Storia di due barbieri (Alceste)

Il mio barbiere di fiducia chiude i battenti.
Un vecchio immigrato siciliano a Roma, fine anni Sessanta.
Negli ultimi anni s’era un po’ intristito.
Ogni volta che entravo nella bottega (dieci-quindici metri quadri) vedevo sul tavolinetto plichi rigonfi e candidi, con caratteri regolari stampigliati sopra. Giacevano lì, uno sopra l’altro, squarciati con modesta regolarità. Non c’era bisogno di leggervi intestazioni o contenuti; già sapevo di cosa si trattava. Anche a distanza quelle missive trasudano la copiosa e burocratica ferocia nichilista propria degli apparati statali o parastatali quando si rapportano all’utente o al cittadino, il loro servo della gleba.
Quasi parallelamente i nostri brevi dialoghi avevano mutato indirizzo e tono; dal calcio e dai pettegolezzi s’erano spostati prime a vaghe considerazioni politiche (genere: va tutto a rotoli), quindi a tematiche da commercialisti.
Ogni bimestre aveva la sua pena. Rimborsi, Inps, Irpef, AMA, intimazioni di chiarimenti, richieste di dichiarazioni. Ogni tanto, nella concitazione, fermava pettine e forbici per inseguire un pensiero, poi ricominciava, quindi, preso da un’ispirazione incontrollabile, abbandonava i ferri per prendere i faldoni burocratici e squadernarmeli davanti. Come a dire :”Non ci credi? Ecco qua!” e aggiungere, di soppiatto: “Vedi un po’ cosa si può fare!”.
E io leggevo, ma, mi tocca ammetterlo, non capivo nulla. E non è un modo di dire: non capivo assolutamente nulla di quel gliuommero di citazioni e rimandi da leguleio psicopatico. Nonostante mi picchi di vantare un’intelligenza dei testi superiore alla media, a fronte a quell’intrico di “ex art” o “in seguito all’avvenuta approvazione …” mi sentivo sfiorare, per usare un’espressione di Baudelaire, dall’ala dell’imbecillità.
Di fronte a quel siciliano antico gettare la spugna era però difficile senza gettar via anche un po’ d’onore. Quindi, spesso, tergiversavo, cambiavo discorso, o rimandavo al giudizio degli organismi competenti – quegli organismi, insomma, che, essendo competenti, avrebbero tagliato il nodo di Gordio dell’incomprensibilità.
E mentre mettevo in atto questa tattica dilatoria (facevo ammuina, insomma) mi veniva in mente un periodo della mia vita in cui avevo persino cercato di capire. Le procedure Equitalia, ad esempio; mi ero persino provveduto di un bel volume delle edizioni Simone: ero insomma deciso a fare chiarezza in quell’intrico di norme prassi e iter della burocrazia italiota; un tempo felice, in fondo: corrispondeva a un certo ingenuo illuminismo del mio animo teso ancora a credere in una buonafede delle istituzioni – buonafede macchiata (peccato!) solo dal consueto gergo fantozzian-impiegatizio … solo col tempo capii che l’essenza di quei mandala esattoriali risiedeva nella totale incomprensibilità … ovviamente dolosa … e passai dall’illuminismo a una sorta di odio permanente verso ogni formalismo … (a puro titolo di cronaca: il volume della De Simone lo mollai a pagina 60).
Ma ritorniamo al nostro barbiere.
Un anno prima ricevette un colpo ferale: i finanzieri intercettarono un suo cliente privo della ricevuta fiscale. 500 euro di multa. I due (barbiere e cliente) spergiurarono che la ricevuta c’era (in effetti c’era, sul tavolo succitato) e che era stata una svista, una dimenticanza, mica evasione. La coppia di gendarmi replicò, non senza ragione, che quella ricevuta poteva stare lì dalla mattina per giustificare anche dieci, venti, trenta clienti senza ricevuta in una ripetizione da inganno seriale. E comunque avevano poca voglia di parlare e questionare (i gendarmi); e furono irremovibili. 500 euro.
L’episodio mi sorprese particolarmente. Per la tenacia dei finanzieri, e l’incredibile dedizione alla causa. Solo dei servitori della nazione insolitamente ligi alle regole della sedicente repubblica italiana potevano appostarsi in una via secondaria di una frazione d’un quartiere secondario sito al limitare del suburbio di una città di più di tre milioni di abitanti. Chapeau! E così sia.
Un paio di mesi fa, però, egli dovette arrendersi; senza condizioni. Erano arrivati gli studi di settore. Ballavano migliaia di euro. Una chiamata dal commercialista. Un paio di rapidi conti: affitto, fornitura elettrica e del metano, versamenti in anticipo et cetera. Accorto soppesare spese-guadagni … infine il rovello fu sciolto: si chiude.
Una resa lungamente attesa, come può attenderla un malato terminale a cui abbiano tolto illusioni e speranze e che abbia deciso, con atto di supremo stoicismo, di mettersi il cuore in pace e rassegnarsi al Fato. “Non lo sapevi? Chiudo … dopo quarantaquattro anni … il lavoro mi piace anche se si guadagna poco … tolte le spese ci prendevo i soldi per le bollette e il condominio … però così, non mi conviene proprio … in fondo la vita mia l’ho fatta … “.
Gli comunicai il mio dispiacere. Lui sorrise e attaccò una tirata sugli immigrati che non pagano tasse: “Tre, quattro, cinque anni … poi non li trovi più e … riaprono con altro nome … di cugini figli padri cognati … vanno avanti per anni … tornano da dove sono venuti belli ricchi e ti saluto e sono …”. Una tirata comune fra i negozianti romani. Ma fu una tirata breve … al mezzo si interruppe ridendo di quel rancore represso … la prendeva alla leggera, come se quell’odio, covato per anni, si liberasse con calore di fiamma lontana … ma sì aveva passato i settanta, era acciaccato, poteva starsene otto al giorno in piedi per raccattare cinquecento seicento euro puliti al mese? “Ah, com’è dolce la rassegnazione quando possiamo permettercela!” sembrava dire … ma in fondo voleva anche inveire contro di noi, più giovani: “La mia vita l’ho fatta … che devo dirvi? Affari vostri!”.
E mentre mi tagliava i capelli per l’ultima volta si lanciò in una dissertazione sul perché gli uomini d’oggi sono tutti pelati. “Ma non hai visto i film degli anni Settanta? Quelli di polizia e banditi … con Franco Nero e quell’altro attore biondo … chi era?”. “Maurizio Merli?”. “Eh sì, mi sembra … non hai visto quanti peli hanno … capelli lunghi barbe baffi peli sul petto sulle spalle sulle cosce … quelli erano davvero uomini … tanti peli tanti tagli tanti soldi … bei tempi, no? Adesso … girano tutti pelati … tutti pelati …”.

* * * * *

E così mi son messo a cercare un altro barbiere. E l’ho trovato. Si chiama Jameel. Lo deduco da un foglio incorniciato che lo qualifica, a forza di timbri azzurrini, quale acconciatore.
Il negozio, anonimo, sta a piazza Giureconsulti, Boccea, Roma, Italia.
Tutta la zona è stata riconvertita quasi completamente in esercizi di immigrati romeni, nordafricani, bengalesi, cinesi, filippini. Resistono ancora, in qualche caso, le vecchie insegne dei negozi italiani dismessi: “Alimentari”, oppure, addirittura commovente, “Salsamenteria”.
Il barbiere Jameel ha una bottega spartana, a dir poco. Tre sedie, qualche attrezzo del mestiere, un po’ di sedie per l’attesa. Il ritmo è veloce. Una catena di montaggio. Fatico a capire chi siano i dipendenti. Quattro o cinque persone si alternano al taglio. I convenevoli sono al minimo. Si bada al sodo. Nessuno parla italiano. Non sono previsti lavaggi o frizioni. Vengo subito munito di un collare di carta, per evitare che i capelli tagliati entrino nel colletto della camicia, e d’un lenzuoletto, sempre di carta, che mi avvolge per intero. Jameel, o chi per lui, inizia a scalparmi senza attendere il becco d’un indicazione. Gli dico solo: “Corti!”, ma non sembra darsene cura. Lavora di pettine e tagliacapelli con velocità, poi passa alle forbici, con più accortezza. Cinque minuti e il taglio è bello che fatto. Rifinisce le basette, lavora di rasoio sui pelucchi del collo e via. Otto euro, tre in meno del siciliano. Gli ammollo l’ammontare esatto. Incassa, passa i soldi a un suo collega poco indietro, che intasca in silenzio. Anche Jameel ha una ricevuta già compilata sul tavolo; forse vuole prenderla, forse no; gli faccio capire che non fa niente, che va bene lo stesso, e lui si rilassa impercettibilmente.
Intanto l’atmosfera all’interno della barberia s’è ulteriormente animata. Un tizio ha steso un tappetino e s’è messo a pregare obliquamente, vicino alla cassa, con estrema naturalezza.
Qualcuno ha acceso una televisione enorme, ultimo modello, che, prima, quand’era spenta, non avevo nemmeno notato. È sintonizzata su Bollywood Channel … trasmette una sorta di telenovela indiana. Mi fermo a guardare un poco. Gli attori più giovani sono vestiti all’occidentale, sia gli uomini che le donne. Mi sembrano molto in salute, belli, scattanti. Una ragazza dai lineamenti orientali, ma biondissima, attira subito l’occhio. I protagonisti più anziani sono, invece, vestiti in modo tradizionale: fanno la parte dei burberi preoccupati per le mattane dei figli. Le scene si susseguono rapide: si passa continuamente da interni a esterni; il tutto è ben ritmato e girato in modo impeccabile; dai dettagli si intuisce una certa opulenza della produzione.
I sottotitoli in arabo e inglese lasciano presagire una distribuzione più ampia del continente indiano: Africa, Medio Oriente, ex colonie britanniche, Hong Kong.
Nonostante non capisca una mezza parola son quasi affascinato: s’intuisce un respiro commerciale enorme, che coinvolge miliardi di persone. Anche nei film cinesi, sotto la pelle del drago insomma, possiamo percepire questo anelito irresistibile all’ascesa, all’espansione.
In una pellicola che ammiravo pochi giorni fa, ad esempio. Una fra le tante: Fulltime killer, di Johnnie To e Wai Ka-fai (un film del 2001). A parte la bravura degli interpreti (tutti: primi attori e comprimari), la forza delle scene d’azione e la semplicità con cui tutti i sentimenti vengono resi, salta all’occhio, da subito, che il film è parte di un universo amplissimo e in movimento: dialoghi in cinese (cinese mandarino e cantonese), in giapponese e in inglese; accenni a realtà indiane o mediorientali.
Un intero mondo in marcia, di quattro miliardi di persone, pronto ad allagare l’Occidente. Vivo, dinamico, sicuro di sé, ricco di potenzialità e prospettive, persino tumultuoso; e soprattutto vitale, vitalissimo, di quella vitalità che schianterà l’Italia come un vecchio mobile tarlato.
Un mobile certo pregiato, di taglio patrizio, apparentemente solido, ma ormai attraversato dai mille cunicoli dei tarli della stupidità e del malaffare … lo sento, basterà un calcio ben assestato e crollerà miseramente a terra con uno sbuffo di polvere …
Questa nostra nazione … come definirla? Zombificata? Burocratizzata? Dissanguata?
Una salma in attesa della tumulazione.
Ex Oriente lux … certo, la luce, ma anche la distruzione … tutte le infezioni più micidiali, come la peste, vennero da oriente … anche le epidemie che schiantarono i popoli nativi del Sudamerica (vaiolo, influenza, morbillo) vennero da oriente … dall’Europa, che, di fatto, l’Oriente del Sudamerica …
In fondo ce lo meritiamo d’essere spazzati via, con la nostra sicumera, la supponenza d’essere il centro del mondo, la celebrazione necrofila d’un passato che non è più presente.
Povero siciliano mio, microscopica vittima della globalizzazione!
Esco dalla barberia nordafricana che è quasi sera. Ritrovo la solita metropoli lercia, sgangherata, infetta. Dai muri i manifesti del nuovo film del nostro intellettuale di punta: Mia madre. Già lo immagino: la consueta tirata crepuscolare da tinello borghese medio-alto. I critici in estasi, le comparsate, gli articoli compiacenti, roba da sfinire un toro …
Ah, povera Italia mia, come sei ridotta … coi tuoi riti immutabili, la tua piccineria, la pervicacia della tua stupidità.
Intanto i venti della storia rinforzano, il mondo ruota veloce … gira su cardini invisibili, implacabile, soverchiante.

Storia di due barbieri (Alceste)ultima modifica: 2015-04-14T12:05:33+00:00da derosse
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5 pensieri su “Storia di due barbieri (Alceste)

  1. Però che “ci meritiamo” di essere spazzati via lo sostiene proprio il succitato “intellettuale di punta” e quelli come lui, gli alfieri della globalizzazione e dell’integrazione il cui massimo impegno civile è consistito nell’ instillare la demenza dell’antiberlusconismo ossessivo. Diciamo che la differenza è che secondo loro (che tanto di problemi economici non ne hanno) non ci siamo adattati abbastanza velocemente a fare da schiavi, mentre invece immagino che l’autore del testo pensi che ci meritiamo questa fine perché incapaci di opporci al sistema…

    • Per Valdo

      Sembra ormai inevitabile la fine dell’Italia, neppure troppo lenta. Si può dire che non tutta la colpa è degli italiani – massa di idiotizzati incapace di ribellarsi, che, anzi, a maggioranza sostiene i carnefici – ma in parte significativa del fatto che il neocapitalismo finanziario è ancora “giovane” (come nuovo modo di storico di produzione dominante) e sta vincendo nel mondo. Usa spregiudicatamente la finanza, la guerra, il cibo, le tecnologie e la cosiddetta informazione per eliminare le resistenze. Da soli gli italiani – se avessero ancora un po’ di nerbo e di volontà d’opporsi – non potrebbero fare molto, ma potrebbero almeno affermare la loro dignità, come popolo. Al contrario, la merda etica-genetica-politica piddina, collaborazionista della troika, ci sommerge completamente.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

  2. Concordo fino a un certo punto con l’ultima risposta. Le costituzioni nazionali e la sovranità economica e monetaria sono un argine alla globalizzazione neoliberista assoluta. E direi di una certa efficacia, visto che i Paesi che non hanno svenduto Banca centrale, moneta e intervento pubblico in economia, stanno meglio di noi. Il neocapitalismo finanziario è già molto forte di suo, ma se gli lasci campo libero fa strage, se invece esiste un concetto di “stato”, di bene comune, se ne possono sicuramente mitigare gli effetti in modo sensibile. Quindi, sì, se l’Italia sparisce è soprattutto colpa degli italiani, che non si sono difesi.

    PS: Non dimentichiamo che una delle scuse che il Pd adduce alle sue politiche di cancellazione dei diritti è che tutto ciò è inevitabile, anzi: ineluttabile.

  3. L’impressione è che, ben camuffato
    sotto la fantasmagoria di una libertà anarchicheggiante che si manifesta principalmente sul terreno immediato del consumo e degli stili
    di vita – «il postmodernismo è il consumo della pura mercifcazione come processo»

    , commenta Jameson – e abbellito da una retorica
    individualistica di natura compensativa o dalle ipocrisie del politically
    correct, il postmodernismo celi, al contrario di quanto promette, un processo di riduzione sostanziale e massiccia degli spazi di libertà. Dietro la superficie di una mancanza di vincoli e regole che ci rende oggi
    potenzialmente liberi di fare quel che vogliamo a seconda delle nostre
    capacità di spesa, si nasconde in realtà una forte compressione della nostra capacità di autodeterminazione, perché oggi non siamo più in grado
    di trasformare il mondo che ci circonda e per certi aspetti nemmeno di pensare le condizioni della sua trasformabilità. Assolutamente liberi di
    assumere gli stili di vita più diversi e anche improbabili – «il pensiero cessa di essere una ratio, la vita cessa di essere una reazione»–, siamo però molto meno liberi delle generazioni “moderne” del recente passato
    di determinare realmente la nostra vita, di decidere in piena autonomia, di eliminare quei condizionamenti oggettivi che limitano la nostra possibilità di scelta, di cambiare la realtà, di migliorarla. E questo perché
    non siamo più in grado di configgere in maniera organizzata in vista
    della costruzione di un’alternativa politico-sociale.
    Possiamo perciò essere liberi di vestirci come vogliamo, di orientare
    a piacimento i nostri gusti sessuali, di scegliere distrattamente tra le infinite offerte del mercato o del palinsesto televisivo. Abbiamo anche letto
    innumerevoli elogi della figura del flâneur ma non riusciamo nella nostra
    azione a modificare la realtà e siamo anzi condizionati pesantemente
    da una struttura che si è ri-naturalizzata e pretende di essere data una
    volta per tutte, fornendo la base materiale dell’unica ideologia vigente
    nell’epoca della fine delle ideologie. Abbiamo l’illusione di una libertà
    individuale infinita ma questa libertà sarà inevitabilmente ristretta
    nella sfera privata, nel confine del consumo o di scelte individuali che
    non cambiano assolutamente nulla del mondo che ci circonda, se non
    addirittura del desiderio e dell’immaginario. E lasciandoci l’illusione di
    essere liberi per il solo fatto che possiamo cambiare canale, colore di capelli o fidanzata ogni volta che vogliamo, questo mondo continuerà per
    lungo tempo ad andare avanti come va adesso e continuerà a decidere
    per noi, rispettando la forma della democrazia ma neutralizzandone la
    sostanza politica partecipativa. Insomma, la -produzione di bisogni-, la «mobilitazione del desiderio e della fantasia», si configurano come una
    vera e propria «politica della distrazione» e quella presunta rivoluzione
    costituita dal consumo immediato della libertà e dalla finta trasgressione
    di norme che di fatto non esistono più compensa la realissima dissoluzione di quell’unica rivoluzione che veramente conta sul piano politico.

    estratto da “Crisi della cultura di massa, postmodernismo
    e necessità della menzogna”
    di Stefano G. Azzarà

  4. Pingback: I due barbieri | apoforeti

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