«La classe salariata, operaia e proletaria non è e non sarà mai una classe strategicamente rivoluzionaria» (Costanzo Preve) Ma è proprio così? [Il Poliscriba]

Ho dedicato 15 anni a studiare l’opera di Marx, ho scritto 4 volumi di commento alle relazioni del Capitale e mi sono fatto la convinzione che Marx non sia uno scrittore del passato ma del futuro.

(Enrique Dussel) 

In una recente omelia trasmessa su RAI1 ho sentito affermare da un uomo paludato da sacerdote, del quale personalmente non riconosco nessun potere di intermediazione tra me e un eventuale Dio, foss’anche il caso/caos dei neodarwinisti, che Papa Francesco ha sostenuto e indicato i poveri come una categoria teologica

Nemmeno il Messia si è sognato di esprimere un concetto più astruso, astratto e disumano di così.

Come giustamente fa notare il Dussel, di cui ho citato uno stralcio dal suo saggio Il Dio del sistema, Infatti, quando Egli rovesciò le bancarelle dei mercanti davanti al Tempio di Gerusalemme, si comportò da politico e non da religioso, in quanto   proveniente da un lignaggio regale, la casa di David e non sacerdotale della stirpe levitica. Quindi integralmente laico. 

In questo blog, oltre che cercare di analizzare i fatti storici, perché siamo sempre in una prospettiva di tempo passato e non possiamo altro che ipotizzare/profetizzare scenari futuri o futuribili, fate un po’ voi, si cerca di dare una risposta al Che fare?, vista la carente volontà e quindi di concerto, l’impotenza di cambiare lo stato di cose attuali, sprofondate nel più abietto degrado politico, economico, sociale ed etico. 

Il nome di questo blog è sintomo di una reazione umana a un problema umano, non una reazione idealistica a un problema filosofico.
Pauper significa povero nel senso più negativo della condizione umana, di una condizione materiale e di conseguenza spirituale, ma solo nel senso che, se non è data condizione positiva umana, impossibile è uno sviluppo di coscienza razionale che non sia una mistica riparatrice (oppio dei popoli), ritualizzata e riproducente sistemi di classe (gerarchie socialiste, fasciste, burocratiche, ecclesiastiche). 

Marx nei Gundrisses scriveva: “ Prima di qualsiasi contratto c’è un possessore del denaro e un possessore del lavoro. Il possessore del lavoro, negativamente, è un povero.”
Marx usa proprio il termine latino pauper nella frase Pauper ante festam, tradotta e intesa come : povero prima della festa orgiastica e cannibalistica del capitale. 

In Marx e prima di lui in Engels nella sua “conversione” da figlio di capitalista ad accusatore del sistema capitalistico in La situazione della classe operaia in Inghilterra (scritto nel 1845), c’è una forte critica imbevuta di etica alla non etica dell’economia politica e più in generale della visione economicista e di mercato dei pensatori classici. 

L’economia in generale non tratta di etica e soprattutto non cita il pauper come un errore del sistema, l’errore più grave, quello che il mercato che si autoregola dovrebbe essere in grado di evitare.
Nemmeno il pauper viene additato come un incidente di percorso lungo la via dell’infinita crescita.
Il dio-mercato, di cui l’immensa bibliografia favoleggia, è soltanto un gioco d’azzardo al rialzo per chi possiede denaro e pauper.
L’economia delle cattedre universitarie si rivolge a chi ha denaro e non a chi non ne ha.
Il pauper è merce senza valore perché in essa, come merce appunto, non si oggettivizza il lavoro.
Ma è proprio così?
Il pauper non è un prodotto costruito da macchine? 

Dussel, sostiene e io sono d’accordo su questo, che Marx non assume come punto di partenza della sua monumentale critica all’economia politica e più largamente del suo intero pensiero, la lotta di classe, ma la povertà e di contro, la ricchezza, aggiungo io, proprio per quella sua minuziosa vivisezione analitica del saggio di riferimento degli economisti classici della sua epoca La ricchezza delle nazioni di Adam Smith. 

Tutta la demolizione di Marx, a mio modesto avviso, sta qui:
il voler accusare Marx di non aver compreso che la povertà è una condizione naturale e non storica, mentre la ricchezza è un potere/atto/fatto divino, teleologico prodotto di una minoranza superiore, sola in grado di dare direzione e senso alla storia umana. 

La Chiesa, ma in fondo tutte le confessioni religiose, hanno assunto a loro volta questo principio naturale della povertà che si appaia all’inferiorità razziale.
La prima implicita forma di razzismo è proprio quella che divide i pauper dai ricchi.
Per convincere i poveri di essere una categoria naturale e non storica, perché i poveri non fanno la storia, in quanto vinti e non vincitori, occorre trasformarli in una categoria teologica che, attraverso la consolazione e la ghettizzazione (caste indù, reincarnazione) li induca a pensare all’ineluttabilità della loro condizione di schiavi. 

Non solo, purtroppo anche gli intellettuali e gli artisti trasformano in categorie astratte poveri e povertà. 

Ora, la risposta alla domanda precedente, il pauper non è un prodotto costruito da macchine?, non può che essere negativa.

Il pauper è dalla nascita pauper ed è quindi un prodotto di uteri pauper.
Macchine biologiche che producono macchine biologiche, un prodotto terreno, un frutto spontaneo che la genetica obbliga alla replicazione e che il possessore di denaro e  di pauper può cogliere quando, come e nelle quantità che più soddisfano la sua sete di profitto.
Il possessore di denaro si sente invece una sorta di  demiurgo, un creatore ed è per tale motivo che tenderà il più possibile a conservare il suo stato, a legarsi solo con possessori di denaro e in quanto tali appartenenti a un consesso quasi esobiologico,  ultraterreno, mistico. 

Se Papa Francesco ha affermato che   i poveri sono una categoria teologica, è perché esiste una classe di ricchi e super-ricchi di esseri divinizzati che si credono divini e disincarnati ed è quindi inevitabile rendere astratto l’unico pericolo fisico e non virtuale al loro dominio: i pauper.
Maggiore è la distanza che questi ricchi creano con i pauper, più irreale e inaccessibile diviene il loro status olimpico.
La distanza fisica e  mentale dei ricchi nei confronti dei pauper deve essere assicurata da una netta separazione spaziale e temporale, garantita dalla tecnologia e dalla sicurezza militare. 

Perché i pauper non attaccano direttamente i ricchi, ma i loro simulacri e i loro simboli, se e quando questo accade?
Perché la ricchezza e quindi il denaro sono il desiderio supremo.
Come sosteneva a tal proposito Williams Jevons quattro anni dopo l’uscita del Capitale, invertendo il pensiero  di Marx su desiderio, lavoro, merce e valore:
“ Il lavoro non è l’origine del valore della merce, ma il desiderio del compratore.” 

Oggi è la produzione artificiale, illimitata del desiderio del consumatore da parte dei costruttori di simboli e consenso commerciali, quanto politici o religiosi, anch’essi divenuti merce/desiderio.
I pauper  vogliono essere come coloro che li dominano o almeno gli si è insegnato, come macchine replicanti, che l’unico modo per non essere terreni/finiti, è aspirare all’eternità della giovinezza, della bellezza e all’immortalità che solo la popolarità contro l’anonimato, dona agli eroi o ai santi del narcisismo. 

I pauper come classe salariata, operaia e proletaria può essere strategicamente rivoluzionaria? 

In questo momento storico non lo è.
Mentre un tempo l’intoccabilità era considerata una qualità dispregiativa delle caste inferiori, oggi è una qualità positiva di quelle “superiori” in quanto a detenzione del potere.
Ma è pur vero che esiste comunque un’intoccabilità totalizzante che frammenta la coesione sociale in forme di connessioni a-sensoriali. 

Il primo passo, la prima risposta al Che fare? perché i pauper diventino una classe rivoluzionaria è quello di ricongiungerci come corpi reali.
Non ve ne sono altri ed è il passo più traumatico e difficile, perché richiede di riprender possesso della naturale inclinazione dell’uomo alla socializzazione fisica, l’unica via per la distruzione del sogno/incubo in cui la virtualità della comunicazione ci ha addormentati e addomesticati rendendoci sonnambuli.

«La classe salariata, operaia e proletaria non è e non sarà mai una classe strategicamente rivoluzionaria» (Costanzo Preve) Ma è proprio così? [Il Poliscriba]ultima modifica: 2015-05-04T12:10:42+00:00da derosse
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