Le basi antropologiche della territorialità umana ovvero: ”Straniero/immigrato stattene a casa tua.” (Il Poliscriba)

Le persiane sono un’invenzione eccezionale perché assolvono a una doppia funzione: 

1) Ripararsi dagli eventi climatici, in particolare dal forte caldo estivo permettendo il passaggio dell’aria.
2) La possibilità di osservare l’esterno della casa senza essere visti. 

I vantaggi di un’opera artigianale così rivoluzionaria, tanto da essere ancora viva e vegeta dopo almeno 2000 anni di storia, – ne sono state ritrovate a Pompei (più che sito archeologico protetto dall’UNESCO, ormai cumulo di macerie e munnezza in mano alla camorra che gli italici non sono in grado di mantenere in vita) – sono indubbi, e le loro stecche disposte obliquamente, anticipano di secoli le pannellature lignee delle case coloniche anglo-americane, rivelandosi atte allo scorrere della pioggia. 

Esco dall’aspetto architettonico e mi tuffo in quello antropologico affrontando di petto la seconda funzione, quella di protezione sociale degli abitanti della casa, ai quali, la persiana, permetteva e permette tuttora di “spiare” da dentro in maniera discreta  cosa succede fuori

Mi viene in mente il film “Cristo si è fermato a Eboli” ed altri simili girati in meridione, quando all’arrivo dello “straniero” o del “continentale” (secondo la felice espressione siciliana), le donne e gli uomini si barricavano dietro le finestre continuando a osservare colui o coloro che, prima di essere considerati una curiosa novità, erano una turbativa, al limite una minaccia sociale. 

Scene da lungometraggi western non sono dissimili, così come le spietate analisi sociologiche delle profonde provincie americane (Un tranquillo weekend di paura, La caccia, La nascita di una nazione) in coda comunque e sempre ai nostri capolavori neorealisti, (Riso amaro, Italiani brava gente, Il mulino del Po’, La donna della montagna, ecc…) tutti accumunati da un senso di disagio patito, sia da coloro che si richiudono all’interno, sia da chi transita all’esterno di un perimetro di mattoni. 

Ciò avviene, invariabilmente, in centri piccoli, piccolissimi, e nelle grandi città, al contrario, il senso di pericolo si diluisce a livello condominiale e lo spioncino della porta blindata sostituisce migliaia di anni di abitudine all’appostamento. 

Così come gli allarmi elettronici hanno sostituito gli animali da cortile, dalle oche del Campidoglio, al cane addomesticato all’abbaio o all’azzanno dell’intruso che non si fa riconoscere, un tempo anche impallinato a piombo o nella più benefica sparatoria, a sale. 

L’istinto protettivo – anche se gli psicologi e filosofi da qualche decennio lo negano per quanto attiene la specie animale homo sapiens “sapiens”, ormai divenuta semplice e conseguente estrinsecazione culturale di un mammifero dotato di coscienza endo ed esodiretta, (e sul secondo sapiens le virgolette sono fortemente volute) – esiste e non vuole saperne di restare relegato nelle arcaiche definizioni eto-zoo-logiche, tra le righe di tomi polverosi di macilente biblioteche o nei palpiti elettronici delle ricerche google. 

Ora, l’Italia paese storicamente teatro di scontri bellici di natura interna ed esterna al suo territorio, durati un arco temporale lunghissimo che si è arrestato ufficialmente soltanto il 2 maggio 1945, (revisionismi a parte), ha sviluppato più che un forte senso di appartenenza un forte senso di “diffidenza”. 

Inoltre ha un tessuto urbano che annovera 2/3 di municipalità, 5638 su 8047 (1° marzo 2015) con una popolazione residente inferiore ai 5000 abitanti.  

Di questi 5638 le statistiche confermano questi eloquenti numeri demografici: 

3516 comuni con meno di 2000 ab. Il 43,6% dell’intera popolazione italiana
2113 comuni con meno di 5000 ab. Il 26,26% dell’intera popolazione italiana 

Ecco spiegato in termini di territorialità, come e perché quasi l’80% dei 60mln di italiani vive in realtà municipali tali da percepire incrementi demografici improvvisi, dell’ordine di alcune decine o centinaia di nuovi abitanti, come un allarme sociale. 

Non ci vogliono gli esperti a capirlo e non credo sia oscurantismo il credere che sia più naturale nascondersi dietro le persiane che dietro i numeri, quando si tratta di rapportarsi con il diverso da noi. 

Il tema dell’uguaglianza, della non distinzione/identità sociale, divenuta Diritto Universale dell’Uomo, è e sempre sarà disatteso, perché la cultura è in palese contrasto con l’orientamento genetico e non teleologico del mammifero “intellettuale”, che tende alla massificazione del risultato semplice della riproduzione in nicchie ecologiche o ecosistemiche, protette

Pensare che la nicchia ecologica in questione sia il mondo intero e che non esistano diversità psicoattitudinali e fisiche nella specie homo, smentisce le più basilari leggi della biologia e della zoogeografia applicata ai viventi. 

Oggi che l’individuo tende a sostituire la collettività, e la sfera privata a quella pubblica, è palese il contrario: si è passati dal razzismo totalitarista a quello egotista che sancisce il diritto della non uguaglianza reale, dell’originalità individuale in aperto conflitto con l’uguaglianza legale. 

Si esige di essere riconosciuti diversi ma uguali nell’applicazione del Diritto sempre quando conviene o è utile all’io e non al noi.

Siccome le leggi ad personam non trovano conforto nella legislazione generale, assistiamo a un proliferare di “casi” umani prima che giuridici e  all’espansione di micro-ragioni che sovrastano le ragioni di una nazione. 

Sulla questione stranieri e immigrati, diverse genealogie ma pur sempre umani facenti parte di un problema di integrazione, si verifica un cortocircuito politico semplicemente perché il popolo italiano non si sente popolo ma aggregazione sociale fondata sull’utilitarismo protettivo di stampo medievale e quindi uno svariato numero di identità socio-urbane (il prolificare inarrestabile delle Liste Civiche lo attesta incontestabilmente)  che aspira alla naturale difesa di territori localistici e non alla politically correct pddiota non-difesa di confini e territori nazionali.    

Esiste l’italiano, l’individuo singolo che si apposta dietro la persiana e spia con circospezione il non-italiano e lo soppesa secondo parametri equivalenti ai pregiudizi magistralmente descritti in una canzone di De Andrè come Bocca di Rosa e non secondo la ideo-logica appartenenza culturale a un’umanità omogenea

La dico tutta e la finisco qui con un appello retorico che non è un’ invettiva da Piazza Venezia ma una constatazione/contestazione dell’isolamento nel quale l’Italia è stata confinata dall’Europa dei popoli (sic!), dentro la gabbia mediterranea: 

oggi, la pressione migratoria, sicuramente epocale che sta premendo sui nostri confini geografici e sociali, potrebbe essere l’occasione imperdibile per fare degli italiani un popolo come non è mai accaduto dal 1861 e ci stanerebbe da dietro le persiane per sfidare a viso aperto i trattati omologanti di Lisbona o Dublino, per dimostrare all’Europa  che non siamo il loro zerbino, la loro pattumiera economica e sociale o il ricettacolo dell’ ”immondizia umana indifferenziata” (così come viene percepita dalla Troika e non dai buonisti italiani quali tutti vogliono essere davanti alle telecamere, ma non dietro le persiane)  dell’Africa e del Medioriente, che loro hanno creato in bellica compagnia con gli amerikani.

Le basi antropologiche della territorialità umana ovvero: ”Straniero/immigrato stattene a casa tua.” (Il Poliscriba)ultima modifica: 2015-06-12T09:14:34+00:00da derosse
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4 pensieri su “Le basi antropologiche della territorialità umana ovvero: ”Straniero/immigrato stattene a casa tua.” (Il Poliscriba)

  1. E’ quello che la parte migliore e ancora sana del nostro popolo, di cui credo noi facciamo parte, sta tentando di fare. Capitalismo, Europa, invasione (chiamarla ancora “immigrazione” mi suona ridicolo), sono parte di una stessa patologia degenerativa. L’invasione è il capitalismo. L’entità ormai diventata un mostro che ci sta divorando. Ciò che dobbiamo sperare e per cui dobbiamo batterci è appunto questo riscatto come popolo, che poi significa comunità, che poi significa libertà vera e reale esistenza per ogni singolo individuo che ne fa parte. Ecco perchè, con questa invasione, oltre che distruggere le conquiste dei lavoratori, stanno cercando di distruggere le comunità nazionali, dis-integrandole.

    • Per Marco Zorzi

      Persino inutile dire che qui siamo tutti d’accordo con te. Però il mostro sembra essere al massimo della forza, mentre le opposizioni al mostro ancora al massimo della debolezza. Questo perché il neocapitalismo del ventunesimo secolo è ancora “giovane” e perciò sta crescendo rapidamente. Siamo purtroppo agli esordi – per quanto altamente distruttivi, forieri di guerre, di devastazioni sociali e ambientali, con rischi di uso delle armi nucleari – di un nuovo modo storico di produzione sociale, che si afferma e impone i suoi rapporti sociali.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

    • Per Barbara

      Soprattutto realista, senza concessione alcuna all’ipocrisia neocapitalista dei “diritti umani” e alla pelosa retorica dell’accoglienza, che tradotta nel nostro linguaggio signifca far entrare nuovi schiavi per ridurre in condizioni ancor peggiori i vecchi, privandoli anche della loro identità.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

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