La generazione dell’impotenza (Alceste)

É male ignorare la storia del proprio clan. Ma ci sono circostanze in cui anche una conoscenza approfondita diventa un ostacolo. Una persona dovrebbe usare discrezione. Un sapere eccessivo può essere un impedimento anche nella vita quotidiana. Si mediti su questo principio senza dimenticarlo mai.

Yamamoto Tsunetomo, Hagakure, II, 95

Studiare non ci ha resi migliori.
Anzi, ha trasformato l’anima degli italiani più giovani in una pozza gretta, superba, narcisa.
E quindi impotente.
Impotente a qualsiasi azione.
La verità è che non sappiamo più fare niente. Sappiamo solo chiacchierare, ciarlare, dare sulla voce a qualsiasi altra voce che non sia la nostra; oppure ergerci a professori del nulla, pontificare, riandare colla mente alla nostra miserabile tesi di laurea, alle nostre minuscole convinzioni; oppure rinchiuderci in una conventicola, di gente a noi affine, in cui ognuno passa il tempo, oziosamente, a darsi a vicenda pacche digitali sulle spalle: sono d’accordo, bravo, è così, quei coglioni non capiranno mai, solo noi ci capiamo etc etc; oppure ritirarsi sull’Aventino del nulla, la torre d’avorio in cui crogiolarsi nella rassegnazione – rassegnazione che non è altro che somma alterigia: non mi date ragione? E io mi tolgo dalla lotta! Come se a qualcuno fregasse qualcosa …

Studiare … studiare: elementari medie d’un soffio; poi, come in una bella ricreazione estiva, le superiori; quindi i brevi inciampi degli esami di laurea … davvero piccoli: ormai la corona d’alloro se la mettono tutti: un popolo di dottori, dottorati, specializzati, masterizzati.
Diciamolo chiaramente: in due generazioni la pace ha prodotto un’umanità acculturata, profumata, corretta, interconnessa – antropologicamente diversa dai propri antenati di appena quarant’anni fa.
Impotente, però.
Assolutamente impotente. Incapace di azione. Di qualsiasi azione.
In realtà, a parte la sapienza tecnica che ci hanno trasmesso licei e università, siamo dei buoni a nulla.
Siamo narcisi, come detto, separati dal prossimo, gonfi di un sapere buono solo per un lavoricchio qualsivoglia; supponenti, cinici, persino amorali; e bloccati (questo il capolavoro del potere) nel tempo presente: qui e ora, senza passato; e quindi senza futuro.
E poi ci manca del tutto l’empatia; sì, l’empatia: una certa magnanimità del cuore, quella generosità che non fa domande e porta a trascurare alcune nostre convinzioni per intraprendere un cammino comune. Non sappiamo più distinguere il bene dal male; anche i sentimenti naturali, sorgivi, che una volta animavano l’uomo (il senso della lealtà o della giustizia) sembrano un ricordo lontano, atteggiamenti e moti del cuore dimenticati a favore di capziosità da legulei, distinguo, approssimazioni, citazioni, richiami colti. E siamo privi anche di quelle conoscenze minute di cui gran parte dei nostri antenati più prossimi erano largamente provvisti: non sappiamo accendere un fuoco, orientarci, ammazzare un animale per sfamarci, coltivare cibo, difenderci fisicamente, sparare. E vorremmo fare una rivoluzione?
Asettici, tronfi, gonfi di sicumera, individualisti, inetti; e perciò pavidi di fronte al potere, sbandati, incapaci di fare fronte. Il potere, qualunque potere, con noi dorme fra cento guanciali.
Alcuni esempi tratti dalla minutaglia quotidiana.
Venerdì 17 c’era, almeno a Roma, l’ennesimo sciopero degli autoferrotranvieri. Dalle 8.30 sino alle 17.00. Assieme a un centinaio di persone arrivo in banchina alle 8.25 circa. Il macchinista decide di chiudere le porte e anticipare lo sciopero: poiché non può finire la corsa entro le 8.30, egli decide di abolire la corsa. Si scatena un putiferio: insulti, bestemmie, grida. Sembra inscenarsi una resistenza a oltranza. Io mi siedo e aspetto, con calma, di vedere a breve il cadavere di tale resistenza: portato dal fiume dell’individualismo, di lì a pochi minuti. E infatti: dopo un tizio che snocciola regolamenti; dopo un altro tizio che si appella a fantomatiche denunce presso fantomatiche gendarmerie competenti; dopo minacce di ricorsi presso le associazioni di tutela del consumatore; dopo tutto questo ognuno comincia ad accampare, più o meno velatamente, inderogabili impegni: il lavoro, i figli, la banca o la posta che aprono. Il gruppo comincia ad assottigliarsi. Scende un tizio della Metroferro, in borghese. Comincia a urlare pure lui. La gente, infastidita e offesa da tanto ardire, piglia e se ne va. Insultando, ma se ne va. Alla fine restiamo in una decina. Il tizio, scortato da due della Polfer, minaccia di chiamare i carabinieri se non risaliamo. “È colpa mia? È colpa mia?” ripete il gaglioffo. A dir la verità non so di chi sia la colpa, so che non ho voglia di risalire perché dovrò farmi almeno dieci chilometri a piedi verso il centro e, al solo pensiero, mi fanno male le ginocchia. Le donne sono le più dure. Una, che rassomiglia a Letizia Moratti, sembra invasata. Il finale, però, è già scritto. Da cento che eravamo, rimaniamo in cinque. E risaliamo ovviamente. Ma è così per ogni causa: si fa fuoco e fiamme per qualche minuto, poi si viene sopraffatti dal narcisismo e dall’egoismo. Non si sa rivendicare manco un diritto da niente e si vorrebbe far saltare il banco del capitalismo?
Altro esempio: leggete i commenti a qualsiasi articolo dei più frequentati siti di controinformazione.
Una celebrazione dei distinguo. Un fuoco d’artificio di sottigliezze. C’è l’agitatore un tanto al chilo, poi il seguace della scuola austriaca, quindi l’anacoreta del capitalismo ben temperato, quello-che-vuole-uscire-dall’euro-dicendo-la-verità-solo-la-verità, poi il frate conventuale della sinistra residuale, indi il liquidatore tout court, quello che gli-USA-non-sono-il-problema-ma-è-l’Elite-il-problema, poi il sovranista, l’antirazzista, il-non-cambierà-mai-niente, il signoraggista, il decrescista, il sarcastico, l’apocalittico, il tradizionalista, il qualunquista e via così. Tutti hanno una ricetta in tasca; e nessuno cede d’un millimetro, per carità; sarcasmi, battute ciniche, insulti: un gallinaio di pareri discordi (motivati tecnicamente, magistralmente, ça va sans dire: siamo oppositori laureati) in cui tutti sono contro tutti e non si cava un ragno dal buco.
Sembra la sala del manicomio di Qualcuno volò sul nido del cuculo: chi biascica insensato, chi ripete le stesse battute, chi balla da solo; qualcuno declama versi nel vuoto; ecco lo scemo del villaggio; e poi l’indiano muto, il paranoico, l’idrocefalico, il catatonico, lo schizofrenico.
La capo infermiera mette su un po’ di musica classica (che tanto distende i nervi), fa ingurgitare qualche pillola e passa allo sfogatoio: qui nel manicomio c’è libertà, tutti possono dire la loro, per carità, ognuno si confidi! E ognuno si confida, dice la sua, litiga, si accapiglia: sino alla prossima pillola, al prossimo incontro, cullati dalle note di Bach.
Ogni tanto un sassetto inceppa il delicato meccanismo: Jack Nicholson irrompe nella quieta vita del mortuario, travolgendo il ronfare dei pazienti col suo anarchico vitalismo. Accade il miracolo: qualcuno comincia a farsi domande sul funzionamento dell’istituzione, altri divengono insofferenti, vogliono uscire dalla gabbia, altri si ribellano, prima con piccoli gesti, poi addirittura apertamente. Ma l’anarchia, pur benvenuta, è un fuoco di paglia: il potere (che è tale perché ha potenza) riafferma il proprio imperio, il granello dissenziente viene eliminato, si ritorna all’ordine: per il bene dei pazienti, ovviamente, perché il potere, soprattutto questo, del 2015, è un potere benigno, che opera nel Bene, che trasuda bontà, gocce rugiadose e melliflue di bontà.
E nessuno si ribella più.
Solo l’indiano osa farlo. Definitivamente. Lui, straniero, non a caso si è finto sordomuto. Non ha mai partecipato al cicaleccio, alle rampogne, alle lamentele, ai piagnistei, alla logica impotente e insulsa di tutti gli altri.
Ascolta la voce degli antenati, semplice e profonda, e decide di agire, finalmente.
Una notte, ispirato da quel mondo antico, in cui le parole hanno ancora un significato – il solo possibile – divelle una fontana e la scaglia contro il muro. Anteo prendeva vigore dalla terra, egli dal proprio passato. Nella luce chiara e fredda dell’alba, che si intravede dietro la breccia aperta, scorgiamo l’altrove sconosciuto: la sua figura vi si staglia gigantesca e libera, come uno spirito mitologico.
È libero.

Eh, sì, siamo troppo acculturati – ogni testa un professore – e privi, privi, disperatamente privi di quella generosità che ci consentirebbe di passare sopra le nostre ridicole discordie ideologiche e puntare il bersaglio grosso – bersaglio che tutti sappiamo qual è, ma se la ride bellamente dell’inutile sapienza da dottorini e continua ad agire indisturbato.
Gli invasori hanno abbattuto le porte della cittadella e fanno razzia del nostro passato e del nostro benessere, ma non vogliamo scendere in guerra perché non riusciamo a  decidere di quale colore è la divisa da indossare.

Un tempo la legge marziale proibiva gli assembramenti per timore di sommosse.
Oggi non ce n’è bisogno; sazi del nostro sapere e della nostra supponenza siamo noi stessi a dividerci in rivoli inconcludenti, intrappolati nel qui e ora.
La realtà fa paura, e non facciamo che celare la nostra impotenza dietro il velo di una sterile erudizione.

Sentirsi profondamente diversi dagli altri, odiarli e litigare con loro implica che il cuore manca di compassione. Se una persona agisce sempre con compassione, non sorgeranno conflitti.
Appena una persona possiede un po’ di conoscenza si dà arie da sapiente: è una questione di inesperienza.
Quando qualcuno sa veramente, non lo fa notare: un individuo simile è ben educato.

Yamamoto Tsunetomo, Hagakure, II, 108

La generazione dell’impotenza (Alceste)ultima modifica: 2015-04-21T09:45:00+00:00da derosse
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5 pensieri su “La generazione dell’impotenza (Alceste)

  1. L’acculturamento che ci è stato promesso dalla scuola dell’obbligo e dalla laurea facile post-sessantottina.
    Il disprezzo statalizzato, di uno Stato progressista per le arti pratiche di cui eravamo ricolmi in esperienza, non dico proprio saggezza, per non mitizzare evi dagli abbagli luminosi sfuggenti da pieghe oscure.

    L’analfabetismo doveva essere piegato per far posto all’ignoranza di massa sulle questioni di critica al sistema.
    Il sistema – freddo, cinico, burocratico, statistico, onnipervasivo -, continua a ripeterci che, prima di lui, c’erano le barbarie e dopo di lui, l’anarchia.

    La paura di essere “liberi”, liberi come un Kazaki che addomestica le aquile per cacciare il lupo grigio o la volpe rossa, viene lanciata dal braccio armato della “democrazia” sulle nostre vite sempre in fuga dall’incontro con l’altro, in fuga verso un sè ipertrofico, in fuga da un “noi” solo più ipotetico, un’ipotesi di piazza, di rivoluzione senza colore che non sia l’ennesima protesta cromatica, l’inconcludente reazione ritualizzata svuotata di ogni senso, infarcita di luoghi comuni, pensati, scritti, liofilizzati da apparati esterni a noi, interni alla fabbrica del consenso,che ci aiutano a digerire l’indigesto vivere la nostra misera esistenza di produttori/consumatori di inutilità.

    Una fuga anche dal proprio sè, attraverso un continuo cambiarsi d’abito, mutare pelle, questo camuffarsi camaleontico che ci viene raccontato essere l’essenza della flessibilità nelle relazioni sociali; “non-essere” mai, quindi, divenire senza volto, sfuggevoli proprio come il male, il nemico che ci divide tra e in noi.

    Tutti gli egoismi, gli anarchismi, i menefreghismi, avrebbero senso se ci fosse ancora un individuo a cui riferirsi, ma intorno si vedono soltanto occhi e bocche senza orecchie; dietro le scatole craniche, il vuoto, dietro le gabbie toraciche, un muscolo pulsante involontariamente; davanti a questi automi invasati, rassegnati, disperati, imbecilli, un banchetto di morte, di oggetti da afferrare, sbranare senza se e senza ma, rapidamente, più velocemente degli altri non-esseri, oggetti pure loro, sacrificabili sull’altare dell’ara pacis dell’autoreplicazione infinita del cannibalismo che ancora definiamo civiltà.

    Però, Alceste, anch’io sento il desiderio di congedarmi da questo desco orribile, ne sono disgustato e ci vuole un coraggio che provenga dalle viscere della terra o dagli spiriti dei propri antenati, per scagliare contro il muro tutta la propria veemenza e squarciare il cemento per ridare forma all’orizzonte, al futuro, alla speranza, alla nobiltà di essere e di essere umani.

    Un coraggio che non mi è stato trasmesso in eredità, perché sotto i miei piedi ho calpestato asfalto, sopra la mia testa mi è stato tolto l’azzurro ed ogni sfumatura cromatica tra l’alba e il tramonto, tra la notte e il risveglio solare.

    I miei antenati erano già intossicati dal credo acritico che ciò che mi insegnavano era la giusta via per l’emancipazione da povertà, ignoranza, malattie, fatica.

    Mi hanno proposto la loro visione, la loro versione della storia, mi hanno confuso, mettendo sullo stesso piano inclinato rivoluzione, reazione, ribellione, anarchia, nichilismo, egotismo sempre più giù, sempre più in profondità nel mio minuscolo involucro di carne e sangue (forse).

    Come potevo discutere i loro insegnamenti? Ribellarmi?
    All’interno dei clan tribali, che ancora sopravvivono al nostro cieco progressismo, non ci sono ribellioni adolescenziali, crisi mistiche, un linguaggio di frattura con la tradizione del gruppo. Non esiste la parola IO, perché, se esistesse, il loro mondo si sgretolerebbe all’istante.

    E il loro NOI, non è omologante, schiavizzante, abbruttito da un’ideologia totalitaria, è un unico corpo, un comune respiro, spirito circolare che ammanta di vita i cicli naturali, nella gioia, nel dolore, nella salute, nella malattia, nella forza, nella debolezza, nella pace e nella guerra, nel brevissimo tempo di vita umana disteso sulla via che congiunge la fanciullezza alla vecchiaia che separa la culla dalla tomba.

    Essi sanno che la prima preda in cima alla catena alimentare è l’uomo.
    Noi pensiamo sia il contrario, in quanto ciechi non scorgiamo cacciatori più scaltri.
    Miseri mortali, stupide vittime di noi stessi.

    Saluti Cari

    • Che dire? Mi è molto piaciuta la tua risposta che è anche un piccolo saggio.
      Alle tue stesse conclusioni sono arrivato anch’io, dopo decenni, in ritardo. Mi sono, come dire, redento.
      La situazione generale, invece, almeno a breve termine, sembra irrimediabile.
      Forse sono poco propositivo, ma è impossibile per me concepire una qualche azione comune in questo stato di egocentrismo di massa. Forse il ritorno alla miseria ci farà rinsavire; forse una guerra resetterà i sentimenti. O forse creperemo come poveri idioti perché si può anche morire così, senza ribellarsi.
      A presto le risposte.
      Un saluto
      Alceste

  2. Pingback:

  3. Già, come ho sottolineato in un altro commento al post su Grillo e il 5 Stelle, ciò cui bisognerebbe puntare, primo elemento di una strategia oppositiva vincente, dovrebbe essere l’unità delle forze antisistema, dovremmo “passare sopra le nostre ridicole discordie ideologiche e puntare il bersaglio grosso” e invece “siamo noi stessi a dividerci in rivoli inconcludenti, intrappolati nel qui e ora”.

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