L’Alienazione umana come guasto prodotto dal capitalismo contemporaneo: parte seconda [altri casi di studio]

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Il più importante sito di [vera] controinformazione italiano, Come Don Chisciotte, ha ripreso la prima parte di questa

serie di studi in forma d’articolo [link: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=6659] ed è stato per me interessante leggere i discretamente numerosi commenti, nidificati e non, che mi sono letteralmente piovuti addosso come una doccia fredda, perché i commentatori, presumibilmente di giovane età, hanno mostrato in maggioranza di essere estremamente critici nei miei confronti – mi si accusa spesso di “moralismo”, se non di peggio – e solidali con il mio [ex]corrispondente piccolo giocatore di borsa, oppure talmente confusionari da non poter essere compresi e i loro scritti analizzati, ancora una volta, se non come autentiche manifestazioni patologiche, rivelandomi appieno le dimensioni di questo fenomeno, che sono ben più ampie di ciò che credevo e speravo.

Non una parola di solidarietà nei confronti dei “compagni di sventura” più sfortunati: i disoccupati cronici [miserabili, secondo il giocatore di borsa], i disgraziati pensionati al minimo, le commesse precarie e sottopagate, eccetera, e non un accenno alle grandi questioni dell’epoca suscitate dall’ultima metamorfosi del capitalismo e rappresentate dal Lavoro e dall’Ambiente.

La questione sociale, abilmente nascosta dai media mainstream, dai circenses calcistici e televisivi, da politici, accademici, opinionisti e altri guitti sistemici, sembra che non esista neppure …

Ma è bene riportare senza alterazioni [e correzioni da maestro elementare d’altri tempi …] alcuni di questi significativi commenti – che sono dei veri e propri piccoli temi sulla scorta di quelli raccolti nel noto libro Io speriamo che me la cavo – per rendersene pienamente conto e comprendere che ci troviamo in fondo ad un vicolo cieco:

1)     Anonimotremendo. Ma vi rendete conto in che mondo vivete?hué sveglia,siamo nel capitalismo. l economia di una nazione non puó non crescere,altrimenti so cazzi…vostri.Se il pil non cresce o cresce troppo poco si ferma tutto.Come credete di finanziare le tentacolari attivitá del vostro pachidermico stato paternalista e onnipresente?Con le noccioline? O stampandovi moneta in regime di totale autarchia?Ma dai su,mica ci credte davvero.Dai,ditemi che é solo un passatempo,che la fantapolitica é piu´divertente del fantacalcio,che credete che il capitalismo di una nazione possa sgonfiarsi placidamente senza che scoppi una guerra civile. E poi,volete davvero rifare l ´ennesimo risorgimento italiano?Maroooo che palle!

2)     Cloroalclero. Non concordo [con lo scrivente “moralista”, come è ovvio, n.d.s.]. L’etica collettiva è responsabilità collettiva, l’etica individuale è responsabilità individuale. Se egli non ruba, non violenta, non truffa, ma obbedisce all’esistente rispettandolo, lui non ha alcuna colpa. Non è responsabile delle scelte politiche altrui. E uno che vota silvio, se non altro, con delle ragioni, ma non è certo il suo voto ad essre decisivo. Nessuno ti puo’ dire che se le cose si mettessero in un certo modo egli lascerebbe quello che sta facendo e andrebbe a sparare. Da che parte, non lo possiamo sapere. Ma il fatto di dire “l’angoscia x il futuro ecc” è un carico suo, che ne sai che egli non viva il presente e pensi che la morte sia, come è, in agguato in ogni momento? Certo, il suo operato individuale non è all’insegna del migliorare il mondo, ma la presneza di silvio dice che è in grande compagnia, sicuramente di una massa di pecore che non fanno quello che fa lui: una cosa “intelligente” nel contesto. Certo non ha la tempra del “rivoluzionario” e magari se andasse in povertà diventerebbe un voltagabbana, ma tu non hai elementi x giudicarlo: alla fine il senso di questo articolo è un canone giudaico-cristiano con cui non concordo. Non è certo un “socrate” ma non è neppure esecrabile come l’articolo lo dipinge.

3)     Galileo. E lo chiamate scemo? [il giocatore di borsa, n.d.s.] Il signor Rajoy, presidente del PP in Spagnao oggi ha proposto (in vista delle elezioni…) un contratto indefinito pero senza tanta indennizzazione per il lavoratore, che ti mando via quando voglio anche se contratto indefinito e ti pago meno di una volta……bla, bla, bla…

4)     Neutrino. Ma perché tanto disprezzo verso questo trader casalingo? L’epoca del lavoro come motore sociale è terminata, perlomeno nel ricco Occidente. Con l’attuale stato della conoscenza e della tecnologia potremmo vivere tutti di rendita, o quasi. Il capitale accumulato dalle passate generazioni, sia quello materiale che quello immateriale, rendono possibile la vita sulla Terra senza fatica. E’ solo a causa delle ineguaglianze, che permangono e si accentuano durante questa epoca storica, che alcuni hanno troppo e troppi non hanno nulla. Insistere con l’idolatria nei confronti del Lavoro è anacronistico (se questa frase risulta oscura: http://www.krisis.org/navi/italiano). Piuttosto cerchiamo di capire come liberarci del Lavoro senza smantellare la società civile che abbiamo creato nei passati 300 anni!

5)     Anonimotremendo [ancora lui, molto presente, che risponde a Neutrino con un commento nidificato] Scusa simpatico neutrino,ma questo signore sta facendo la solita piaggina contro il cattivone capitale finanziario che vive di rendita sulle spalle dal sano lavoro produttivo(di che?) e imprenditoriale santificato dalla costituzione,base dello Stato repubblicano.Riguardo alla stolta idolatria del Lavoro sono daccordissimo con te .L´articolo in questione peró si limita a fare una critica(piú che altro piaggina)della rendita capitalista che sottrae energie al lavoro sano e produttivo che senza di essa potrebbe conoscere una nuova primavera,quando é esattamente l opposto: se non fosse per la bolla finanziaria i limiti assoluti del sistema produttivo(di merce,occorre ricordarlo?) si sarebbero giá manifestati da almeno trent´anni,mandando in panne l intero sistema che ormai puo´ strascicarsi in avanti solo a forza di dosi sempre maggiori di addittivi e conservanti,visto che la sua linfa vitale,il Lavoro,a causa del progredire delle forze produttive,é sempre piu´superfluo.E la societá magari avrebbe giá da tempo cominciato a chiedersi se davvero ha bisogno dell ingombrante mediazione del “lavoro astratto” del “valore” ,della “merce” e di tutte le categorie sociali e politiche che vivono su di esse,per poter godere della propria ricchezza materiale e concreta non piu´incapsulata nell asfissiante corsetto di ferro della ricchezza astratta in forma monetaria.

E poco dopo, in un ennesimo sub-commento, il colpo da maestro finale: ho riletto quello che hai scritto,in efetti ho detto la stessa cosa che hai detto tu.l articolo in fondo fa l apologia del LAVORO quando giá potremmo vivere tutti di “rendita”,in senso lato,non monetario ovviamente.ciao

6)     Eleonora [finalmente un tocco femminile, più delicato …]. Perché mai bisognerebbe disprezzare l’autore della mail? E’ prodotto di questo sistema. Lo stesso sistema che strozza un’intera generazione tra lavoro precario a mille euro al mese, conguagli permettendo. E devi pure baciarti i gomiti perché hai un lavoro! Beh, se gioca in Borsa lo capisco e fa bene. Beato lui che ne ha la spregiudicatezza.

7)     ADANOS. Anch’io, visto che lavoro tutto il giorno al pc sistemando le cazzate del software che gestisce le polizze assicurative (quindi soldi) degli altri, ho tempo di cazzeggiare in borsa,con pregevoli risultati (+300% in 2anni) ma prediligo le borse USA (amex/nyse) a piazza affari, li non esiste il blocco per eccesso di rialzo o ribasso. Dovrei lasciar gestire i miei quattro soldi alla banca? Chiedete a chi aveva sottoscritto inconsapevolmente,tipo mio padre, tramite la sua banca di fiducia prodotti “garantiti” agganciati alla Lehman. no grazie scelgo io dove metterli. Lo faccio a mio rischio e pericolo ben conscio che i mercati azionari sono pura speculazione e azzardo. Lo faccio ben conscio che è tutta aria fritta, come del resto lo è la carta moneta priva di valore. Lo faccio finche il gioco dura, finchè la stupidità umana consente il perpetrarsi di uno stupido baratto tra numeri o carta straccia in cambio di beni materiali. Nel mondo non si dovrebbe essere costretti a rompersi il culo lavorando per sopravvivere. http://www.youtube.com/watch?v=7pEjwMiswOo Orso può anche risparmiarsi di far la morale al suo excorrispondente. [In questo commento sono evidenti il senso di precarietà e di temporaneità del “festino finanziario”, quale scorciatoia per restare a galla in un quadro ipercompetitivo ed incerto – “festino” che propriamente è tale soltanto per ristrette minoranze, nella realtà – ben riassunte dalla frase “finché il gioco dura” grazie alla “stupidità umana”, ma la recriminazione che “nel mondo non si dovrebbe essere costretti a rompersi il culo per sopravvivere” è chiaramente un effetto del condizionamento subito e un riflesso dei modelli di vita imposti, n.d.s.]

8)     Tonguessy, infine [una giovane che risponde per le rime ad ADANOS e prende indirettamente le mie difese, reo di aver osato fare la morale a questo splendido sistema e ai suoi attori, pur se minuscoli]. Nel mondo non si dovrebbe essere costretti a rompersi il culo lavorando per sopravvivere.” Già. Meglio che siano gli altri a spaccarsi il culo per mantenere i quattro cialtroni che cazzeggiano in borsa, vero? Lo schema Ponzi funziona proprio così. Mi ricorda l’articolo di Fini che esaltava i valori di Vallanzasca. Ma ce n’è mica qualcuno in questo sito che difenda i poveracci come tuo padre invece di difendere gli squali che se ne approfittano, che rubano, rapinano, ammazzano? Ha ragione la Moratti a intitolare la via a Craxi? Dopo toccherà a Corona, a Cimoli, a Fiorani, a Moggi, a Coppola e avanti così. La toponomastica esalterà la vostra grandeur mentre chi asfalterà quelle strade saranno sempre i soliti che sono costretti a rompersi il culo per sopravvivere.Viva l’italietta!

9)     Materialeresistente [una voce critica a mio favore]. E’ incredibile la massa di commenti che “cazzia” il blogger con le più svariate posizioni. Questo ha solo scritto che un tipo specula e guadagna sbattendosene di quello che gli accade intorno perché quello è il perimetro dei suoi valori. Secondo voi se siamo messi così non è perché in tanti frequentano lo stesso perimetro? E allora? Cazziate il blogger?

Questi ed altri commenti che non ho riportato, sia che “cazzino il blogger” moralista, sia che tentino una sorta di confusa apologia della spregiudicatezza degli speculatori, con la conseguente accettazione totale o parziale delle dinamiche del capitalismo global-finanziario, sia che più raramente intervengano in mia difesa, li ho trovati in prima battuta simpatici, divertenti, persino esilaranti … ma dopo un istante di ricreazione, al[l’ingiustificato] buonumore che di tanto in tanto ci si può concedere deve sempre subentrarere la riflessione e l’analisi deve continuare [the analysis must go on].

Il piccolo “diario di navigazione”, sconclusionato ed inquietante, di cui ho presentato alcuni esempi non può di certo esaurire tutta la casistica delle nuove forme di alienazione, ma contiene un punto fermo di facile lettura per chiunque: attraverso l’estraneazione da sé, dal prossimo, dal Lavoro inteso prima di tutto come via per raggiungere l’autocoscienza e come elemento fondante della personalità, si realizza il processo di flessibilizzazione delle masse in occidente, il quale supporta le dinamiche di esercizio del potere, di controllo della società e di una sua riorganizzazione su nuove basi ideologico-culturali e sociali, messe in atto dagli “agenti strategici” di questo nuovo modo di produzione, i quali appartengono non alla vecchia borghesia, ma alla classe dominante dell’epoca: la Global class.

Un mio referente ed amico, il filosofo e viaggiatore Mauro Zaplotnik ex militante della F.A.I. [dalla quale, a suo tempo, è stato espulso per “dadaismo” ed eccessiva eccentricità di pensiero …], mi ha descritto situazioni di alienazione indotte dalla diffusione delle “privatizzazioni”, dei precetti del capitalismo neoliberista[-anarchico, guarda che caso …], nonché degli stili di vita americano-anglosassoni, che ha potuto osservare di persona nella Budapest post-comunista, dopo il crollo del muro di Berlino e lo scioglimento del Patto di Varsavia ed in particolare agli inizi della crisi globale.

Anche se il suddetto vede le cose da un’angolazione diversa dalla mia, avendo io ben altre esperienze alle spalle e non essendo certamente un anarchico, non di rado convergiamo negli esiti delle analisi e nelle conclusioni tratte dall’osservazione dei fenomeni sociali contemporanei, piccoli o grandi che siano.

Nelle stazioni della metropolitana della capitale ungherese gli è capitato di incontrare, durante il giorno e notte tempo, fra una libagione e l’altra, fra una puntata alla Biblioteca Nazionale ed una visita alle terme, soggetti ridotti a vivere in quegli spazi come autentici homeless, ma dotati di computer portatile e di conoscenze informatiche, che gli consentivano di mantenere un contatto puramente virtuale con il “mondo superiore”.

Questi soggetti collegavano abusivamente il loro portatile [per caricare la batteria, poterlo usare e spesso connettersi] alle fonti di alimentazione ed alle “sorgenti” della connettività che trovavano nel loro rifugio provvisorio, e consideravano quegli spazi, gli alloggiamenti di fortuna di chi è stato espulso senza più garanzie sociali e che ha la primaria necessità di ripararsi alla meglio dal freddo e dalle intemperie, “il loro ufficio”, nel quale caparbiamente tentavano, attraverso la rete, “di fare business”, sognando un futuro e trionfale ritorno in superficie, sognando di “vincere” e di poter abbattere il muro dell’esclusione che li separava da una società proiettata irrimediabilmente verso il futuro, ma sempre meno disposta ad attendere i ritardatari …

Il proporsi come “account manager” o come “project manager” ad una primaria compagnia, mentre si dorme in un sacco a pelo e si ha difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena, ha in sé qualcosa di profondamente ironico, di assurdo ma anche di drammatico e rappresenta un segno inequivocabile dei tempi.

Tentare operazioni di borsa con gli ultimi spiccioli, magari on-line sui soliti mercati asiatici – visti come “terre vergini” da sfruttare – mentre ci si collega abusivamente alla linea elettrica, oppure a quella telefonica, è altrettanto grottesco e drammatico … e rappresenta un’altra vittoria del “Dio rendita”, non soltanto sul Lavoro, ma anzi tutto sull’essere umano nella sua interezza.

Del resto, anche nel nostro paese e non di rado nei grandi centri come la Milano capitale economica, vi sono numerosi lavoratori poveri, i quali pur continuando a lavorare e a percepire uno stipendio, dormono e vivono in ricoveri di fortuna a causa degli alti costi abitativi e di vita, e della diffusione massiva di un “mito del successo” che tritura tutto il resto.

Qui in Italia, gli equilibri sono ormai così delicati e fragili che bastano gli effetti economici di una separazione o di un divorzio per trovarsi in difficoltà, nelle peggiori contingenze senza neppure un tetto sopra la testa.

Ebbene, ascoltando i racconti di Zaplotink, frequentatore critico e attendo della Budapest “sotterranea” [anche se non soltanto di questa], non ho potuto fare a meno di collegare le storie individuali narrate e gli strani personaggi che ne sono protagonisti, esclusi socialmente ma “inclusi” culturalmente, con certi “mostri innocui” incontrati da Baudelaire nei recessi della Parigi ottocentesca e da lui mirabilmente descritti, in un’epoca molto lontana da noi e in un ordine sociale differente, quando il capitalismo europeo era giovane, rampante e il suo dominio non era ancora planetario e assoluto.

Però il filosofo errante Zaplotnik, socratico fino al midollo ma anarchico per scelta politica meditata, non adottava e non adotta nei confronti di queste “vittime sacrificali del Libero Mercato” lo stesso approccio che adottava la figura centrale della modernità letteraria dell’ottocento francese, C. P. Baudelaire, nei confronti dei poveracci della Parigi dell’epoca.

Mentre Il Magister, come gli intimi chiamano con rispettosa ironia Mauro Zaplotnik, invitava spesso questi soggetti in difficoltà a “Simposi” improvvisati, e li intervistava davanti ad un buon bicchiere, per stabilire il contatto umano riuscendo a sfondare eventuali muri di incomunicabilità, e poi se era in grado di farlo gli porgeva un aiuto, il grande poeta Charles Pierre Baudelaire, quando incontrava un mendicante che nei vicoli di Parigi pietosamente chiedeva la carità ai passanti, lo insultava e poteva giungere fino a picchiarlo, cercando di provocare una reazione e di resuscitare, in lui, la dignità umana che certamente sopravvive in ognuno, come una brace nascosta dalle ceneri, e solo dopo aver ravvivato il fuoco e ricevuto un cazzotto dal mendicante – a dimostrazione di una recuperata dignità – gli consegnava la borsa con il danaro … perché “adesso sei mio pari”.

Il parallelo potrà sembrare a qualcuno azzardato, o addirittura improprio, ma ne possiamo trarre se non altro una significativa informazione, utile per comprendere la natura di questo capitalismo: se al tempo di Baudelaire gli emarginati facevano quasi interamente parte di remote “sotto-classi urbane”, estintesi da molti decenni, e spesso nascevano mendicanti destinati a mendicare tutta la vita, oggi e in non pochi casi coloro che sono costretti a muoversi ai margini provengono dal lavoro qualificato e da quello che era il “ceto medio”, ri-plebeizzati ed espulsi dai processi produttivi, i quali però si portano dietro nell’esilio tutto il loro bagaglio di conoscenze professionali e scientifiche, e a volte anche qualche “strumento di lavoro”, come, ad esempio, il computer portatile.

Mi spingo addirittura oltre, proponendo un altro “ardito” parallelo, questa volta con la civiltà delle polis greche, in cui la massima libertà e possibilità di autorealizzazione per gli uomini era rappresentata dalla possibilità di accedere allo spazio politico, senza limitazione di diritti, e di poter partecipare attivamente ai dibattiti che regolavano la vita sociale [e in questa anche i fatti economici].

Purtroppo tale opportunità era negata a molti, donne, schiavi, meteci, eccetera, che hanno sempre costituito la maggioranza degli antichi greci, e se ad un certo punto i maggiorenti dell’epoca si sono visti costretti a “dare una giornata di paga”, un vero e proprio salario, a chi partecipava alle assemblee perdendo un giorno di lavoro, per evitare che andassero deserte – come è effettivamente accaduto nella Atene che si avviava verso il crepuscolo – forse la necessità di partecipare non era più tanto sentita, come lo fu probabilmente alle origini [per ragioni eminentemente culturali che oggi noi abbiamo qualche difficoltà a comprendere], da una parte significativa dei cittadini della polis.

Ma comunque sia, l’equivalente della partecipazione allo spazio politico in quella civiltà, ormai definitivamente perduta, potrebbe essere oggi rappresentato dal diritto ad un lavoro dignitoso e stabile, che è molto di più del semplice “posto fisso” per vivacchiare, come si intende comunemente la stabilità lavorativa nell’Italia del “mi manda Picone” e dei concorsi pubblici truccati.

Notiamo che l’area di questo diritto si va rapidamente restringendo e fra qualche anno i più ne saranno esclusi, come gli schiavi, le donne e i meteci dalla pienezza del diritto di cittadinanza nel mondo ellenico delle città stato.

I mutamenti antropologici e culturali non sono certo una novità, nell’intero arco della storia universale, ma la situazione che oggi si va profilando riporta ad un’ulteriore “diminuzione” dell’essere umano, che deve essere messo senza limitazioni a disposizione del capitale, in quanto fattore della produzione che esprime il lavoro, e che inoltre non deve poter individuare chiaramente il Nemico che lo sta riducendo in quello stato, e soprattutto non deve poter aggregarsi per tentare di resistere a questi processi “di cambiamento”, al “progresso” che avanza travolgendolo, riscoprendo alla fine la prospettiva e la possibilità di liberazione rivoluzionaria.

Ci sarebbe ancora la storia di Francesco – lo chiamo così per non rivelare la sua vera identità – dalle grandi capacità “manageriali” e dalle belle speranze, con tanto di laurea in economia e commercio e master alla Bocconi, il quale si alzava alle sei di mattina, motivato e fresco come una rosa, andava al lavoro balzando nella macchina già in moto e durante le pause pranzo frequentava una vicina palestra, curando anche l’aspetto esteriore con la cyclette e il body shaiping oltre che le “relazioni” con l’alta direzione, ambedue attività di cruciale importanza per mantenersi “in forma” ed accreditarsi come giovane e dinamico dirigente operativo, in un mondo dove le apparenze e le “relazioni” contano spesso molto di più della sostanza [vedi in proposito l’esempio di Berlusconi].

Di fondamentale importanza, per sua la carriera, era la condivisione degli “obbiettivi aziendali”, altrimenti detti target, fingendo di introitarli come se fossero i propri, e sprizzando entusiasmo da tutti i pori davanti ad ogni dato economico positivo sciorinato nei frequenti “brainstorming”, quale la crescita sostenuta, da un anno all’altro, del “valore della produzione caratteristica”, oppure una buona performance del ROI [return on investment] o del ROE [return on equity].

Cambiare lavoro non era un problema, come dichiarava con candore il soggetto in questione, non ancora quarantenne, come del resto cambiare ragazza e legame, almeno fin tanto che di lavoro ce n’era e il cambiamento implicava una crescita del reddito e nuove opportunità di affermazione personale.

La sua concezione dell’esistenza ed anche le sue dichiarazioni nelle discussioni private, fuori dall’ambiente lavorativo, riflettevano questa condivisione di obbiettivi, che mal celava l’accettazione acritica del sistema nel suo complesso.

Così, la flessibilità del lavoro, se correttamente interpretata e applicata, rappresentava un vero toccasana per il “sistema-paese”, con ricadute positive [pensate che miracolo!] anche sugli strati sociali più bassi.

La defiscalizzazione era necessaria, ma in primo luogo per le imprese, che avrebbero avuto più mezzi “per crescere” ed affrontare la minaccia alla nostra economia che stava arrivando da oriente [ciò non toglie, però, che ci si debba comunque “aprire al Mercato”].

I contesti concorrenziali e “sfidanti” erano quelli più adatti per stimolare l’innovazione e la ricerca[sic!] e dunque a favorire lo sviluppo economico e produttivo … ah, sì … anche l’occupazione.

Il protezionismo rappresentava sempre una soluzione sbagliata, pure in tempi di recessione economica [ma per quale motivo?].

L’antagonismo di classe [identificato in toto con il comunismo marxista novecentesco] era finito e si andava necessariamente verso una società di individui liberi, indipendenti, “che si sarebbero dati da fare” rinunciando al noioso posto fisso per “crescere” professionalmente, non più obnubilati da vecchie ideologie assolutiste [una volta ha usato proprio questa espressione] e sostanzialmente antidemocratiche …

Non vado oltre per varie ragioni: perché credo di aver già reso bene l’idea, per non tediare troppo i lettori con queste banalità fra il politicamente corretto e l’irreale, che rappresentano pure “dichiarazioni di fede” come si può facilmente comprendere, e perché ormai “ho detto tutto”, come dichiarava Peppino a Totò in un noto film, in cui i due mattatori d’epoca interpretavano i fratelli Caponi [che siamo noi …].

Ma gli scenari e le situazioni possono cambiare all’improvviso, e così fu anche nella sua vita, dopo che l’impresa in cui lavorava in qualità di responsabile amministrativo fece boom e si dissolse in loco, in seguito ai primi, consistenti segnali di crisi nell’economia reale.

In quella occasione lui perse il posto, dimettendosi volontariamente prima del licenziamento, non senza qualche pressione dei Vertici e un “incentivo” per favorire la mobilità “volontaria” … relativamente modesto, però, e non certo paragonabile ai “paracaduti d’oro” del top management, trattandosi di un pesce decisamente piccolo.

Fu costretto ad accettare, perché il dirigente, in tal caso di basso livello e con un ruolo operativo, ha un contratto che formalmente lo tutela meno degli altri dipendenti esposti ai “giri d’aria”, e non deve passare sotto le Forche Caudine della cassa integrazione a zero ore, prima di essere definitivamente espulso …

Ebbi occasione di comunicare con lui, in quel periodo, e in quel frangente mi venne in mente una delle prime “mattanze” di dirigenti, molti anni fa, quando il gruppo Pirelli – attivo nel tradizionale settore dei pneumatici ed in quello delle fibre ottiche – con un Tronchetti Provera ancora rampante e abbronzantissimo [che parlò sull’argomento dal vivo, a Firenze, durante un seminario al quale ho partecipato anch’io] ristrutturò a livello internazionale e ne licenziò oltre trecento.

La crisi porge il destro ai “tagliatori di teste” per scatenare i loro istinti nel pieno della distruzione creatrice di schumpeteriana memoria, senza guardare in faccia nessuno.

Poi iniziò per lui il calvario, ponendo fine alle belle speranze di affermazione professionale e di successo “bruciando le tappe”, e probabilmente scoprì, sulla sua pelle, che le competenze professionali, le conoscenze cumulate, la stessa condivisione incondizionata degli obbiettivi aziendali possono non servire a gran che, nel momento in cui il capitale decide che non ha più bisogno dei tuoi servigi, che sei diventato un peso per l’azienda e che in breve puoi diventarlo anche per quella successiva …

In tale caso il calvario significa occupazioni più precarie, più incerte, a termine, a condizioni di volta in volta più sfavorevoli, anche per un dirigente, dovendo andare sempre più lontano da casa, il tutto condito con una riduzione continua delle voci variabili retributive, premi, MBO ed incentivi vari, che dovrebbero costituire una robusta integrazione dello stipendio base dirigenziale e soprattutto premiare il merito, il pieno raggiungimento dei target assegnati.

Se poi chiude i battenti anche la società che ha dato generosamente lavoro, però con una riduzione del 20% dello stipendio rispetto al contratto precedente, gli entusiasmi a breve termine si affievoliscono ulteriormente e qualche piccolo dubbio – in particolare “sulle magnifiche sorti e progressive” del liberalcapitalismo, per usare la sua definizione preferita di questo sistema – dovrebbe lentamente cominciare a farsi strada.

La BMW 2500, ad esempio, sta diventando un po’ troppo costosa da mantenere e le “cenette a lume di candela”, con bellezze conosciute nelle notti indiavolate in discoteca, si rarefanno.

Ma il condizionamento può essere talmente forte da far sperare “che prima o poi il Mercato si riprenda”, che quanto sta accadendo è soltanto di un incidente di percorso della nuova economia globale, ancora in fase di rodaggio, superato il quale tutto ripartirà con maggior velocità di prima.

Forse è un estremo atto di fede, che suscita la speranza ultima dea dell’uomo, ma sappiamo bene che non di rado “chi vive sperando, muore cagando”, come recita in tutta la sua disincantata crudezza un antico proverbio popolare, non so se addirittura precapitalista …

Ed è proprio questo il caso del giovane dirigente, brillante laureato dalla carriera interrotta dalla crisi, che aspettando “tempi migliori” per rimettersi in gioco e risalire la china d’un botto, fidando ancora in una repentina e clamorosa ripresa del Mercato e nella svolta di tutti gli indicatori [spes ultima dea], ha già cambiato tre lavori in poco più di un anno, con il reddito in diminuzione e dovendo spostarsi sempre più lontano.

L’Alienazione umana come guasto prodotto dal capitalismo contemporaneo: parte seconda [altri casi di studio]ultima modifica: 2010-01-18T12:03:00+01:00da derosse
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