L’alienazione umana da Rousseau a Marx: parte seconda

Prima di approcciare la questione dell’alienazione da un angolo visuale materialistico, centrato sull’analisi economica e sociale [sto parlando ovviamente del pensiero di Marx e di Engels], con l’approdo successivo al concetto di sfruttamento del lavoratore, è bene accennare brevemente [e purtroppo alquanto superficialmente] alla concezione hegeliana di alienazione, come premessa indispensabile per una trattazione storica e teorica successiva dell’argomento.

Si può credere che tale concezione ci riporta esclusivamente su un piano astratto, idealistico, e cioè all’autocoscienza dell’Hegel di Fenomenologia dello spirito, ma in realtà essa ha influenzato e permeato il pensiero di Marx, oltre che quello di Feuerbach, con Karl Marx che non si è mai veramente congedato dalla dialettica hegeliana e dai suoi fondamenti, ma ne è rimasto fecondamene “prigioniero” per tutta la vita.

Un trait d’union imprescindibile fra il pensiero di Hegel e quello di Marx, non esclusivamente nel caso specifico del concetto di alienazione, è la centralità del lavoro per l’essere umano, e il merito del grande filosofo tedesco [sto parlando in tale circostanza di Hegel, essendo i nostri tutti e due tedeschi] è proprio quello di averlo compreso e mirabilmente trasmesso, anche al suo “allievo” più noto e dotato.

In accordo con il pensiero di Hegel, l’autocoscienza procede per gradi – i gradi della coscienza, che conducono alla piena coscienza di sé[1] – e si interseca con la storia del genere umano.

Nel divenire di questo processo dialettico, l’alienazione rappresenta un momento necessario, che può assumere sia connotati positivi sia connotati negativi.

E’ l’alienazione dell’autocoscienza, vista in chiave negativa, che poi torna in sé stessa in una diversa, successiva e superiore sintesi, rivelando la positività del fenomeno.

Se L. Feuerbach ha in seguito elaborato il concetto di alienazione in relazione alla religione, con la sottomissione dell’uomo alla potenza divina, la quale è comunque una creazione umana che comporta la scissione dell’essere, universalizzato in un processo di astrazione, bisogna arrivare a Marx [e a Engels, naturalmente] per trovare finalmente un legame diretto fra la condizione storica dell’uomo e l’alienazione, condizione storica che chiama in causa i rapporti sociali e di produzione di un’epoca determinata, istituendo per tale via un legame in cui acquistano rilevanza, e centralità, il lavoro e la stessa proprietà dei mezzi di produzione.

Fra un’immagine ideale e astorica dell’uomo e la concretezza della persona immersa in rapporti sociali particolari, nella sua inevitabile relazione con il mondo esterno che spesso si estrinseca nel lavoro, Marx ha operato una scelta non scontata, per un hegeliano che in un certo senso non ha mai abbandonato i territori dell’idealismo, e ha scelto questa ultima.

Per avere un’idea precisa di cosa significava l’alienazione per il filosofo di Treviri e quali sono i suoi effetti sull’uomo – che in tale caso si incarna nell’operaio costretto al lavoro salariato – bisogna far riferimento ai Manoscritti economico-filosofici del 1844, editi all’inizio del secolo successivo.

Nei Manoscritti, Marx rivela i quattro volti dell’alienazione dell’operaio, e quindi dell’alienazione umana nell’epoca dell’affermazione del modo di produzione capitalistico.

Questi volti, o lati, come più precisamente scrive il filosofo, si possono riassumere nel modo seguente:

1)     Estraniazione del prodotto del lavoro, appartenente ad altri [i capitalisti] e considerato come oggetto alieno e oppressivo. La vita che l’operaio ha dato all’oggetto del lavoro, gli si contrappone ostile ed estranea.

2)     Estraniazione dell’atto della produzione entro il lavoro. L’attività non appartiene a chi la compie, allo stesso modo dell’oggetto, perché l’uomo non produce per se stesso ma per altri [i proprietari dei mezzi di produzione]. Infatti, secondo il Marx dei Manoscritti, il prodotto dell’attività lavorativa altro non è che il résumé della produzione.

3)     Estraniazione da sé stesso. L’estraneità al proprio corpo, alla natura esterna e all’essere spirituale significano l’alienazione dell’essere umano in quanto tale.

4)     Estraniazione dell’uomo dall’uomo. Ha scritto Marx che se l’uomo si contrappone a sé stesso [conseguenza dell’estraniazione a sé], il prossimo si contrappone a lui, poiché il lavoro alienato non può non riguardare anche il rapporto con l’altro, oltre che con l’oggetto, con l’atto di produzione e con sé stesso.

Il lavoro umano non è più libero ma coatto, e questa costrizione denunciata da Marx – della quale beneficiano non gli dei ma altri uomini dediti al lusso, al bello, a giochi di potere e al conflitto reciproco per la supremazia, alla piena soddisfazione dei propri appetiti – nasconde la realtà del primo capitalismo, che il filosofo svela, evidenziando la profonda ineguaglianza insita nei rapporti [sociali] di produzione della sua epoca, ancorché mascherata da un’eguaglianza formale, essendo il lavoro salariato “libero”, a differenza di quello degli schiavi del mondo antico, nel rapporto con i liberi e i patrizi, o dei servi della gleba nel rapporto con chi concretamente godeva del prodotto della loro attività.

Nei rapporti di produzione capitalistici, all’epoca della prima industrializzazione e così come potevano osservarne lo sviluppo K. Marx e F. Engels, il lavoro salariato non è certo ”libero”, l’uomo cerca di sottrarsi a lui, come unica possibilità per raggiungere la felicità, e pur rappresentando un carattere costitutivo e fondante della persona umana, un bisogno insopprimibile dell’uomo, diventa la fonte stessa dell’estraneazione.

Conviene, per ricordare come Marx concepiva il lavoro che rende dignità all’essere umano, riportare un breve passo tratto dai celebri Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, successivi ai Manoscritti:

Un lavoro realmente libero, ad esempio il comporre musica, è al tempo stesso la cosa maledettamente più seria di questo mondo, lo sforzo più intenso che ci sia. Il lavoro di produzione materiale può assumere questo carattere solo nel caso in cui: 1) è posto il suo carattere sociale; 2) è di carattere scientifico e al tempo stesso è lavoro universale, sforzo dell’uomo non come forza naturale appositamente addestrata, bensì come soggetto che nel processo di produzione non si presenta in forma puramente naturale, primitiva, ma come attività che regola tutte le forze della natura.

E questo con buona pace di Adam Smith, che secondo Marx pensava soltanto agli schiavi del capitale ed anche di Fourier, che aveva secondo il filosofo tedesco una concezione ingenua e abbastanza frivola del lavoro, non certo influenzata dalla lezione hegeliana, in quanto il francese interpretava il lavoro umano come puro gioco e divertimento.

Marx svela l’inganno del lavoro salariato “libero” e la profonda ineguaglianza fra chi ha soltanto l’opera lavorativa da offrire e chi, al contrario, dei frutti di tale lavoro di fatto beneficia, nel senso che si tratta non certo di una libera scelta [potendo concretamente rifiutare di prestare l’opera, su un piano di parità, e restando inattivi] ma di autentico lavoro coatto, esterno a chi compie l’atto del produrre, e dunque forzato.

L’alienazione, in tale caso, nasce dalla costrizione, dall’irreggimentazione della forza-lavoro, destinata a diventare merce-lavoro, nella fabbrica e dalla rottura dei precedenti equlibri sociali.

Per quanto riguarda la proprietà privata – in particolare dei mezzi di produzione, dato che stiamo discutendo di Marx e della sua concezione dell’alienazione in rapporto al lavoro salariato – è in tale contesto teorico la conseguenza dell’alienazione del lavoratore e non, come invece può apparire, l’origine dello stesso.

Del resto, la proprietà privata ha trovato una giustificazione fin dalla scolastica e da Tommaso d’Aquino, ma esclusivamente nei termini di una concessione fatta dalla comunità ai suoi membri, in quanto legata al loro lavoro e sprone per l’operosità, in un’ottica di servizio nei confronti della comunità stessa, come si direbbe oggi.

Se si accetta il discorso marxiano in relazione alla proprietà, è ovvio che la conseguenza di un’alienazione profonda, che estranea l’uomo da sé stesso e dal prossimo, non può essere intesa in alcun modo in senso positivo, in quanto frutto di una patologia.

Se invece si concepisce la proprietà privata come diritto naturale, svincolato dall’etica e quindi dal costume della comunità, che la concede ai suoi membri a date condizioni [tornando per un attimo al doctor angelicus Tommaso d’Aquino], si riesce anche a mascherare il lavoro alienato, spacciandolo per libero, per volontario, e a ipotizzare un’eguaglianza fra gli uomini che non ha luogo nel mondo reale dei rapporti sociali e di produzione, come è avvenuto storicamente nel pensiero economico liberista.

Certo, il discorso marxiano in merito al lavoro salariato capitalistico della prima industrializzazione in Europa, all’estraniazione che ha comportato e all’ineguaglianza reale fra gli uomini, può sembrare talora un po’ “freddo”, frutto di un’impostazione scientifica che poco spazio lascia alle considerazioni etiche, ma dalle seguenti parole, tratte dai Manoscritti del 1844, si comprende bene che così esattamente non è, perché in queste parole vibra l’indignazione:

Il lavoro produce certamente per i ricchi cose meravigliose; ma per gli operai produce soltanto privazioni. Produce palazzi, ma per l’operaio spelonche. Produce bellezza, ma per l’operaio deformità. Sostituisce il lavoro con le macchine, ma ricaccia parte degli operai in un lavoro barbarico e trasforma l’altra parte in macchina. Produce cose dello spirito, ma per l’operaio idiotaggine e cretinismo.

L’ineguaglianza reale fra uomo e uomo diventa, in tale contesto, una conseguenza del lavoro estraniato [come per quanto riguarda la proprietà privata] e non una sua causa.

Compito dell’economia politica, premette il Marx dei Manoscritti al breve passo da me riportato, è quello di nascondere l’estraneazione che è implicita nell’essenza stessa del lavoro.

Il lavoro va qui inteso, non certo come l’attività dell’artigiano appartenete alle corporazioni medioevali, oppure quella del piccolo produttore indipendente ateniese nel mondo antico, ma come lavoro salariato a beneficio di un altro uomo, il capitalista[2], a ulteriore riprova che il concetto di alienazione non può prescindere dalla dimensione storica, e in un’epoca determinata deve essere inquadrato.

E’ appunto per il motivo anzidetto che nel tempo presente, in cui il capitalismo si trasforma, per certi versi in modo radicale, trasfigurandosi e diventando altro da sé dopo aver raggiunto la piena autocoscienza della sua illimitatezza [mi riferisco al pensiero di Costanzo Preve, che ha elaborato il concetto di capitalismo speculativo, prendendo le mosse dalla filosofia hegeliana], il concetto di alienazione deve essere inevitabilmente ripensato e rielaborato, anche se il lavoro coatto e alienato dell’operaio, al quale faceva riferimento il Marx dei Manoscritti, non è certo scomparso dalla faccia della terra, e lo possiamo incontrare ad esempio in Oriente, nei vasti territori dove si concentra lo “sviluppo” industriale cinese, particolarmente nelle aree costiere di quel paese, in contesti economici e sociali in cui si sono riscontrate significative similitudini con la prima industrializzazione dell’Europa.

In quella parte del mondo, il passaggio dalla Rivoluzione Culturale maoista al paradigma della “economia socialista di mercato” ha comportato mutamenti rilevanti, “rivoluzionari” ma in senso ampiamente negativo, non soltanto da un punto di vista culturale e ideologico, pur nella persistenza delle strutture di potere del locale partito comunista e del conseguente controllo statal-partitico delle risorse.

Strutture di potere finite progressivamente nelle mani di una nuova oligarchia capital-comunista – definibile a pieno titolo “mercatista orientale” e di fatto proprietaria – nel periodo successivo alla sconfitta della “banda dei quattro”, ossia di quella moderna e celebre congiura alla quale partecipava anche la vedova di Mao, e al fallimento del suo estremo tentativo di “restaurazione”[3].

Infatti, come si sa o si dovrebbe sapere, il prodigioso “sviluppo” commerciale e industriale della potenza cinese negli ultimi due decenni, con un’accelerazione agli esordi del terzo millennio, ha fatto ampio ricorso alla costrizione nei confronti delle popolazioni rurali, in parte urbanizzate a forza e in parte espropriate delle loro fonti di sostentamento, principalmente attraverso l’esproprio delle terre per mutarne la destinazione, favorendo l’estensione conseguente delle aree industriali e urbane, in una “irreggimentazione” della forza-lavoro non troppo dissimile da quella che nell’Europa della prima industrializzazione ha fatto seguito alla recinzione delle terre aperte, e per qualche verso accostabile a questo fenomeno storico e sociale.

Il primo capitalismo europeo [nella fattispecie britannico] ha avuto necessità di grandi quantità di forza-lavoro da irreggimentare nella fabbrica, e si è valso del lavoro di coloro che venivano dal mondo rurale, da quello delle produzioni artigianali, e via discorrendo.

Gli immensi bacini di mano d’opera di cui hanno potuto disporre il capitalismo mercatista cinese e quello occidentale – oggi ampiamente delocalizzato nella stessa Cina – per l’industrializzazione del paese sono infatti concentrati nelle campagne dell’antico impero di mezzo.

Altro aspetto da evidenziare è il ricorso al vero e proprio lavoro coatto, in tale caso formalmente e “legalmente” coatto, che è quello di detenuti e dissidenti politici, valutato intorno ai cinque milioni di unità, ma che con tutta probabilità è di dimensioni notevolmente superiori: fra i dieci e i quindici milioni di persone, costrette a lavorare forzatamente a beneficio esclusivo di altri[4].

Vi è poi l’uso massiccio del carbone nel “miracolo” cinese, che secondo certe fonti ha riguardato addirittura il settanta per cento del combustibile utilizzato, tanto che si può tentare una curiosa similitudine fra culture diverse, contesti geopolitici ed epoche storiche differenti – ma non per questo completamente priva di significati – con l’industrializzazione britannica settecentesca alimentata dal carbone, la prima a partire nell’Europa dell’ultimo quarto del diciottesimo secolo, agli esordi di un’era caratterizzata dall’uso crescente [e smodato] dei combustibili fossili.

Lavoro coatto, alienato, irreggimentato, sottopagato, privo di dignità e garanzie sociali, se non in certi casi di matrice schiavistica, hanno riguardato negli ultimi anni non soltanto la Cina, ma numerosi altri paesi in altre aree del pianeta, in particolare nella parte meridionale e orientale dell’emisfero, come ben sappiamo.

Territori in cui la costrizione al lavoro regna sovrana, per portare un altro esempio qualificante, sono quelli in cui da tempo sono stabilite le così dette zone franche di esportazione, nei paesi “in sviluppo“, alle quali hanno avuto accesso i grandi capitali finanziarizzati, non esclusivamente occidentali, in assenza di legislazioni sociali e di protezione dei lavoratori, e questo è avvenuto in combutta con organismi statuali che hanno privilegiato la necessità di attrarre capitali stranieri, al di fuori di ogni altra considerazione e nell’imposizione del mito dello “sviluppo“.

In queste zone franche, autentiche terre di nessuno per quanto attiene la tutela del lavoro e talora degli stessi diritti fondamentali dell’uomo, decine di milioni di lavoratori – con la prevalenza, sembrerebbe, dell’elemento femminile in giovane età, soggetto ad ogni sorta di violenza da parte di “capi“ e sorveglianti – hanno sperimentato e sperimentano quotidianamente, sulla loro pelle, un lavoro coatto e alienante che in certi casi può essere peggiore di quello descritto da Marx, in relazione alla prima industrializzazione dell’Europa.

Dal lato puramente economico, le esigenze della macchina capitalistica di produzione di utili e “creazione del valore“ per la proprietà globalista, riducono i compensi al solo dollaro o ai soliti due dollari il giorno, segno che la razionalità strumentale ha fra gli obbiettivi primari la compressione, fino all’estremo e ormai apertamente, oltre qualsiasi ragionevole limite e tutela dei lavoratori, dei costi di produzione, in un processo di loro piena identificazione con quello del lavoro.

Sono questi i risvolti concreti “dell’apertura al mercato“, nella realtà sociale ed umana di molte aree del mondo, invase dal brigantaggio di un capitalismo non più borghese e non più proletario, retto da logiche rinnovate, rispetto ai tempi in cui viveva Marx, e fonte di nuove, più invasive e feroci schiavitù tollerate dagli stati e dagli organismi sopranazionali.

Ma è in occidente e nel nord del pianeta che la metamorfosi ultima della crisalide capitalistica rivela l’assetto futuro che potranno assumere le società umane, ed è in tale contesto che sta nascendo un nuovo ordine sociale, con lo scardinamento e il superamento del precedente, ed è qui che hanno fatto capolino, con una drammaticità che non tutti hanno percepito, nuove forme di alienazione e di condizionamento.

Certo, vi è anche l’aspetto distributivo del prodotto, il dato materiale nella sua essenza, quantificabile e monetizzabile, con i redditi da lavoro [dipendente, operaio e del ceto medio] sempre più compressi, ma questa compressione che tende ad accentuarsi deriva da un nuovo modo di intendere il lavoro e dalle trasformazioni culturali che ne sono all’origine.

Per quanto riguarda specificamente la parte nord-occidentale del mondo, la diffusione dell’ideologia neoliberista ha contribuito alla metobalizzazione di profonde ingiustizie distributive, che altrimenti, in assenza di un raddoppio ideologico siffatto, avrebbero comportato ben maggiori tensioni sociali e opposizioni.

Il circuito merce-denaro-merce evocato da Marx, che imprigiona il lavoratore e comporta la sua progressiva svalorizzazione da un punto di vista di umano ed economico-sociale, e la stessa estrazione del plusvalore al quale il lavoratore è assoggettato, si sono “evoluti” nella catena della “creazione del valore” finanziario e borsistico, particolarmente nelle produzioni più sofisticate della nostra epoca e nelle “economie avanzate”.

La così detta finanziarizzazione dell’economia, l’emergere di sofisticate produzioni culturali e immateriali rappresentano dati nuovi, che non esplicavano i loro effetti nel tempo del primo capitalismo, quello correttamente definibile borghese, ed anche se Marx ha avuto qualche significativa intuizione, con particolare riferimento al capitale finanziario e alla sua evoluzione futura, non poteva di certo nel suo presente osservare i fenomeni che oggi noi osserviamo, con sempre maggior chiarezza.

Né poteva Marx, che fu uomo dell’ottocento pur con grandi capacità analitiche e di elaborazione del pensiero, e buone doti predittive, intuire la deriva che avrebbe seguito il capitalismo contemporaneo, o la sua ferale capacità di suscitare le forze produttive, di riorganizzarle su nuove basi per perpetuarsi, in forme diverse e originali rispetto alle fasi e alle età precedenti[5], grazie agli Armaggedon rappresentati dalle grandi depressioni del passato, e questo oltre tutte le attese [e per molti le speranze] suscitate dalle teorie del crollo novecentesche, che della rielaborazione in taluni casi infedele del pensiero di Marx si sono nutrite.

Oggetto del cambiamento, che implica una decisa e totale ri-mercificazione del lavoro rispetto ai decenni precedenti, una sua progressiva perdita di importanza da un punto di vista sociale e culturale, non è tanto e soltanto il tradizionale lavoro dell’operaio, ma anche [e sempre di più] il lavoro intellettuale, il lavoro dei “colletti bianchi”, il lavoro specializzato con contenuti tecnico-scientifici, espresso in parte significativa dai “ceti medi figli del welfare”.

La via [anche se non l’unica e la sola] attraverso la quale si modifica l’ordine sociale preesistente, non più funzionale alla riproduzione sistemica nei nuovi contesti, è anche la via che porta alla precarizzazione e flessibilizzazione dell’uomo, e ancora una volta – come ai tempi di Marx, ma in modo alquanto diverso e con nuovi “strumenti”, particolarmente nelle società che si definiscono avanzate – è rappresentata proprio dal lavoro.

L’essere umano si trasforma in qualcosa di inedito nel corso della storia precedente, cioè in quello che potremo definire l’”uomo precario”, quale testimone inconsapevole e manipolato, costretto ad assistere alla nascita di un nuovo modo di produzione sociale e di un nuovo mondo culturale, e ad alimentarli con l’accettazione incondizionata del lavoro flessibile e precario o a subire passivamente il destino dell’esclusione.

Per comprenderlo appieno, dopo il breve ma spero significativo excursus storico e teorico relativo all’alienazione che ho presentato in questo capitolo, dobbiamo approcciare direttamente la questione dell’alienazione nel presente in cui viviamo, alla luce delle grandi trasformazioni culturali, ideologiche, economiche e sociali in atto, avendo particolare riguardo per la parte occidentale del mondo ed osservando tali fenomeni nel cuore delle società che si definiscono sviluppate, fra le quali quella italiana.

Forme nuove e più sofisticate di estraneazione si manifestano, in tali società, e sono legate ancora una volta nella loro origine al lavoro [non soltanto operaio ma anche e sempre più spesso intellettuale], oggi reso precario e indebitamente flessibilizzato, in un processo che in altra sede ho ritenuto opportuno chiamare processo di flessibilizzazione delle masse – per la precarizzazione dell’essere umano nella sua totalità, non soltanto entro la dimensione lavorativa e nei periodi di lavoro – fino a giungere ad una vera e propria simbolizzazione del conflitto [di classe, ma anche culturale] che va ben oltre la sua economicizzazione, manifestatasi già nelle epoche passate e nelle precedenti età del capitalismo[6].

Ma un simile studio sarà l’oggetto dei capitoli che seguiranno, assieme ad una ri-elaborazione del concetto di alienazione umana.




[1] Per quanto riguarda i gradi della coscienza, si va dalla certezza sensibile, per poi passare al grado successivo della percezione e, infine, all’intelletto.

[2] Precisa Marx che ovviamente il beneficiario dell’alienazione del lavoratore è un altro uomo, non certamente un’improbabile divinità che non si mostra, o la natura stessa, e scrive nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 che se un’attività non appartiene a chi la compie, a chi può mai appartenere? Ad un essere diverso dal lavoratore, naturalmente. Si tratta forse degli dei, egli si chiede? La risposta è illuminante, e fa comprendere in modo chiaro e diretto il suo pensiero:

[…] nell’antichità non soltanto la principale produzione, come quella dei templi […] appare eseguita al servizio degli dei, ma agli dei appartiene lo stesso prodotto. Solo che gli dei non furono mai essi stessi gli unici padroni. E neppure la natura. Questa contraddizione non ci sarebbe se, quanto più con il suo lavoro assoggetta la natura, quanto più i miracoli divini diventano superflui a causa dei miracoli dell’industria, l’uomo dovesse per amore di queste forze rinunciare alla gioia della produzione e al godimento del prodotto.

L’essere estraneo, al quale appartiene il lavoro e il prodotto del lavoro, che si serve del lavoro e gode del prodotto del lavoro, non può essere che l’uomo.

 

 

[3] L’anno dal quale simbolicamente è iniziata la maturazione dei grandi cambiamenti nella società cinese è il 1976, anno in cui è scomparso lo stesso leader Mao Zedong, e questo anche se la “modernizzazione” del paese e l’abbandono del maoismo, promossi da Zhou Enlai, hanno avuto inizio con l’anno precedente, cioè nel 1975.

[4] Del resto, anche nel nostro paese che negli ultimi anni è stato interessato dall’immigrazione cinese, sono stati scoperti “laboratori” gestiti da immigrati cinesi, in alcuni casi camicerie, in cui lo sfruttamento del lavoro, anch’esso prestato da lavoratori cinesi, era di stampo chiaramente schiavistico, ed il lavoro imposto alienante e inequivocabilmente coatto, fondato sulla costrizione e su di una autentica riduzione in schiavitù.

[5] Nel caso dell’“evoluzione” del capitalismo contemporaneo, rispetto a ciò che è stato per buona parte della seconda metà del novecento, ho modo di ritenere che stiamo entrando, non in una nuova fase capitalistica [come ho già scritto in altra sede], ma in un nuovo evo della storia umana, perché viviamo in un periodo storico di graduale, ancorché rapido, passaggio dal vecchio modo di produzione ad un nuovo modo di produzione sociale, caratterizzato da un cambiamento culturale epocale, da un cambiamento antropologico ugualmente rilevante, e da nuovi paradigmi in via di affermazione.

[6] Per quanto riguarda la flessibilizzazione di massa e la simbolizzazione del conflitto, faccio riferimento alla mia parte del libro, scritto con il filosofo Costanzo Preve, dal titolo Nuovi signori e nuovi sudditi [Petite Plaisance, collana Divergenze, Pistoia, anno 2010] ed in particolare all’Approfondimento in cui tratto specificamente della Rottura dei vecchi equilibri sociali e flessibilizzazione delle masse.

E’ ovvio che il ricordato processo prende in prestito il nome dalla “flessibilità” alla quale è stato assoggettato il lavoro umano, in misura crescente, negli ultimi due decenni.

L’alienazione umana da Rousseau a Marx: parte secondaultima modifica: 2010-01-05T10:28:22+01:00da derosse
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