Il Kālī yuga al quale siamo condannati di Eugenio Orso

Più che un’età di gestazione e trapasso, come scrisse Hegel, o l’epoca della compiuta peccaminosità, con Fichte, la nostra mi sembra l’annuncio del Kālī yuga finale, cioè l’avvio di un’epoca più che travagliata, caratterizzata da oscurità da un punto di vista spirituale (oscura è la dea Kālī), e da guerre sanguinose che potrebbero non risparmiarci (violenta è Kālī). Stiamo entrando a grandi passi, con buona probabilità, nell’ultimo yuga, cioè nell’ultimo periodo mondano, secondo la visione gli induisti, in cui la vita sarà a dir poco difficile. La mia sensazione è che sarà molto peggio di ciò che pensava lo stesso Julius Evola, in Rivolta contro il mondo moderno e nelle opere successive (Gli uomini e le rovine, ad esempio), in cui tracciava i contorni di un’epoca oscura – quella moderna – per certi versi corrispondente all’età del ferro di Esiodo e all’ultimo yuga indù.

I segnali del nostro Kālī yuga ci sono già tutti, non soltanto in altre aree geografiche del mondo, come il Medio Oriente e l’Africa settentrionale in fiamme, oppure nei Balcani profondi, ai confini con la Russia, ma anche qui, in Europa occidentale, in mezzo a noi. Quali sono questi segnali, percepibili con chiarezza nella “periferia” italiana dell’occidente neocapitalista? E’ appunto questo l’oggetto del post, che delinea i contorni del nostro prossimo Kālī yuga. Di seguito la risposta.

Segnali endogeni

1)      Il primo segnale, che è anche il più importante e quello immediatamente percettibile, è squisitamente umano e la sola, angusta visione materiale del mondo, per dirla alla Evola, affermatasi con decisione nel passaggio fra il secondo e il terzo millennio, diminuisce l’uomo non solo nel senso della perdita di contatto con il sopramondo. L’iperindividualismo contemporaneo non implica un “farsi divinità”, ma, esattamente all’opposto, comporta una perdita d’identità, di dignità, di capacità critiche nel processo di adattamento dell’uomo a una nuova e più irrimediabile dimensione di servaggio: il servaggio nei confronti di un sistema assolutista, impersonale, dai tratti anti-umani, generato dal capitalismo del terzo millennio a prevalenza finanziaria. L’uomo non più uomo è destinato a popolare sia le nebulose urbane, nel nord e nel settentrione del mondo, sia le megalopoli nel sud e in oriente. Gli esseri umani si involvono con l’evolversi della “merce” capitalistica, che assume nuove forme, in funzione di una nuova, esasperata “creazione del valore” libera dai vincoli del passato, che prescinde dall’uomo. A questi uomini inconsapevoli del loro servaggio, abilmente manipolati grazie al cosiddetto progresso scientifico e alle nuove tecnologie a disposizione del potere, “aspre pene saranno inflitte dagli dei”, secondo l’Esiodo dell’età terminale del ferro. La nuova Kālī ha molte braccia, più della dea che ci mostra l’iconografia degli indù, e modella con violenza l’uomo secondo le necessità di un’età oscura, in cui le masse di servi, inconsapevoli, a testa bassa, andranno verso la fornace finale del mondo. Più banalmente, guardatevi intorno in questo scorcio d’inizio millennio, osservate coloro che vi circondano e cogliete le differenze fra ciò che potrebbe essere l’uomo, emancipato dal bisogno economico, non soggetto alla schiavitù, materiale e psicologica, del lavoro capitalistico, proiettato verso un futuro pur difficile ma evolutivo, e ciò che è veramente nei recessi della nostra società, sottomessa a una visione crematistica sempre più stringente (neocapitalismo). Le iniquità sociali che si approfondiscono oltre ogni limite conosciuto, sono il frutto di questa diminuzione artificiosa dell’essere umano, compresso in “stili di vita” neoservili, deprivato dell’autonomia di critica e della possibilità di sviluppare una propria visione del mondo.

2)      Il secondo segnale è la stretta neocapitalistica volta a “normalizzare” in senso ultraliberista i sistemi economici. Non esistono più i modelli capitalistici peculiari dell’Europa continentale, in relativa indipendenza rispetto a quello ultraliberista globale oggi dominante. L’universo piatto del neocapitalismo assolutista, su base finanziaria, si delinea così chiaramente. Non sono più ammesse deviazioni dall’unico modello e ciò implica la distruzione dei sistemi sociali e una rapida trasformazione nella struttura classista della società. Il processo di adattamento umano alla nuova strutturazione sociale è stato abbastanza rapido, e gli italiani sono stati, in tal senso, un popolo “cavia”. L’esperimento è riuscito e le precedenti classi subalterne – l’operaia e il cosiddetto ceto medio – sono state “smantellate”, in termini di coscienza di classe e di solidarietà, lasciando il posto a una nuova neoplebe, sempre più pauperizzata e docile. Questo processo, come quello, ancor più cruciale e originario, di trasformazione dell’essere umano in qualcosa di diverso, sembra non conoscere soste.

3)     Il terzo segnale è la rivolta elitista contro lo stato, la nazione, la sovranità e ogni tipo di confine, che ha esplicato i suoi (peggiori) effetti in paesi “cavia” come l’Italia, stabilendo un ferreo governo sopranazionale – europeo in attesa di andare oltre – modificando in profondità le vecchie costituzioni dal punto di vista materiale e, in parte, anche da quello formale. Se ci sono istituzioni che decidono, queste si stabiliscono a un livello superiore a quello degli stati, pur essendo la loro formalizzazione ancora incerta e piuttosto fluida. Il processo non è ancora compiuto, ma potrà esserlo entro un decennio, e rappresenta come i precedenti un chiaro segnale di approdo a un’età oscura, forse terminale. A questo si può aggiungere la guerra sociale – in termini di diritti e di redditi – condotta dalle élite e dai loro governi-Quisling contro la classe neopovera dominata, un conflitto che sta squassando l’Italia e l’intera Europa mediterranea.

Segnali esogeni

a)    Il primo segnale è la guerra, combattuta con le armi, ma sempre di più direttamente contro i popoli e le classi dominate. I non combattenti sono le prime vittime e le più numerose. E’ ormai chiaro che proprio contro di loro si puntano le armi. La violenza di Kālī si estende, ormai, in buona parte del pianeta e sempre meno sono i paesi non in guerra. La diplomazia è solo un fantasma che appare vanamente fra un conflitto e l’altro, o fra una fase e l’altra dello stesso conflitto. Non sono in vista nuove paci come quelle di Westfalia e la guerra diventa endemica, a macchia di leopardo nel mondo, nella misura in cui è coessenziale al neocapitalismo finanziario e alla sua piena affermazione. Lo stato di crisi economica permanente e lo stato di guerra permanente, pur “a bassa intensità” e a macchia di leopardo sul territorio, coesistono nella struttura di questo capitalismo invasivo, che penetra ovunque e sfrutta qualsivoglia risorsa per riprodursi (moltiplicazione dei mercati legali e illegali, dei prodotti finanziari, delle destabilizzazioni di stati e delle guerre).

b)    Il secondo segnale è la nuova divisione del mondo in blocchi che si profila, con esiti di scontro, intolleranza e nuove guerre. E’ l’effetto visibile della globalizzazione neoliberista, che non unifica, se non nel bisogno, nell’ingiustizia sociale e nella guerra, ma divide e cerca di imperare, distruggendo i vecchi confini e suscitandone dei nuovi, più insidiosi dei precedenti. Riapparirà prepotente, fra poco, lo spettro della guerra non convenzionale, la minaccia e il ricatto dell’olocausto nucleare, temporaneamente accantonati dopo il collasso del “mondo bipolare” Usa-Urss. Il pericolo è destinato a concretarsi quando si crede (come accade a coloro che manovrano gli Usa) di poter vincere in un conflitto nucleare (contro la Russia ancora non “normalizzata”) subendo danni limitati e, perciò, si cerca a ogni costo l’innesco (Ucraina). Sarà proprio uno scontro nucleare e non convenzionale a determinare la “profondità” del Kālī yuga al quale siamo condannati. Del resto, questo è l’unico evento non naturale che potrà provocare, in tempi non biblici o non cosmici, la fine della storia … e la scomparsa dell’ultimo uomo.

c)   Il terzo segnale è la virulenza dell’islam, simbolo di una barbarie sanguinaria a sfondo religioso-satanista. Un mostro (re)suscitato dalla pressione sulla “periferia economica” del mondo della globalizzazione neoliberista, che dovrebbe seminare il caos nei paesi non ancora occupati dal grande capitale finanziario – che finanzia e appoggia più o meno nascostamente la jihad – ma che di questo caos e del sangue dei popoli si nutre, per crescere e “emanciparsi” dai suoi finanziatori. Il discorso dell’islam in espansione violenta – aspetto inquietante e oscuro del nostro Kālī yuga – si confonde con quello della guerra neocapitalista. La guerra, estendendosi, lo alimenta e l’islam trionfante, nelle sue forme più pure, originarie e ortodosse, alimenta la guerra. Infatti, è proprio guerra uno dei significati di jihad e islam vuol dire sottomissione a dio, più concretamente abbandono in una prigione totalitaria in cui la luce, fra le sbarre, non penetra. Se Kālī è violenza, l’islam è la spada affilata in una delle sue tante mani.

Il Kālī yuga al quale siamo condannati di Eugenio Orsoultima modifica: 2015-04-05T15:28:07+00:00da derosse
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4 pensieri su “Il Kālī yuga al quale siamo condannati di Eugenio Orso

  1. I tempi che viviamo purtroppo sembrano confermare le più cupe premonizioni che in maggiore o minor misura sono presenti in tutte le forme della Tradizione e dobbiamo ogni giorno aspettarci un domani peggiore dell’oggi in un crescendo sempre più convulso. Certo, a ripensarci, è tragicomica la traiettoria seguita dall’umanità, con l’occidente autoproclamatosi comandante in capo che si è installato al posto di guida e, ora con lusinghe ora con le maniere forti (nell’idioma dell’occidente: soft o hard power), ha ormai convinto tutti a salire sul suo treno! Lotta a tutto ciò che da tempo immemorabile viene tramandato come assoluto e, in particolare, all’assoluto delle religioni: tutto è relativo, l’uomo è misura di tutte le cose, l’uomo deve liberarsi dalle antiche pastoie e plasmare il mondo secondo i suoi desideri! E il primo tempo di questo film, da un certo punto di vista, è entusiasmante: antichi vincoli caduti e infinite opportunità che si prospettano, ma … ma è solo il primo tempo e la vera trama del film la si capisce, se si è attenti, solo durante il secondo tempo. In effetti, prima o poi si comincia a fare qualche bilancio e a chiedersi se veramente è tutto oro quello che luccica e allora comincia a insinuarsi una sensazione di disagio perché sì, è vero, ci siamo liberati di quelle credenze che ci opprimevano ma ci si accorge che il posto che esse occupavano non è rimasto vuoto e comincia a essere reclamato da idoli sempre più dispotici e intransigenti e allora viene un sospetto: non è che tutto quello sforzo sia servito per aprire una breccia nel muro e, finita la ricreazione, far passare attraverso quella breccia le cose peggiori da cui proprio quel muro doveva metterci al riparo? Insomma, non è che abbiamo collaborato col nostro nemico e tutte quelle promesse erano solo una presa per il culo?

    • Per Parmenide

      Gli idoli dispotici e intransigenti sono il mercato e la “libera” iniziativa privata (economica) quale supremo valore. Tuttavia, per quel che riguarda le tradizioni di natura religiosa, che prima riempivano il vuoto, non dobbiamo e non possiamo metterle tutte sullo stesso piano. L’islam, ad esempio, ha una sostanza malvagia e perversa, la storia stessa ci insegna che è sinonimo di oscurità, arretratezza, violenza, spietatezza, crimine, sadismo. Una eventuale, futura lotta di liberazione dell’uomo – con sostanza rivoluzionaria – dovrebbe essere diretta sia contro gli idoli dispotici e intransigenti, suscitati oggi dal neocapitalismo, sia contro la bestialità islamica. In breve, liberisti e islamici sono oggi i nostri peggiori e più irriducibili nemici.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

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