Straniero in terra straniera [Alceste]

È l’italiano, ovviamente. In pochi decenni l’italiano, questa complessa costruzione di tre millenni, contraddittoria e feconda, multiforme e geniale, è stata vilipesa, mediocrizzata, evirata, prevaricata da una cultura non sua, stupida e vociferante.
I pochi sopravvissuti, coloro che, intimamente, si sentono ancora italiani, sono avviati, dalla consueta spietatezza dell’assolutismo PolCor, a sempre più ristrette riserve antropologiche.
Tutti sottostimano l’accelerazione di questi tempi.
È davvero sbagliato confrontare le mutazioni storiche del passato con la velocità del presente. È come vivere in un razzo sparato a velocità della luce che annienta ciò che si è stati e divora un futuro inesistente. Solo ciò che accade nel breve attimo che preserva la nostra esistenza ha valore: l’hic et nunc verrebbe da dire, ma liofilizzato, reso meschino, utilizzabile. Il cono di luce della sapienza si restringe sempre più; la memoria del pesce rosso, evocata satiricamente per significare la cio che è dimenticanza dell’uomo postmoderno, un deraciné, soprattutto, slargato da affetti di sangue, da ciò che fu la sua civiltà e felice d’essere gettato nel circo godereccio dell’indifferenza, non è più una metafora. È realtà.
Viviamo la rivoluzione digitale e tecnica inarrestabile. Non vi è progressione, solo uno scarto epocale. Un cambiamento di stato effettivo, dallo stato liquido a quello aereo. Dopo decenni di bollitura edonista l’italia e gli italiani sono pronti all’evaporazione totale.
Cos’è, in fondo, questo decantato postmoderno? Sostanzialmente nulla. Tolti i brevi attimi di godimento l’uomo nuovo si aggira in un inferno senza confini e limiti. Dovunque volga lo sguardo non tte continuamente, come una mosca contro il vetrov’è definizione, ogni istituzione e fondamento, vilipeso e dileggiato nei decenni, è scomparso con uno sbuffo di fumo. Grandi feste, ovviamente. Finalmente non abbiamo più oppressori! Chiesa, patriarcato, morale, giustizia … disciolto in un acido tiepido che fa friccicare la pelle. Comprendere che tali istituzioni, anche le più apparentemente folli, sono nate per preservare un popolo dal proprio annientamento è evidentemente troppo difficile oramai.
Ovviamente l’uomo nuovo è infelice. Crede di essere felice poiché scambia qualche piacevole gadget per felicità. In realtà, inconsciamente, ricerca ciò che egli stesso ha liquidato. Lo intravede con l’istinto di quel residuo sangue che ancora gli indica la retta via. Lo brama, senza saperlo, ma quella visione è dietro un vetro ingannevole … ed egli continua a battere contro auel vetro come una mosca impazzita. Poi, quando la sua anima è sfinita, ed egli è preda della disperazione, si rigetta nel consueto ciclo dell’eterno presente: chat, commenti digitali, incontri estemporanei, chiacchiere, pop corn e altri memorabilia del nulla.
Forse dovrei dichiararmi fortunato per aver avuto l’onore di assistere a un tale spettacolo, immane e ripugnate assieme; i nostri tempi, e che tempi!, sono un loggione privilegiato per assistere, fra cupio dissolvi e disgusto, alla svaporazione dell’Italia, l’Italia!, e del suo mirabile passato.
Siamo come quel personaggio dell’Orlando Furioso che ancora fa la voce grossa ma è già morto. La cultura, intesa come retaggio e tutela di ciò che fu l’Italia nei tre millenni addietro, si sta smaterializzando sotto i nostri occhi e le nostre mani, giorno dopo giorno.
Ci si culla nell’illusione. Alberto Angela licenzia grandiosi documentari sul Colosseo, le strade romane, il Rinascimento. Ma sono documentari da presa in giro, come certi resoconti della BBC che mostrano il rinoceronte, la tigre, l’elefante. In un mondo che vede la prossima dipartita della tigre, del rinoceronte, dell’elefante. Presto si arriverà alla celebrazione della tigre in assenza di tigre, o a una fastosa celebrazione del Colosseo in assenza di Colosseo. Sono reperti funebri, necrologi.
L’Italia sta sparendo, come l’Italiano e gli Italiani.
Tornare indietro? Come potremmo?
Tra l’altro non vi sono segnali di ravvedimento, pur minimi. Anzi, si avverte, in alcuni traditori, uno spasimo di gioia nell’accorgersi di queste lente sparizioni.
Chiese, ponti, edifici patrizi, affreschi, dimore storiche, l’intera letteratura … tutto questo non è contemplato dall’uomo nuovo italiano, l’imbecille del clic.
Vi è una cesura netta, un taglio immedicabile. Da un certo punto di vista rimpiango l’aristocrazia e il clero che, nella loro iattanza, riuscivano almeno a preservare il tesoro della tradizione.
Tornare indietro? Anche gli schiavi negri in America volevano tornare indietro. Se non nella loro terra, almeno alle loro radici. Il blues delle origini rappresenta tale aspirazione titanica. Riprodurre, in terra ostile, gli strumenti e i timbri originali dell’Africa; spesso improvvisandoli, questi nuovi strumenti. Fu uno sforzo che non andò a buon fine. Intere culture annientate … Aztechi, nativi americani, africani … stavolta tocca a noi, perché non potrebbe essere? Un momento, qualcuno obietterà, indios, pellirossa e africani, ci sono ancora. Certo, dico io, ma sono derivazioni genetiche, non culturali. Un Navajo che gestisce un casinò o un aborigeno australiano costretto a mendicare nelle periferie cosa sono?
L’italiano è ancora italiano? E, soprattutto, che lingua parla? Quale rapporto intrattiene col proprio vocabolario? Esso lo controlla? Qui c’è poco da fare: meno parole si conoscono, meno realtà si comprende. Solo così si capisce la strenua lotta del potere attuale contro le facoltà umanistiche: italiano, greco, latino, storia, filosofia, storia dell’arte. C’è una comunanza? Certo, qui si impara a capire cosa c’è dietro, a dissezionare le intenzioni, a ricollegare il passato al presente, a forgiare il buon gusto. Ovvio che tutto questo deve essere emarginato. L’umanista deve essere ridotto nell’immaginario collettivo a una figura farsesca, obsoleta, da scherno. Ci servono medici, ingegneri, tecnici! cianciano i traditori. Benissimo, sono d’accordo, ma questa è la base da cui partire. Gli architetti col retroterra classico sono Nervi e Piacentini (mi limito, per carità di patria, al Novecento). I supertecnici sono Meyer e Fuksas. Guardate cosa hanno eretto questi ultimi due teppisti a Roma e confrontatelo con le opere dell’Eur 1942. Esercitate la professione indolente del flâneur e scoprirete cosa significa essere italiani. Nervi era un italiano, Fuksas no. Basta andare all’Eur … i prodotti di due epoche sono uno accanto all’altro. Il prodotto dell’architettura italiana, pur spinto nel futuro, e il prodotto del nichilismo contemporaneo.
Devastare i nostri licei è un operazione di potere purissimo.
Dissolvere il passato significa fare a meno di quella camera di decantazione naturale che ci fa accettare il bello e rigettare il brutto, quasi istintivamente. Se un italiano non ha più in sé tali anticorpi egli accetterà tutto: il brutto, l’ingiusto, il male.
Senza le ataviche coordinate culturali si è allo sbando. Si scambia un’isola per il dorso d’un mostro.
Cos’è la lingua italiana, in fondo? La differenza tra comprendere e subire, non altro. Abolire la ricchezza del nostro vocabolario, le nuances di una parola, gli incastri delle subordinate, barattandole con un discorso piatto e funzionale equivale a rendersi schiavi.
Meno parole meno libertà.
Meno rigore nell’ortografia, meno ricchezza nella punteggiatura equivale a meno libertà.
Sopprimere un frasario tutto nostro con un pidgin internazionale composto da frasi fatte, rapide, funzionali, in cui abbondano abbreviazioni tecniche, grossolanità da quotidiano digitale, equivale a divenire servi.
Persino in questo momento io sto tradendo l’Italiano.
Perché sto scrivendo con un iPad. Scrivere con un iPad porta inevitabilmente  alla neolingua da Orwell, alla distruzione dell’italiano. Il blocco note della Apple contempla a fatica gli accenti gravi e acuti delle vocali, le elisioni, le dieresi; anche i due punti e il punto e virgola sono faticosi da digitare. La tastiera ordita dal siriano Jobs, alla lunga, reca surrettiziamente la banalizzazione; una prosa scipita, piatta, inosservante delle fastidiose regole della scrittura.
E questo perché la lingua dei conquistatori è quella che viene imposta.
La neolingua tecnica angloamericana dei PC e degli smartphone conforma strutturalmente a sé stessa qualunque ricchezza della cultura locale. Dopo l’espressività dei dialetti, si sta perdendo ineluttabilmente anche la forma dello scrivere italiano, le regole basiche, l’arcobaleno della dialettica, la musicalità del testo di cui la punteggiatura costituisce la regola così come diesis e bemolle costituiscono l’ortografia d’uno spartito.
Allo stesso modo si perde, materialmente, l’Italia del passato.
Qui si è alle prese con una “pingue immane frana”.
Ripeto: basta divenire minuscoli flâneur per accorgersene.
Son passato recentemente per Ronciglione, nella bassa Tuscia viterbese, a sessanta chilometri da Roma.
I consueti deliri. Le strisce blu, i divieti ossessivi, le edificazioni incongrue, concepite con crasso utilitarismo, fra cattivo gusto e malgoverno, i colpi di genio degli assessorati al turismo, hanno reso invivibile la cittadina.
Mi tocca parcheggiare a due chilometri dal centro.
La biblioteca è chiusa, ma accanto è la Pro Loco. Entro. Incontro due diverse memorie storiche, l’una materiale e viva (un vecchio operaio, probabilmente), l’altra dotta e circostanziata (un ricercatore?). Dopo i primi convenevoli, stabilito un punto d’incontro personale, i due si sciolgono simbolicamente in lacrime. Dolcemente fatalista il vecchio, più incattivito il professore. “Il centro storico è tenuto benino, ma …“. Ma cosa? “Si è perso molto … per ignavia, per incapacità …“. Le istituzioni, le istituzioni … “Silenti, sorde, menefreghiste?” azzardo. Sí, è così: silenti sorde e menefreghiste. Ma vi è di più. Ciò che, tacitamente, vogliono significare i due (questo è tratto comune a ogni latitudine d’Italia) è che, ormai, ciò che si ascrive al passato e ciò che fonda la comunità è sentito come inutile. Il passato è un ingombro.
Ospitare il vincitore di Sanremo è di gran lunga preferibile al restauro d’un convento settecentesco o d’un giardino storico ricco di marmi romani. Questo il succo. L’affresco di scuola giottesca svanisce, ricoperto di muffe, ma c’è da invitare Arisa. O da aprire la cooperativa dell’accoglienza, ché la Prefettura, Dio la conservi!, ci manda una cinquantina di nuove risorse dal Gabon. Magari ci metto il nipote, il figlio … la clientela si estende, ci guadagniamo tutti …
Morale: togliere dalle mani dei preti e dell’aristocrazia palazzi conventi e biblioteche e affidarli a qualche geometra di paese, avido di maneggi e ignorante come una zucca, non è stata una grande idea.
Il passato si sbriciola, velocemente.
Imbecco il professore, con qualche zuccherino populista, e quello si scioglie. Come tutti gli italiani in procinto di scomparire nelle riserve non aspetta altro: si getta nell’invettiva col godimento d’un piromane in un fienile. Il suo cahier de doléances è terrificante: la chiesa di S. Giovanni Decollato spogliata di cimeli rinascimentali e trasformata in mobilificio; S. Andrea col tetto crollato, la chiesa del Carmelo in disfacimento; un’altra, col solito tetto sfondato, vanta pitture all’aria aperta … inaccessibile … però, però … se trova l’emporio tal dei tali aperto – mi dice il tale – è lì, nell’edificio limitrofo … se lo trova aperto può salire una scaletta interna … magari senza farsene accorgere … e, dall’alto, dare un’occhiata a ciò che resta …
Anche il recente passato industriale, segno d’una opulenza svanita e oggi insospettata, è in putrefazione. Le stamperie sono un lontano ricordo, la cartiera è dismessa, la stazione sbarrata, la tratta ferroviaria Orte-Capranica-Civitavecchia deserta.
Il ponte sul Rio Vicano, un piccolo capolavoro in acciaio degli anni Venti, memore del magistero di Eiffel, è chiuso, e campeggia dimenticato e silente; mentre l’italianuzzo paga fior di palanche per ammirare la torretta parigina, il nostro “ardito” ponte si consuma negletto dai più, lebbroso ripugnante fardello, emblema rugginoso del passaggio verso un futuro inesistente. Resisti, vecchio mio, resisti! con la forza della disperazione, degna d’un Atlante eroico e solitario, cerca di tenere assieme queste sponde franose che, lente, anno dopo anno, s’arrendono all’incuria e alle ingiurie dei terremoti: pure qui, infatti, trema la terra desolata, la terra guasta.
E dove non arriva il menefreghismo, il Patto di Stabilità e l’idiozia dell’italiano postmoderno, ecco l’ottusa invadenza del PolCor.
Il Palio della Manna e il Palio di San Sebastiano, antichi di quattrocento anni, disputati da cavalli scossi (senza fantino) fra le nove contrade della città, erano (e sono) visti come il fumo negli occhi dagli animalisti.
Anche qui i due ciceroni snocciolano un resoconto tetro e implacabile. Ecco la storia: costretti alla difensiva dalle esigenze PolCor, gli amministratori tentano di trasformare le corse in innocue galoppate; si predispongono, perciò, barriere, percorsi facilitati et cetera. Spesa: centodiecimila euri. Si eccede, tuttavia: e l’eccesso di zelo piovuto dall’alto provoca il patatrac: la cavalla Tiffany, nel 2011, va a sbattere proprio contro queste barriere e si recide la giugulare dissanguandosi davanti al popolo tutto. Orrore e sgomento. Sgomento e orrore. Gli animalisti s’incazzano e fanno causa al Comune per mezzo milione di euro. Retromarcia delle istituzioni atterrite: il sindaco prima sospende l’infame rodeo, poi si cosparge il capo di cenere ippovittimista, mobilita ministeri, veterinari e peltasti brambilliani pur d’essere in sincrono con l’incipiente sensibilità; da nove cavalli si scende a due, si approntano nuove protezioni, nuovi terricci, nuove edulcorazioni, nuovi accorgimenti … ancora scuse, piagnistei, non lo faremo più … gli animalisti, vista la disfatta dei torturatori, s’acconciano a più riposanti compromessi giudiziali …
L’animalismo, il veganesimo, il femminismo, l’omofilia e l’antirazzismo PolCor non sono che la parodia di valori presenti da tempo immemore nel cuore dell’Europa.
Presagiscono un cambiamento epocale, la scomparsa del vecchio ordine.
Il Cantico delle creature o le commoventi notazioni di Francesco Petrarca verso il proprio cane sono vero animalismo; il feticismo del cucciolotto col cappottino una parodia.
Oppure, riguardo l’antirazzismo: quando Rutilio Namaziano, fra afflati nostalgici e invettive contro ebrei e cristiani hippie, dice di Roma:

Ecco colei che sola accolse i vinti nel grembo
e strinse a sé il genere umano con l’unico nome di madre,
chiamando, non come padrona, cittadini quanti domò …
… lo straniero trova dovunque la patria …
tutti siamo unica gente …

è nel giusto, facendosi latore altissimo di un autentico umanesimo; la Boldrini e Francesco I, invece, esacerbando tale sentire magnanimo sino alla deformazione isterica (“Il migrante … il migrante … il migrante …”) sono gli ominosi simboli di un tramonto inevitabile. La loro intolleranza contro gl’inesistenti razzisti è purissima hybris; la spia di un tracollo spirituale che presto ci travolgerà.
Non più nani sulle spalle dei giganti, ma solo nanerottoli. A immagine e somiglianza degli gnomi adunchi che dettano la nuova etica.
Sono presagi, lo ripeto; annunci d’una resa.
Sì, quando un valore si estremizza sin alla deformazione parodica onde mutarsi nell’esatto contrario di ciò che originariamente propugnava siamo alla fine dei tempi.
Non all’Apocalisse, per carità!
Alla fine, più modestamente, dei tempi dell’Italia e degli Italiani, della storia e della cultura come li abbiamo vissuti e studiati sino a pochi decenni or sono.
Cos’era il femminismo? Una sacrosanta rivendicazione di diritti quando l’aspettativa di vita di una donna nell’Ottocento, tra fabbriche, cure domestiche e febbri puerperali (leggete Il dottor Semmelweis di Céline), era di nemmeno trent’anni. Ora siamo alle crociate castratrici e all’esaltazione del cunnilingus. E il maschio italico, a meno di non andare in giro coi bigodini, si ritira nelle riserve, magari nella villa di Sante Katzone, il personaggio de La città delle donne di Federico Fellini, assediato da un matriarcato petulante e folle (il film è stato opportunamente evocato da Barbara Tampieri in un recente post:
http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2017/01/la-citta-delle-inquantodonne.html ; il caso ha voluto che lo avessi rivisto pochi giorni prima).
Cos’era il sindacalismo? Un tentativo di ridare dignità alle masse. Oggi la difesa strenua  di chi ha già, ferocemente opposta a chi non avrà mai; per tacere di poltrone, nepotismi e vitalizî.
La convivialità, il bel mangiare e bere? Un tratto italiano, certamente, che accomunava popolino e aristocrazia. E ora? Si va dalla serializzazione del “magna e bevi”, organizzata da cuochi e gourmet elevati al rango di divi, alla più allucinata esibizione di monachesimo sibarita (veganesimo, vegetarianesimo, diete da stiliti fruttariani). Anche tale tratto fanatico è un segno. Parini lo adombra nel poemetto Il giorno, divertita anamnesi della degenerazione dell’aristocrazia (fu scritto poco prima delle esilaranti decollazioni del 1789); alla stessa tavola, infatti, egli pone i due opposti: il laido crapulone (da Masterchef?) e il vegetariano, dai tratti squisitamente psicopatici (“Il cor di lui/sdegna comune affetto”):

… ozioso siede
aborrendo le carni; e le narici
schifo raggrinza; e in nauseanti rughe
ripiega i labbri; e poco pane in tanto
rumina lentamente …
Pera colui che primo osò la mano
armata alzar su l’innocente agnella
e sul placido bue …“.

Un sentimento dell’animo che commuove una dama seduta al desco, la stessa che poco tempo prima (stavo per scrivere: pria) aveva allontanato un vecchio e fedele servitore colpevole solo d’aver scalciato la Vergine Cuccia, ovvero il veneratissimo bòtolo di casa:

Da le somme stanze
le damigelle pallide tremanti
precipitàro …
L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì la sua condanna. A lui non valse
merito quadrilustre …
Ei nudo andonne …
e in van sperò; che le pietose dame
inorridìro; e del misfatto atroce
odiàr l’autore …

Spariremo, cari Italiani, come sparì la fatua e inutile nobiltà del Parini.
Ci saranno deviazioni e colpi di reni, restaurazioni e tentativi di argine, ma sarà la tecnica e non la volontà a dettare i ritmi nichilisti del futuro.
Stranieri in terra straniera vedremo profanare la classicità, le tenui tinte purgatoriali del Medioevo, il limite rinascimentale. Sarà un’agonia spettacolare e dolorosa, almeno per me.
Già adesso il passato si erge maestoso e incomprensibile. Adolescenti fregnoni e nerd strascicano i loro piedi neghittosi nei musei: Giorgione e il Beato Angelico li lasciano indifferenti, quasi fossero ricetti sbalorditivi di un alfabeto alieno e inservibile.
Sarà sempre peggio. Colui che intrattiene ancora un rapporto di familiarità col passato verrà costretto ad asserragliarsi sempre più nella sua riserva, come un Tupac Amaru o un Geronimo.
Noi Italiani formeremo cenacoli sempre più esclusivi in cui rimembrare il bel tempo che fu.
Le nostre biblioteche, scelte e odorose, diverranno mura e trincee invalicabili. E le nostre prigioni.
Gli amabili difetti e le idiosincrasie da normotipi che fanno inorridire i seguaci del PolCor diverranno arguto materiale di conversazione fra reduci. Scherzi salaci, buon cibo, bei conversari nella ridotta degli ultimi italiani! Destri, sinistri, sanfedisti, comunardi, tutti insieme.
Qualcuno si farà prendere la voglia di menar le mani. Poca roba, tuttavia.
Il destino di chi ama i bassorilievi, gli affreschi, i paesaggi meridiani, le vallette, le cose ben fatte, ori pietre consunte legni, persino i massi levigati delle antiche fonti, l’esatta misura del bello (ciò che formava l’Italia, insomma, l’Italia vera e non pervertita) sarà quello del professore francese che attende la morte ne Il campo dei santi di Jean Raspail, attorniato dai cimeli di famiglia: manufatti in cui intuisce il genio distillato dei millenni.
Quando l’ultimo italiano morirà (nel 2050?) ci saranno altre genti, altri costumi. Bruti, barbari, supertecnici, ebefrenici, mezzosangue idiotizzati, babbei tecnologici … saranno felici?
Chi lo sa. La prima cosa che faranno sarà liberare del nostro ricordo il loro paradiso in terra.
Ciò che fummo brucerà in un olocausto purificatore.
Colosseo, Mecca, Roma, Atene, Alessandria. Burning.
E buonanotte.

Straniero in terra straniera [Alceste]ultima modifica: 2017-01-27T15:08:37+00:00da derosse
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15 pensieri su “Straniero in terra straniera [Alceste]

  1. Splendido saggio, che mi conserverò, in forma cartacea.
    Lei giustamente dice che la distruzione della lingua che deriva anche dall’uso di strumenti come l’Ipad e passa attraverso la perdita dell’espressività, delle regole basiche e della punteggiatura rende tutti più poveri e più schiavi. Verissimo, e io aggiungerei anche la perdita della calligrafia. Lo sforzo che facevamo 60 anni fa all’inizio delle scuole elementari con pennino e calamaio per scrivere in maniera pulita e elegante è stata la prima introduzione al bello e al giusto.
    Ne consegue che in teoria un modo per invertire la tendenza e cercare di salvare gli italiani ci sarebbe, un’immediata riforma della scuola, che riporti la base umanistica che poi servirà agli architetti: italiano, storia, geografia, le lingue classiche. Riportare la disciplina, l’impegno e il merito, e introdurre le divise scolastiche, come in Inghilterra, in India o in Giappone. Ai miei tempi, le ragazze al liceo indossavano il grembiule nero, oggi i liceali si vestono esattamente come gli studenti di una high school del Bronx. Invece avremo la scuola della ministra Fedeli, con l’educazione al genere. Siamo già nell’ultima ridotta, sanfedisti e comunardi senza speranza.

    • Per Nieuport

      La tecnologia non solo rappresenta il presente, l’adesso e non, come la scienza, una proiezione futura, ma non è neutrale, al contrario di quanto asserivano alcuni (è solo uno strumento, dipende da come lo si usa, eccetera).
      Il grande Filosofo Costanzo Preve, quando era in vita, si mostrava refrattario all’uso delle “moderne tecnologie”, nella sua attività di scrittore di saggi filosofici, polemista, storico acuto e non conformista, analista politico, eccetera. Non aveva telefonini e non usava il computer, soprattutto, perché, a suo dire, “limitava la sua creatività”, probabilmente distorcendo il senso delle analisi e riflessioni. Preferiva il ticchettio della vecchia macchina per scrivere Olivetti, i cui nastri e pezzi di ricambio erano sempre più difficili da trovare. Qualcuno lo definì per tale motivo un “eremita informatico”, cioè un eremita nell’epoca dell’informatica.
      Non aveva tutti i torti, possiamo affermare con il senno di poi (anche se “ripassare” al computer i suoi testi battuti a macchina era un gran lavoro!) e la grande qualità dell’opera di Preve ne costituisce la prova migliore.
      Questo perché la tecnologia non è neutrale e influenza l’esito e il senso di ciò che si fa.
      Un esempio. Sono certo che se potessimo bilocarci (come il celebre Padre Pio o la veggente Natuzza Evolo … scherzo, naturalmente), avremmo la possibilità di scrivere le stesso testo nello stesso tempo, dopo aver fatto le stesse riflessioni, sia con la penna sia con il computer. Sono certo che l’esito sarebbe diverso e così anche il testo. La diversa tecnologia agirebbe sui contenuti, in corso di scrittura, e otterremmo due componimenti diversi …
      Se a ciò aggiungiamo l’uso smodato della lingua inglese, che è alla base dell’informatica e che poi, attraverso la diffusione degli “esotismi” influenza anche il nostro parlato, capiamo che la neutralità della tecnologia è soltanto un fraintendimento …
      La tecnologia influenza gli esiti delle azioni umane, può distorcerne il senso, influisce sullo stesso pensiero.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

  2. colpa nostra.
    Mi ricordo le gran cazzate che sentivo a scuola, metà anni 80, sulla meravigliosa jugoslavia: cattolici, ebrei, ortodossi, musulmani, croati, serbi, montenegrini, ercegovini, voivodini, kossovari, tutti vanno d’amore e d’accordo.
    7 anni dopo han cominciato a massacrarsi.
    10 anni dopo 2 milioni di morti.
    Colpa nostra.
    Ci son differenze tra gente che abita a 20 km (venti) di distanza e qualche pezzo di merda che va in tv mi vorrebbe fare credere che non ci sono differenze con uno che arriva dall’america latina. O dall’Africa. O da un isola sperduta nell’oceano pacifico.
    Colpa nostra.
    Intendiamoci bene c’è la legge mancino creata ad hoc da un esponente della comunità ebraica di roma fattosi eleggere in parlamento e firmata da uno che all’epoca portava avanti altre trattative…..
    ma è colpa nostra anche se i margini di manovra sono piccoli. Colpa nostra che ai pezzi di emrda non gli si è detto che eran pezzi di merda e che dovevan tenere la bocca chiusa e non ragliare di cose che non capivano.
    Sti razzisti.
    Loro che di negri non se ne pigliano manco uno.

    • Per MDA

      Personalmente ritengo che il razzismo biologico sia da respingere, anche perché ricerche scientifiche sul cromosoma maschile hanno mostrato, da quel punto di vista, affinità insospettabili fra popolazioni lontane migliaia di chilometri (con culture, tradizioni, lingue diverse) e forte diversità fra popolazioni distanti meno di cento chilometri …
      La conservazione e lo sviluppo della propria lingua e della propria cultura, però, è un dovere per ciascuno di noi, perché è anche da lì che passa l'”evoluzione della specie” e il miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo nel corso dei secoli. Nulla resta uguale a se stesso, immutato. Dopo un secolo, diceva Costanzo Preve, in una comunità c’è sempre qualche cambiamento culturale, che coinvolge le nuove generazioni.
      La difesa della tradizione non significa immobilismo, così come l’adesione folle a un “progressismo” politicamente corretto che maschera gli interessi di una classe dominante spietata non significa “evoluzione”, tanto meno evoluzione positiva.
      La colpa è anche nostra? Probabilmente sì, perché è proprio l’uomo l’unità di resistenza minima (come affermava con convinzione Costanzo Preve) che dovrebbe attivarsi per respingere i cambiamenti negativi (e, a mio dire, addirittura involutivi) provocati dal neocapitalismo ultra-liberista globalizzato.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

  3. Sarebbe bello un ultimo canto del cigno. Radunare a raccolta gli ultimi spartani per combattere l’ultima battaglia. L’ultima resistenza, di fronte all’incessare della fine, l’ultimo tentetivo di “non far passare lo straniero”. Prima di ritirarsi definitivamente, l’ultima grande impresa prima di scomparire. Che riecheggi l’ultimo ordine: “Niente prigionieri!”. Per finire sui libri di storia (che nessuno leggerà). Gli ultimi Cavalieri di Malta (sopravvissuti a papone Francesco distruttore della cristianità) a difesa delle spoglie italiche. Finire in bellezza, pasteggiare all’inferno, salvando l’onore o quello che ne resta.

    • Per Giovanni

      Molto idealista il tuo proposito, che pone in rilievo onore ed etica, ma di certo non è non realizzabile in Italia.
      Forse sarebbe possibile in un paese come la Siria, martire e vittima dell’Asse del Male occidentale e wahabita, impegnato da oltre cinque anni in una resistenza strenua ed eroica contro innumerevoli bande mercenarie di assassini satanisti, ma è addirittura impensabile in questo paese.
      Perché?
      Per il livello di imbecillità socialmente organizzata raggiunto, che copre ampie fasce di popolazione, il che comporta un certo “abbrutimento” massivo che non lascia sperare in nulla di buono, per il futuro. Non solo non esiste più patriottismo (ammesso che qui ci sia mai stato), ma neppure la dignità personale, né la volontà di rischiare lottando per il proprio futuro.
      Per questo il tuo proposito non ha luogo, in tutta la penisola. Per questo l’infame piddì e la falsa opposizione del cinque stalle mietono copiosi consensi … Hanno a disposizione un’abbondanza di tipi umani “abbrutiti” e diminuiti.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

  4. Ho bisogno di una delucidazione. L’articolo è firmato Alceste, caricato da “derosse”, commentato da Eugenio Orso. Cortesemente, posso sapere il nome e il cognome della persona che ha formulato questi pensieri?

    • Per Ludovico Ariosto

      L’articolo è stato scritto da chi si firma Alceste, che è uno pseudonimo. Eugenio Orso/derosse sono io e gestisco il blog (quindi pubblico gli articoli).

      Cari saluti

      Eugenio Orso

  5. Molto bello questo articolo.
    Però forse scritto un po’ di fretta.
    Ci sono molti refusi che lo rendono difficile da scorrere e capire agilmente.

    Già il 70% degli italiani è analfabeta funzionale, ossia sa leggere ma non capisce nulla di ciò che ha letto.
    Poi ci si aggiunge che articoli utili e interessanti portano qualche difficoltà di lettura, e questi finiscono per non essere presi in considerazione, ed è tutta fatica sprecata.

    Lo sarebbe comunque, proprio come dice l’articolo… Ma almeno quella manciata di persone capaci e consapevoli lo avranno apprezzato e messo tra i link preferiti. Per ricordare e far ricordare a parenti ed amici parole interessanti.

    • Per Roberto

      L’articolo è bello, ma il 70% degli italiani è analfabeta funzionale (esiste ancora un mezzo milioncino di analfabeti totali, in Italia!), una percentuale ancora superiore al 70% è costituita da idioti sociopolitici e, infine, ci sono i farabutti (servi del potere e laccapiedi per fottere gli altri salvando il loro culo, come ad esempio sindacalisti triplice o segretari di sezione piddì) che potrebbero rappresentare almeno il 3/4% della popolazione. Ciò che rimane, purtroppo, credo che in maggioranza non segua la controinformazione in rete.
      Sappiamo bene, Alceste ed io, che non possiamo aspirare ad avere legioni di lettori, viste le percentuali di cui sopra …

      Cari saluti

      Eugenio Orso

  6. La malattia è stata inquadrata, in modo esemplare. Quando le parole sono giuste, profondamente giuste, te ne accorgi subito, perché a leggerle ti ribolle il sangue nelle vene. La domanda successiva è: quale atteggiamento rispetto alla malattia?

    • Per Ludovico Ariosto

      Per come è ridotta la grande maggioranza della popolazione italiana, la “malattia” non può essere contrastata. Non vi è la qualità umana necessaria per opporsi ed è anche per questo che nella penisola prosperano i “collaborazionisti della troika” e le false opposizioni parlamentari (per essere più chiari, piddì e cinque stalle).
      La “malattia”, quindi, seguirà il suo corso, fino alla morte dell’organismo. Io non vedo possibilità concrete di contrastarla, in questo momento.
      Credo che questo lo pensi anche Alceste, che eventualmente risponderà per conferma o smentita.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

  7. “l’italiano, questa complessa costruzione di tre millenni, contraddittoria e feconda, multiforme e geniale”. Mi piace molto questa espressione iniziale, questo, insieme al resto dell’articolo, che condivido, mi porta a un’intuizione pericolosa, pericolosa perchè rischierà più volte di essere scambiata con un’apologia del malcostume, ma a questi livelli non credo possano esserci fraintendimenti, sia il mio lettore Alceste o Eugenio, o lettori avveduti.
    Quello che voglio dire è che nella storia spesso il marcio, non è poi così marcio, e stavolta parlo del “marcio” che produciamo noi italiani, e non quello dei padroni stranieri.
    Per far comprendere il mio ragionamento porterò un esempio “musicale”.
    Ricordo un bell’articolo di Alceste, dove fa una ricerca, peraltro di tutto rispetto, sulle origini del canto popolare “Bella ciao”.
    Il canto popolare in Italia, a differenza della maggior parte dei paesi stranieri (se non tutti), è stato volutamente ignorato. La “feconda e multiforme” ricchezza del patrimonio dialettale e regionale, ovvero del canto popolare vero, di origini contadine, non è stata mai definita, e mai di dominio pubblico ma solo di ristrette “elite”addette ai lavori. Affidata a ricerche tardive (negli anni 50-60 il mondo contadino era già in via di disfacimento) ma più colpevolmente malfinanziate, basate più che altro sull’entusiasmo dei ricercatori (es.De Martino, Carpitella) e su una “moda” di origine politica (che negli anni 60 ci fu dovunque nel mondo, il famoso “folk”), che ha fatto scambiare i prodotti culturali della classe contadina con quelli della classe operaia, e financo con la musica d’autore. Cito a tal proposito Alan Lomax, un americano (!) che ha contribuito e non poco alle raccolte di canti popolari in Italia. Egli ricorda con indignazione il fatto che già negli anni 50 i media italiani, radio in testa, trasmettessero solo la musica “americana” dando pochissimo spazio alla musica di quel tipo. Questo insieme ai rapidissimi cambiamenti sociali di cui è stata protagonista l’italia, facevano “vergognare” i custodi di quell’antico patrimonio, ovvero i vecchi contadini. Lomax ricorda gli innumerevoli rifiuti, le porte in faccia, le menzogne, le risate sarcastiche (immaginate un dirigente romano RAI scafato e “obbediente”, di fronte a questo “entusiasta” americano, come solo gli americani sanno essere, della musica popolare italiana). Il resto è storia, “musica popolare” in italia è diventato un sinonimo di musica “nazionalpopolare”, “popolaresca”, d’autore (quindi “non popolare” per definizione, per chi capisce qualcosa di musica), peggio ancora di matrice politica. La parte più onesta, che è rimasta in voga per un certo periodo, è rimasta la musica popolaresca, ovvero cittadina, influenzata dalla musica colta e d’autore. Parlo della musica romana e napoletana, ad esempio.
    In particolare la musica napoletana, sembra aver resistito ai tempi meglio che altre.
    Allargando la lente, possiamo osservare come non solo la musica, ma l’intera “napoletanità” (lingua, dialetto, costumi) sembra essere l’unica ad aver resistito al secolo breve, pur adattandovisi incredibilmente. Perchè?
    Se ascoltate oggi un brano di “neomelodica” potete trovare, in musica, un riassunto di quello che intendo dire.
    Non c’è nulla di “tradizionale” nella neomelodica, a parte il dialetto. Eppure (e lo dico come dato di fatto, tralasciando giudizi estetici) è un prodotto talmente caratteristico da risultare unico. Unico no, ve ne sono altri simili, in romania in messico etc. ma in italia è unico. Il “liscio” ad esempio non ha più, come musica, una connotazione veramente regionale, ma solo una funzione, il fatto che è nato e cresciuto in tempi moderni lo ha gradualmente nazionalizzato. La neomelodica no, la neomelodica è napoletana, e basta.
    Parliamoci chiaro, i napoletani, sono stati DA SEMPRE, utilizzati come lo stereotipo più negativo dell’italianità.
    Nel film “pane e cioccolata” il povero Manfredi scappa dal treno che lo avrebbe riportato in italia sulle note di un “o sole mio” intonata da un napoletano tronfio sdentato e grasso alla fisarmonica.
    Quel napoletano rappresentava e rappresenta tutti i luoghi comuni sui difetti dell’italiano: chiassoso, truffaldino, pigro, approssimativo, ed altro.
    Qualunque italiano riconosce però anche delle “genialità” indiscusse ai napoletani, proprio per il loro essere “particolari”.
    Quando dico che il “marcio” non è poi cosi “marcio” intendo dire che una personalità forte, porta con se delle forti caratteristiche, negative anche (per forza) che si adattano in modo tutto personale alle situazioni, anche ad un turbo capitalismo del terzo millennio. E questa non è una tesi o una risposta, ma un’intuizione, semplice.
    Un dei difetti della scomparsa del “vecchio mondo” a parlare con i vecchi, è proprio quello che una volta le persone sapevano, nel loro piccolo, far fronte a tutte le situazioni, che quel mondo conosceva.
    Ovviamente non c’è nulla di “bello” e idilliaco in tutto questo, non è una dichiarazione d’amore al malcostume o altro, semplicemente un’osservazione delle resistenze caratteriali.
    O vogliamo parlare di ciò che rimane di Nanni Svampa? (Scherzo).

    Sitka

    • Per Sitka

      Da come la vedo io, anche ciò che appartiene alle tradizioni comunitarie – dal canto e dalla poesia dialettale alla cucina regionale – ha costituito oggetto di commercializzazione, ossia è stato sfruttato dal capitalismo come prodotto da vendere sul mercato. La koinè confezionata per la vendita, come qualsiasi altra merce destinata “ad apparire sugli scaffali”. In tal senso, si potrebbe non considerarla più un bene, ma una merce, sia pure con contenuti creativi.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

      • Assolutamente si, purtroppo, ovviamente tutto oggi è merce commerciale o commerciabile, triste cosa. Il punto però è un altro, all’interno di questo sistema c’è una differenza enorme fra un bene commerciabile che viene creato “ex-novo” per tale scopo e un prodotto spontaneo della comunità che si è formato nei secoli e che viene commercializzato, sia pure in una forma stilizzata e abietta, negli ultimi decenni. Nell’ultimo caso, la maggiorparte di questi prodotti perde, con la commercializzazione e il conseguente adattamento al mercato, le sue caratteristiche primarie, mentre solo alcuni hanno una “scorza” più resistente, per vari motivi. Fra cui quelli a cui accennavo prima.

        Sitka

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