto un corso professionale, ho preso la patente europea ECDL ma l’età è troppa, ma a soli 42 anni non si può morire, è giusto dare spazio ai giovani ma di noi il Governo cosa ne vuole fare, meglio non sugerirglilo altrimenti ci rottamano e ci mettono una taglia sulla testa.

 

Questi messaggi sono molto più seri, concreti e drammatici dei commenti da blog che ho presentato nel capitolo precedente, e la parola che in loro più spesso ricorre è “lavoro”, a riprova che il Lavoro non rappresenta un optional, una merce-servizio separabile con leggerezza dal suo portatore, o un lungo e fastidioso intermezzo, nell’arco della giornata, necessario per procurarsi i mezzi di sussistenza, ma fa parte integrante della persona, essendo una strada maestra per l’autorealizzazione e per il raggiungimento dell’autocoscienza, nonché di un grado di superiore dignità, e quindi non può che essere uno dei più importanti diritti dell’uomo.

Ma questo diritto è oggi violato e calpestato, in un vero e proprio esperimento di ingegneria sociale “flessibilizzante” – che riporta direttamente alla genesi dell’uomo precario, adatto a vivere in posizione subordinata nel nuovo mondo globale – il cui procedere fa sì che il riconoscimento di tale diritto non abbia più senso e le possibilità di praticarlo svaniscano.

Qualcuno potrebbe obbiettare che qualche minima tutela è comunque riservata anche ai precari, ai somministrati, ai lavoratori temporanei, oppure potrebbe invocare, come correttivo [e palliativo], l’introduzione di un “salario minimo” garantito – cosa che è stata fatta furbescamente dal socio fondatore del Pd Veltroni, nel suo confronto elettorale perdente con il Cavaliere che prospettava, dal canto suo, una detassazione degli straordinari e dei premi [3]– ma anche così permarrebbe comunque immutato il dato rilevante della precarietà, che lede il diritto al Lavoro, da intendersi in senso Etico prima ancora che giuslavoristico e costituzionale.

L’espressione “neoschiavismo” non è qui usata impropriamente, perché togliere all’uomo la sua dignità e con lei la possibilità di autorealizzazione, vuol dire ridurlo nello stato dell’”uomo incompleto” di nicciana memoria, confinandolo in una situazione molto simile a quella dello schiavo, al quale si nega la possibilità di crescita perché altro possa crescere sulle sue spalle, schiacciandolo e impedendogli di raggiungere la luce esattamente come la pianta esotica di una celebre metafora di Friedrich Nietzsche, che sacrifica le altre per poter raggiungere i raggi del sole, ed anche coloro che hanno scritto i messaggi da me riportati, pur con parole diverse dalle mie rivelano questa palese verità.

Atre considerazioni si impongono.

In alcuni messaggi si evoca la figura classica del padrone, ma va ribadito che questa non esiste più, o più precisamente, non esiste nel senso che in altri contesti storici e sociali si attribuiva a questa espressione, poiché la frantumazione dell’impresa, la ri-plebeizzazione di massa per plasmare uomini precari dopo la breve ma intensa stagione del Welfare, il ricorso massiccio a nuove forme di intermediazione nel campo del lavoro, la deresponsabilizzazione nei confronti del lavoratore di chi utilizza concretamente la sua opera – lavoratore al quale sempre meno si riconoscono i diritti, in quanto persona, fingendo che si tratti del mero erogatore di un servizio come qualsiasi altro, nel processo produttivo – fanno sì che il vero padrone non sia un essere fatto di carne e di sangue, appartenete pur sempre alla specie umana, ma un’entità che oggi ci appare nel suo stato finale, lo stato liquido [Liquid life dunque, ma da intendersi nel senso previano …], e questa entità non può essere che il Capitale.

Il “padroncino” che si vale del lavoro esecutivo precario può essere certamente un disonesto, un soggetto avido, un imbroglione inveterato, un “bottegaio leghista” della specie più gretta e disprezzabile, può non pagare qualche mese di stipendio e può avere le caratteristiche dello “schiavista-evasore”, comportandosi di conseguenza, ma anche lui è esposto “alla piena del Capitale” e da un momento all’altro potrebbe esserne travolto.

In certi casi, il “padrone” scompare improvvisamente lasciando i lavoratori senza stipendio e la situazione dell’unità produttiva sospesa: né fallimento né chiusura di stabilimento, soltanto il vuoto …

E’ questo il caso del call center di Phonomedia, a Trino Vercellese, in cui i dipendenti che presidiano lo stabilimento sono stati abbandonati al loro destino, senza licenziamento, senza cassa integrazione e senza stipendio da mesi.

I dipendenti di Phonomedia, autodefinitasi azienda leader in Italia nel telemarketing e nell’outsourcing, sono complessivamente settemila, considerati tutti gli stabilimenti, e vantano un credito per gli stipendi arretrati, ma i vertici aziendali sono scomparsi, così come la migliore clientela, l’attività si è fermata e lo stabilimento di Trino Vercellese è presidiato dai lavoratori, che per tirare avanti, senza reddito, si valgono di fondi di sostegno e di altre fonti temporanee di supporto.

Gli occupati a tempo parziale, rimasti di fatto senza reddito, percepivano circa seicento euro mensili e gli altri a mala pena un migliaio.

Anche per questa via può insinuarsi l’esclusione.

Ma la vicenda dimostra, una volta di più, chi è il vero e il solo padrone oggi e cosa significa socialmente “lo scorrimento liquido dei capitali” in ogni dove, fuori da un alveo delimitato e controllato[4].

Per continuare in senso metaforico, chi naviga in quelle acque con buone speranze di non annegare fra i flutti, o di non fare naufragio su qualche isolotto sperduto, è soltanto la classe globale che viaggia comodamente in prima, servita di tutto punto, e controlla il ponte di comando, trattandosi dei nuovi agenti strategici del Capitale ridotto allo stato liquido.

Altro trucco utilizzato per flessibilizzare è l’invenzione del “lavoro autonomo economicamente dipendente”, in Italia detto “parasubordinato”[5], che si situa in un’ampia zona grigia fra lavoro dipendente e lavoro autonomo, a dimostrazione che quando si parla di esperimenti “ingegneria sociale”, di conseguenti manipolazioni del diritto e simili non si esagera troppo.

Nei paesi dell’Europa mediterranea, quali Grecia, Spagna e Italia, il lavoro autonomo ha un peso rilevante, ma rientra in parte significativa nella predetta zona grigia, quando non nell’area del così detto sommerso, che da noi è particolarmente vasta, essendo il committente spesso uno solo, oppure riducibile a due o tre entità, in posizione di forza nei confronti di chi presta l’opera, dettando tempi e regole per lo svolgimento della sua attività e definendo i compensi.

Se i falsi autonomi, come io preferisco lapidariamente definirli, sono oggi molto numerosi, l’area del vero lavoro autonomo è più ristretta di quello che si pensa, ed anzi, in questi ultimi due decenni, nel nostro paese, sembra che sia in via di riduzione piuttosto che di espansione.

L’invenzione dei parasubordinati è semplicemente un escamotage, adottato nel sistema produttivo/ riproduttivo dominato dal Capitale liquido, che permette di non riconoscere a questi lavoratori eventuali tutele riconosciute ai soggetti [formalmente] dipendenti che svolgono le stesse mansioni, e ciò è riscontrabile nel settore del commercio come in quello dei servizi IT.

Ma tutte queste forme contrattuali [e di sfruttamento] potrebbero rappresentare niente altro che momenti di passaggio, o tappe necessarie, per approdare nell’arco di una generazione, o meglio di una generazione e mezza, alla condizione finale e definitiva del neoschiavo, quando la grande svolta culturale e i rilevanti mutamenti sociali in atto saranno compiuti, e con loro l’intero processo di gestazione dell’uomo precario.

Un’ultima precisazione, a proposito del Neoschiavismo precario:

In questa forma di alienazione strettamente correlata al capitalismo contemporaneo, l’aspetto della flessibilizzazione/ precarizzazione del lavoro – realizzata attraverso le controriforme de-emancipatrici giuslavoristiche, gli interventi legislativi e contrattuali regressivi, e la conseguente alterazione dei rapporti di forza a favore del Capitale – riveste una grande importanza, pari a quella che rivestono i pur rilevanti aspetti squisitamente culturali e ideologici del condizionamento, dell’introitamento dei dogmi neoliberisti e mercatisti, dell’accettazione dei modelli e degli stili di vita proposti, della cooptazione nel mondo simbolico creato per l’affermazione di questo nuovo di produzione.

Con buona approssimazione, si potrebbe dire che gli interventi diretti su diritto del lavoro, contrattualistica non soltanto riferita alle parti economiche, efficacia della rappresentanza sindacale, praticabilità effettiva del diritto di sciopero, possibilità di difendersi in giudizio dagli abusi della “controparte contrattuale” [mobbing, trasferimenti arbitrari, licenziamenti in tronco], estensione della libertà di licenziamento, eccetera, rappresentano uno dei due vettori principali – certo non l’unico e il solo, come chiarito in precedenza – per la flessibilizzazione del lavoro operaio dopo la “morte cerebrale” dell’omonima classe [New Workers] ed in parte significativa di quello espresso delle più basse stratificazioni dei “ceti medi figli del welfare” [che si avviano a formare il sub-strato Lower della Middle class proletariat].




[1] Nei Laogai, moltissimi milioni di persone, uomini, donne e bambini sono attualmente costretti al lavoro forzato in condizioni disumane a vantaggio economico del Governo Cinese  e di numerose multinazionali che producono o investono in Cina.

[3] Per rinfrescare un po’ la memoria in relazione alle sparate veltroniane su questioni sociali e distributive, riandando all’inizio del 2008 in un clima [malsano] di campagna elettorale sistemica, consiglio il seguente link, anche se emerge alla fine dell’articolo qualche inopportuna apertura di credito [con il senno di prima e con quello di poi] nei confronti del Kennedy del Gianicolo: http://scheggedivetro.blogosfere.it/2008/02/salario-minimo-garantito-il-primo-asso-nella-manica-del-compagno-veltroni.html

[4] Vedi Phonomedia, il leader dei call center lascia un esercito di 7 mila fantasmi di Salvatore Mannironi [http://www.repubblica.it/economia/2010/01/19/news/phonemedia_senza_stipendi-2006216/]

[5]  Lavoro autonomo economicamente dipendente/ lavoro parasubordinato. Una ricognizione su tutele e rappresentanza in Europa di Ida Regalia, Ires Lombardia, ottobre 2003 [http://www.lomb.cgil.it/nidil/regalia_convegno9_10_03.pdf]

I diversi volti dell’alienazione umana e dello sfruttamento nel nostro tempo [parte seconda]ultima modifica: 2010-01-28T14:04:00+01:00da derosse
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