Un Front National anche per l’Italia di Eugenio Orso

1.   Necessario e urgente, per salvare il paese più colpito dalla crisi e dall’euro, la costituzione di un raggruppamento politico e sociale sull’esempio del Fronte Nazionale francese, che rappresenti un vero aggregatore di massa e una concreta speranza di riscatto per l’Italia.

Voglio aprire il discorso richiamando il compianto Costanzo Preve, che dopo aver letto in lingua originale il libro di Marine Le Pen, Pour que vive la France del 2012, ebbe a scrivere in Se fossi francese le seguenti cose:

<< Marine Le Pen (p. 135) afferma apertamente il deperimento attuale della dicotomia Destra/Sinistra. Se lo fa, questo significa che cerca voti a destra, al centro e a sinistra. Bene, è esattamente quello che da 15 anni aspetto da un politico. Perché ora che arriva dovrei sospettare l’inganno?  Essa critica la guerra dell’Iraq (p.37). Sostiene che la bolla speculativa immobiliare è stata una strategia voluta (p. 36). Sostiene con Polanyi che il mercato è più utopico del piano (p.26). Sostiene con Maurice Allais che il liberalismo ha un codice “stalinista” e che il mondialismo è un’alleanza fra consumismo e materialismo (p. 49). Sostiene con Todd che c’è incompatibilità fra libero scambio e democrazia (p.50). Sostiene che se c’è qualcosa di “fascista”, questo qualcosa è l’euro (pp. 54-61), affermazione certamente un po’ hard, ma meglio esagerare che sottovalutare. Le è perfettamente chiara la natura abbietta dell’interventismo umanitario di Kouchner (p. 127). Si rifà positivamente a Lipovetsky, a Michéa ed a Bourdieu, e cita positivamente sia De Gaulle che lo stesso comunista Marchais.

Ma soprattutto ci sono due punti importanti. In primo luogo, a differenza dei soliti politicanti ignoranti, la Le Pen traccia una vera genealogia teorica del capitalismo liberista, dai fisiocratici a Smith. In secondo luogo, non lascia dubbi sul fatto che la mondializzazione è cattiva in sé, è un orizzonte di rinuncia (p. 19), il modello americano è al cuore del progetto mondialista (p. 34), il debito pubblico è un buon affare mondialista (p. 72), l’organizzazione europea di Bruxelles è l’avanguardia europea del mondialismo (p. 74), e che infine l’immigrazione incontrollata è parte di un’offensiva economica e culturale del mondialismo (p. 80). Questa ultima affermazione è particolarmente sgradevole per le anime pie politicamente corrette di sinistra, perché identificata con il razzismo ed il populismo. Bisogna però sapere se essa è fondata o infondata, ed io la considero parzialmente fondata. La Le Pen afferma anche che il sarkozysmo è lo stadio supremo del mondialismo (p. 151), che la nazione non deve essere demonizzata (p. 103), che la scuola e la cultura classica devono essere difese (p. 111 e p. 235), che il popolo è diventato “indesiderabile” e viene sempre accusato di “populismo”, termine vuoto e per questo sorvegliato dalla polizia del pensiero (p. 128). E potrei continuare.  Sottolineo per chiarezza che la mia dichiarazione “scandalosa” deve essere giudicata solo ed esclusivamente sulla base del libro e dei punti citati; essa non comporta in alcun modo  la condivisione del razzismo e della xenofobia anti-immigrati, con le quali la Le Pen si deve e si dovrà inevitabilmente confrontare sul piano elettorale. >>

Mi pento di non aver ponderato a sufficienza questa “scandalosa” dichiarazione di Costanzo, come lui stesso la definisce, già nel 2012 e di aver avanzato, in proposito, fin troppi dubbi sulla “legittimità anticapitalistica” del Front National e sulle reali intenzioni di Marine Le Pen, che giudicavo un po’ “figlia d’arte” (di Jean-Marie) e comunque inserita nel sistema liberaldemocratico, dal quale non può uscire nulla di buono per i popoli e le classi dominate.

A distanza di oltre due anni, la mia considerazione della formazione politica francese e della stessa Le Pen è cambiata alquanto. Anche perché mi rendo conto che la trasformazione dell’Europa e del mondo, che implicherà il superamento del neocapitalismo finanziarizzato e della globalizzazione neoliberista, potrà essere lunga e sicuramente implicherà un complicato processo di cambiamento. Si passerà, non senza scossoni improvvisi, dalla posizione di preminenza riservata all’economia finanziaria alla rivalutazione della politica e del ruolo degli stati nazionali sovrani, dalla dominazione incontrastata della classe globale finanziaria al riscatto dei popoli e delle classi dominate, dall’eurolager alla vera Europa degli stati sovrani e dei popoli. Tutte cose, fra l’altro, assolutamente compatibili con le idee della Le Pen.

Come sempre, Costanzo ha avuto ragione e ha saputo veder lontano.

 

2.  Nelle mie recenti analisi sono addivenuto a conclusioni nuove che voglio riassumere brevemente. Anzitutto, la fase “protorivoluzionaria” che stiamo vivendo, che è appena iniziata e che precede una futura fase propriamente definibile rivoluzionaria. Possiamo immaginare un periodo (quanto lungo non è dato sapere) d’interregno fra la dominazione dell’imperialismo finanziario privato, diverso, per esiti e presupposti, dai vecchi imperialismi otto-novecenteschi indagati e avversati da Lenin, e un nuovo ordine geopolitico che si accompagnerà alla trasformazione economico-sociale profonda nelle società. Noi, oggi, stiamo vivendo proprio in questo interregno, che sfocerà nel completamento di quella che ho chiamato la fase “protorivoluzionaria”. Il suffisso “proto” davanti a rivoluzionario, ci fa comprendere che già si palesano, pur confusamente, elementi caratterizzanti il nuovo ordine, visibili in una più compiuta e finale fase rivoluzionaria. Quali sono questi elementi? Nel nostro caso storico, il ritorno alla sovranità monetaria, l’abbandono del “punto di vista” finanziario come gestore assolutistico delle vicende economiche umane, la rivalutazione della socialità e dei legami classistico-comunitari, dell’identità culturale dei popoli e della giustizia sociale. Il metron greco (giusto mezzo) applicato alla necessaria ridistribuzione della ricchezza prodotta, il ristabilimento della giusta dimensione storica e culturale dei popoli, violata dalla globalizzazione neoliberista e dall’individualismo sminuente e omologante. In questa fase i più schizzinosi devono necessariamente “turarsi il naso” e accettare come veicoli positivi del cambiamento quelle forze, non importa se nate a destra o a sinistra, che mantenendo un piede dentro il sistema lo mettono in discussione con programmi alternativi, perché solo forze siffatte avranno la possibilità concreta di scardinare il sistema di potere globalista, e per noi, in Europa, di aprire le porte dell’eurolager. Ci si dovrebbe ricordare della metafora marxista e leninista dell’”Emiro dell’Afghanistan”, interpretandola alla luce della nostra realtà storica, sociale e politica. Fatte queste considerazioni, superati i dubbi iniziali e avendo ben presente la posizione assunta da Preve, oggi mi sento di scrivere Evviva il Fronte Nazionale Francese!

Ci sono altri raggruppamenti in Europa che condividono temi importanti con il FN, come il rispettabilissimo UKIP di Nigel Farage. Farage e gli indipendentisti britannici avversano la dominazione unionista e vorrebbero sottrarre il Regno Unito a questo percorso di sofferenze e ingiustizie sociali, ma l’ineliminabile fondamento liberista che li contraddistingue, molto comune nel mondo anglosassone, rende la formazione britannica per noi meno interessante del Fronte francese. Ciò non toglie che vi possono essere contatti e alleanze anche con UKIP, in nome della comune battaglia di libertà antiunionista.

Nella fase “protorivoluzionaria” che oggi è agli inizi, i popoli dominati cercano una strada da percorrere, pur fra mille difficoltà, per uscire dal percorso di morte tracciato dagli organismi soprannazionali della mondializzazione economica, dei quali fanno parte anche quelli unionisti europei, dalla bce alla commissione e al consiglio d’Europa. Un’epopea futura costellata di insidie in cui frequenti potranno essere gli errori, insidiosi i vicoli ciechi, una strada da percorrere assieme agli “Emiri”, in apparenza reazionari (per usare vecchie espressioni denigratorie) o accusati da media e sinistra di essere tali, ma nella realtà ribelli al mondialismo e alla dittatura liberal-mercatista e perciò con un contenuto che è già rivoluzionario. Sottrarsi ai dogmi dell’ortodossia liberista, alle lusinghe “riformiste” dell’economia sociale di mercato (bestialità aporetica che valeva per Monti, vale per Merkel e varrà per Juncker), contrapponendogli il dirigismo, la salvaguardia delle attività produttive nazionali, la tutela protezionistica dei prodotti locali contro le invasioni di prodotti “emergenti”, è un confortante segnale di indisciplina e financo di antagonismo anti-sistemico. Per non parlare del riappropriarsi la sovranità monetaria e respingere la disintegrazione delle identità nazionali, innescata dalla necessità neocapitalistica di “spostare” masse di poveri, da sud a nord, da oriente a occidente, per diminuire il costo del lavoro, dove è ancora alto, e meticciare a forza le società.

Per contro, la disgustosa sinistra oggi interamente “globalizzata”, unionista e liberista, e il comunismo superstite, degenerato in individualistico con accettazione del neocapitalismo e dei suoi immaginari, rappresentano i peggiori cani da guardia dell’”europrogetto” e della globalizzazione, i primi odiatori della sovranità popolare e nazionale. Così il ps francese, il pasok greco e il pd italiano. Così molti sindacati, “gialli” in relazione al potere finanziario, i cui lavoratori subiscono in pieno, senza difese, le delocalizzazioni, i rigori della crisi strutturale e il conseguente calo dei redditi e dei posti di lavoro. Tornando alla metafora dell’”Emiro dell’Afghanistan”, sono costoro e non l’Emiro che si ribella i peggiori reazionari, schierati contro i popoli e i paesi d’appartenenza, a difesa delle istanze e degli interessi delle oligarchie finanziarie.

Infine, nella fase “protorivoluzionaria” le battaglie, realisticamente, avverranno in buona misura dentro il capitalismo e non fuori, si cercherà di modificare, non di superare, i rapporti sociali e di produzione combattendo la prevalenza della classe globale finanziaria sul resto della società e quella del capitale finanziario sul capitale produttivo. Di questo occorre prendere atto, senza continuare a cullarsi in sogni di crollismo improvviso o di miracolosa fuoriuscita, che gli esiti del novecento dovrebbero avere già dissolto.

 

3.   Il risultato delle elezioni europee di maggio ha drammaticamente confermato lo stato comatoso in cui versa il paese e gran parte della sua popolazione. Declino economico irreversibile nella gabbia delle regole e dei parametri europei, occupazione totale da parte degli agenti strategici neocapitalistici, che governano attraverso direttori collaborazionisti non eletti, assenza di una chiara linea di opposizione politica, economica e sociale, passività estrema della popolazione, e addirittura consenso di una parte di questa a chi agisce politicamente contro i suoi interessi vitali. Il voto a valanga al pd e a Renzi lo conferma in pieno.

Mentre in Francia una popolazione più coriacea, non passivizzata, ancora legata ai valori nazionali e alla prospettiva d’indipendenza (se non di grandeur) nel decidere del proprio futuro, ha affossato il psf dell’euroservo Hollande  e ha dato il consenso a una formazione come il FN, le cui proposte sono chiare e vanno nella direzione della riacquisizione totale della sovranità monetaria e politica, in Italia non solo ciò non è accaduto, ma l’esito è stato diametralmente opposto. Com’è potuto accadere? Il combinato disposto di una crisi economica senza vie d’uscita e del rimbecillimento sociopolitico di larga parte della popolazione, con lo zampino mediatico e l’abilità dell’euroservo pd nell’ingannare il popolo ha ottenuto un risultato sorprendente: quello della vittima che elegge suo rappresentante il carnefice. Oppure, se vogliamo, con molta minore tragicità, ha carpito il consenso di massa per fare l’interesse dei moderni oligarchi.

C’è però un’altra motivazione, da ponderare attentamente. L’opposizione confusa, senza una chiara legittimazione ideologica alternativa, contradditoria su temi importanti come l’euro, l’eurozona, i trattati-capestro unionisti e le regole da Maastricht in poi. Eccezion fatta per la nuova Lega di Salvini, che ha assunto una posizione chiara con “Basta euro!”, l’incertezza e una certa debolezza programmatica (se non una vera e propria confusione sul versante del programma politico) hanno caratterizzato il cinque stelle. Se il duumvirato Casaleggio-Grillo avesse assunto una posizione chiara sui predetti temi, cruciali per orientare almeno una parte del consenso, forse non ci sarebbe stato bisogno di Maalox, o almeno non in quantità industriali come suggeriva lo stesso Grillo (affaire pubblicitario?). La Lega di Salvini è ancora troppo piccola, troppo screditata al centro-sud, per reggere da sola il peso del confronto con gli euroservi. Ci voleva un cinque stelle con programma alternativo chiaro, fondato senza se e senza ma sull’”euroscetticismo” e su politiche economiche antiliberiste, in grado di attrarre ovunque il consenso. Questo avrebbe sicuramente ridotto la portata della vittoria governativa, offuscando un po’ l’immagine mediatica di un Renzi vincitore, senza alternative possibili. Acqua passata, tutto sommato, perché adesso bisogna guardare al futuro.

 

4.   Per quanto scritto finora, per le osservazioni riassunte nei tre punti precedenti, io affermo – lanciando una provocazione che spero qualcuno raccoglierà – che in Italia c’è disperato e urgente bisogno di una formazione politica coesa, con un chiaro programma, simile al Front National francese. Simile ma non uguale, ovviamente. Non un replicante del partito francese, una sua mera imitazione, ma una forza di massa, e per la massa dominata, indissolubilmente legata alla realtà sociale italiana. Un forza – non generata dalla rete, dal virtuale o dall’ambizione di singole personalità – in grado di accogliere le istanze antagoniste dei lavoratori e dei ceti medi rovinati dalla crisi strutturale, dall’euro e dal neoliberismo globalista. Ci potranno essere differenze, con il FN francese, in particolare per quanto riguarda la questione dell’immigrazione, ma la direzione di marcia sarà la stessa. Non necessariamente la via per l’affrancamento del paese dalle catene unioniste e globaliste dovrà essere quella elettorale, come lo è, parrebbe obbligatoriamente, per il cinque stelle e per la Lega, e per lo stesso FN in Francia. Non necessariamente, all’opposto, si ricorrerà in modo sistematico alla militarizzazione e alla “violenza di piazza”, per portare al collasso l’impianto di sub-potere euroservo – pd-Renzi-presidenza della repubblica – che ci opprime per conto terzi. Infine, resto dell’idea, come suggerito a suo tempo dal compianto Costanzo Preve, che il programma politico, immediatamente applicabile nella realtà, si formerà sul campo, nella sabbia calda della storia procedendo lo scontro sociale, sulla base delle esigenze della popolazione. Non sarà deciso aprioristicamente a tavolino. Ciò che si può tracciare sin d’ora sono le linee generali di politica strategica, in un orizzonte di generale riacquisizione della sovranità monetaria, dell’autonomia di bilancio e della libertà di scelta in politica estera.

Il programma del Fronte francese – Notre Projet. Programme politique du Front National, link http://www.frontnational.com/pdf/Programme.pdf  – potrà costituire un utile termine di paragone, se non una fonte d’ispirazione, nonostante una certa, inevitabile retorica e le differenze fra la Francia e l’Italia. Pur essendo 106 le pagine del pdf in cui è fissato il programma i punti essenziali, sintetizzando all’estremo, sono i seguenti: uscita dall’euro con la riappropriazione della moneta e della politica monetaria, fine dell’egemonia europoide, dell’imposizione dei trattati e delle regole con il primato della legislazione nazionale su quella europea, protezione dello stato sociale, dell’istruzione e dei servizi pubblici, protezione dei prodotti e delle industrie nazionali, regolamentazione dei flussi migratori, uscita dal comando integrato della nato (Otan per i francesi) e un solido partenariato militare e energetico con la Federazione Russa. Antieuro e antiunionismo, ostilità nei confronti della nato e ricerca di un’intesa con la Russia sono chiaramente scritti nel programma del FN. L’obiettivo geopolitico rilevante, tale da modificare profondamente l’ordine mondiale, è la costituzione di un’Unione paneuropea di Stati sovrani che includa la Russia. Tutto ciò non è solo nell’interesse dei francesi, ma anche degli italiani e della maggioranza degli europei. Senza voler sconfinare nella retorica, ma restando concreti, la famiglia è l’elemento centrale e fondamentale della società. Questo è chiaramente scritto nel programma del FN, in opposizione alla spinta dissolutoria proveniente dai modelli ultra-individualistici, proposti da neoliberisti, neoliberali e sinistre euroserve, che esaltano l’isolamento del singolo e l’ambiguità sessuale (Hollande in Francia, pd, sel e trista compagnia in Italia).

La battaglia in Europa e per l’Europa si preannuncia come una battaglia complessiva di civiltà. Per vincerla sarà di vitale importanza la costituzione di una forza simile al FN anche in Italia. L’area del consenso potenziale dovrebbe essere vastissima, dagli operai supersfruttati ai ceti medi declassati e al lavoro intellettuale umiliato. Nonostante l’idiotizzazione sociopolitica di una parte significativa della popolazione, che vota in massa pd e Renzi, offrendosi come vittima sacrificale. Un’eventuale dissoluzione del movimento cinque stelle, sotto il peso delle sue contraddizioni irrisolte, l’ovvia difficoltà leghista di valicare i confini dell’Italia settentrionale espandendosi a sud, aprirebbero spazi interessanti per la nuova formazione politica, ampliandone il bacino di consensi. Se l’espressione “Fronte” non dovesse essere la più opportuna, si potrebbe ricorre alla parola “Blocco”. L’espressione “Nazionale” potrebbe essere sostituita, sempre per ragioni di opportunità, da “Popolare”. Ad esempio, Blocco Popolare di Salvezza, o Blocco Popolare di Liberazione.

 

5.   Questo scritto, di natura squisitamente politica, si chiude qui. Il mio scopo, come già chiarito, è di lanciare il classico sasso nello stagno. Una provocazione che altri potranno raccogliere costruttivamente. Nel vuoto di proposte alternative che ci circonda, in questa latitanza di un vero antagonismo, è utile e doveroso cominciare a pensare, pur fra mille difficoltà, a iniziative concrete da mettere in campo, non aprioristicamente votate al fallimento e non effimere. Non è mia intenzione analizzare a fondo il programma del FN, che pur conosco nella sua versione originale, perché, scendendo nel dettaglio, le peculiarità del sistema sociale ed economico francese prendono il sopravvento sui tratti generali, sulle grandi questioni dell’epoca condivise con il resto d’Europa. Né è mia intenzione profetare su come potrà essere una nuova aggregazione politica italiana, nata sull’esempio del Front National ma rispondente ai bisogni di libertà, sovranismo, indipendenza e giustizia sociale del popolo italiano. O chiamare a raccolta, con un’autorevolezza che non possiedo, forze resistenti e anti-unioniste che sicuramente sono scarse e purtroppo disunite. Per ora, mi basta la provocazione. Domani vedremo.

In fede

Eugenio Orso

32 pensieri su “Un Front National anche per l’Italia di Eugenio Orso

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  2. Con buona pace dell’autonomia dei comunisti, dei socialisti, degli anticapitalisti. Per questo la citazione staliniana rischia di risultare un po’….ad minchiam….

    • Per ProPossi

      Non si dovrebbe andare in cerca di cavilli e cose secondarie, per screditare a ogni costo. Si dovrebbe cogliere il senso generale e fare una critica (ma intellettualmente onesta) su quello.

      Eugenio Orso

      • A me non sembrava un cavillo la citazione dell’emiro afghano, mi sembrava l’architrave su cui regge il discorso. E mi sembra fuori luogo, per l’appunto, perché elemento essenziale di quella “parabola” è la presenza di un’organizzazione comunista che è in grado di sfruttare in senso progressista una forza oggettivamente reazionaria e ribaltare completamente i rapporti di forza. Nel caso in questione non esiste alcuna visione costruttiva in senso progressista (mi pare), non esiste alcuna forza progressista e l’intera visione del futuro (mi pare!) consiste in un salto nel buio, in un “chi vivrà vedrà”.
        E quindi, in assenza di forze progressive organizzate, l’altra “parabola” che salta in mente è quella di Marx e del discorso sul libero scambio…

        • Per ProPossi

          La metafora dell’”Emiro dell’Afghanistan” è certo importante, ma deve essere adattata ai tempi nuovi. Non siamo nell’ottocento, non c’è più l’imperialismo indagato e combattuto dal grande Lenin, non c’è una figura “reazionaria”, “oscurantista”, come, ad esempio, Sher Alì Khan, che resiste fino alla morte (1879) all’impero britannico egemone e alle lusinghe dello zar.
          Altrettanto importante è riconoscere che siamo in una fase protorivoluzionaria e cogliere le differenza fra la fase rivoluzionaria vera e propria e questa fase. L’equivalente del partito dei rivoluzionari di professione, cioè dei bolscevichi (tanto per intenderci) non è ancora apparso. La fase protorivoluzionaria è e sarà ovviamente confusa, ma rimetterà gradatamente in moto la storia e il conflitto sociale, consentendo la riaggregazione di forze autenticamente rivoluzionarie. Spezzando le catene globaliste e europidi, tornando alla dimensione nazionale, alla sovranità monetaria, politica e in termini di politica estera, sarà più facile riattivare un sano conflitto verticale, alto-basso, e immaginare un futuro diverso (programmi politici alternativi, visioni antagoniste) all’interno delle società “liberate”.
          Ricordiamoci che la storia non si ripete negli esatti termini del passato, come Paganini non concede il bis. Non potrà più essere ciò che è stato ai tempi di Lenin e dell’Ottobre Rosso.

          Comunque, le tue critiche – soprattutto l’ultima, che è sensata – mi sono utili. Credo che riprenderò, nel prossimo futuro, il discorso delle due fasi, protorivoluzionaria e rivoluzionaria, con nuove analisi più puntuali. La risposta a certi dubbi che possono sorgere non può che essere esaustiva e articolata.

          Cari saluti

          Eugenio Orso

  3. Proprio ieri parlavano di questo new deal della storia, tuttavia riprosto in modo ammirevole da Te.
    I miei complimenti e ti chiedo l’autorizzazione a diffonderlo ed a commentarlo.

    Renato Cito

  4. Potrei sottoscrivere ogni parola, ogni singola virgola e punto di questo articolo. Non puoi comprendere quanto mi faccia piacere sapere di non essere il solo a pensarla così. Sono pure stato censurato su un sito di sinistra per aver espresso queste stesse , identiche opinioni. Le vie della storia sono a volte strane e misteriose e prendono percorsi inaspettati. Sul FN qualche dubbio, come partito , ce l’ho ancora , ma la Le Pen , che seguo da più di un anno , a me pare sincera e , fino a prova contraria , rappresenta l’unica speranza vera e concreta di cambiamento.
    GioC

    • Per GioC

      Ti ringrazio. La quasi identità di vedute (Costanzo Preve mi ha insegnato che non può mai essere totale) è confortante. Anche a me Marine Le Pen pare sincera, nonostante gli iniziali dubbi, che peraltro ho ammesso nel saggio.
      Non sottovalutiamo, però, l’azione di un politico coriaceo come Nigel Farage.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

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  8. Grandissimo pezzo! E’la prima volta che leggo un tuo articolo ma ritrovo nelle tue parole il mio pensiero. La mia rabbia per il nostro Popolo così asservito e annichilito!

    • Grazie, Franco65.
      L’Italia avrebbe bisogno di una scossa, di una nuova formazione politica antiue, anti-atlantica e antiliberista che funga da aggregatore di massa. Prioritaria la distruizione del pd (con qualsiasi mezzo…) perchè è lì che si concentrano gli euroservi e i collaborazionisti. Il pd è il perno del sub-sistema di potere politico che ci rende schiavi della triade del male usa-nato-unione europoide.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

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  10. Ho gia’ commentato su “comedonchisciotte” per colpletezza, faccio un copia e incolla.Info Utente | Invia un Messaggio)
    La Le Pen, a mio modesto avviso – ha uno spessore politico e culturale di tutto rispetto, ha una sua presenza fisica gradevole e accattivante ed incarna quello che il francese medio vuole e non vuole.
    Purtroppo credo il nostro DNA sia irrimediabilmente danneggiato da secoli di occupazioni, mai stati una nazione, mentre la Francia era una nazione da parecchi secoli, non riuscira’mai a produrre personaggi simili. Ve lo immaginate un De GAULLE (che sfanculva gli americani) italiano ? Siamo solo leccaculo, i giornalisti in primis, anche loro casta, con la loro mutua, mica vanno alla ASL, quando stanno male. Schifosi, maledetti.
    Ci dobbiamo accontentare di boldrini, grillo, luxuria e quello del SEL, che manco mi ricordo come si chama, si ! Vendola, il sinistrorso con l’orecchino, che si faceva gran risate al telefono con il rappresentante dei Riva…
    Siamo fottuti

    • Per lanzo

      Molto meglio e molto più chiaro il commento su CDC dell’altro, credimi.
      Anch’io credo che la situazione (e la lucidà) del popolo francese sia (molto?) migliore di quella del popolo italiano. Altrimenti i francesi avrebbero dato un consenso a valanga allo screditatissimo Hollande, oppure ci sarebbe ancora Sarkozy (il giullare della Merkel). Tuttavia credo che da noi, quando la situazione si farà ancora più difficile sul piano sociale, compariranno gruppi minoritari ma agguerriti, capaci, alla fine, di trascinare la parte “meno compromessa” e idotizzata della massa. Molta importanza attribuisco agli eventi esterni, almeno su scala europea, come ad esempio a una netta vittoria del FN nelle presidenziali francesi, eventi che sicuramente influiranno (in modo determinante?) sulla situazione italiana. Ma una forza simile al FN, per quanto piccola, sarebbe comunque necessaria anche in Italia, per cogliere lo occasioni storiche e preparare la riscossa.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

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  12. Gentile Eugenio,
    la Le Pen piace anche a me. Ed anche la lettura di Preve, benché disperatamente laico, mi è cara. Il tuo articolo – come al solito – si presenta assai bene, tuttavia la “concreta speranza di riscatto per l’Italia” chi scrive l’ha persa da molto tempo. Mi auguro che tu possa smentirmi.
    In dettaglio, se si è d’accordo nell’ammettere che tutte le rivoluzioni degli ultimi secoli sono state organizzate da chi adesso è al potere, si sarà d’accordo anche sull’impossibilità odierna di una rivoluzione genuinamente popolare. Rivoluzione, quest’ultima, resa addirittura impensabile, oltre che impossibile, da una serie di fattori concomitanti (tutti promossi da chi adesso è al potere, ovvero dai loro progenitori, se non da qualcuno un po’ più longevo di questi e di quelli) quali, ad esempio, l’irreligiosità, la tecnologia, l’individualismo ed il conseguente scadimento della creatura umana. Circa l’irreligiosità, ci si può chiedere quali garanzie offra un Masaniello – e, con lui, l’élite rivoluzionaria dei “lazzari”, ovvero la futura classe dirigente – che non crede in una vita successiva a questa (e condizionata da questa), che non vede in questo mondo il riflesso particolare di una gerarchia cosmica ordinata verso l’Uno (cioè uni-versale) e che, conseguentemente, non crede nella fratellanza di ogni essere umano, figlio di un solo Padre. Sembra superfluo – ma lo faccio – aggiungere che, proprio come tra fratelli, anche in questa prospettiva ci si possa schiaffeggiare spesso e volentieri.
    Sulla tecnologia, unico scopo del cosiddetto «progresso», è evidente il suo impiego precipuo a fini bellici. Una rivoluzione che opponga bastoni a spade, sia pure con briscola a denari, era ancora ipotizzabile, qualche secolo fa, ma oggi Masaniello non è in grado di resistere né a Bruxelles, né a fortiori a Washington, né a Napoli.
    Per quanto riguarda l’individualismo, accuratamente fomentato dalle “rivoluzioni” – che hanno svuotato di senso il termine stesso – sette, otto e novecentesche e dalle relative “liberazioni”, ci si pensa mai che un fenomeno come la Resistenza non si sarebbe verificato, in assenza della copertura e della protezione di una struttura familiare e – soprattutto – interfamiliare alle spalle?
    Infine, per restare in ambito partenopeo, se un Napolitano ritrovasse un po’ di dignità siamo sicuri che non farebbe la fine di Milosevic, Saddam, Gheddafi o – nel migliore dei casi – Yanukovic? Migliore dei casi, per lui. Noi finiremmo come gli ucraini.
    Grazie per l’attenzione.
    Renato

    • Per Renato

      Non so se ti smentirò … Quello che so è che eventi esterni di grande portata – naturalmente positivi – potranno avere influenza anche in Italia e rimettere in moto la storia anche per noi. Per tale motivo, è bene non lasciarsi cogliere impreparati e avere a disposizione una struttura efficiente e bene organizzata simile (ma ovviamente non uguale) al FN. Esattamente ciò che oggi manca. Non importa se piccola, con pochi quadri e un limitato consenso (non necessariamente sul piano elettorale!), purchè ci sia, pronta a cogliere le possibili occasioni che la storia ci offrirà.

      L’esperienza ci insegna che le rivoluzioni le fanno gruppi “d’élite” e non le masse, che vengono dopo in qualità, appunto, di “massa di manovra”. Questi gruppi possono nascere anche all’interno del sistema di potere vigente, o ai suoi margini. Purtroppo oggi in Italia sembra che non ci siano, o se ci sono, non si sono ancora palesati. Diversa la situazione in Francia e Regno Unito, nonché in Ungheria.

      E’ impossibile che “la cortigina di tutti” Napolitano (1941 giovane fascista dei GUF, 1956 giovane dirigente comunista staliniano, anni ottanta “migliorista” filo-amercano, oggi euroservo e atlantista “istituzionale”) ritrovi un po’ digninità. Napolitano, in quanto, appunto, “cortigina di tutti” e trasformista vergognoso non l’ha mai avuta. Non sarà, quindi, una svolta clamorosa di Napolitano (appunto perchè impossibile) che ci farà finire come gli ucraini …

      Cari saluti

      Eugenio Orso

      • Illustre Derosse,
        La cortigina deve concupire e non ha nessun compito di trasmettere verità anche se il Popolo non ha nessun sincero istinto… Contenti noi.
        Mestamente, auguro a tutti una giornata ricca di soddisfazioni
        @Gentediliguria

  13. Eugenio dalle analisi impeccabili con tocchi nostalgici degni di un paesaggio Turneriano. Interessante notare come i leader del cambiamento europeo hanno un’età media compresa tra i 45 e i 65 anni (includendo Grillo, escludendo lo schiavetto del PotereDue/Tre fiorentino). Il citato Lenin, all’epoca dell’organizzazione del bolscevismo che lo avrebbe drizzato sulla schiena del pachiderma russo, poco meno di 30anni; lo stesso dicasi per altri personaggi rivoluzionari da te citati più volte. (e non prendiamo in considerazione qualsivoglia scuola di pensiero politico/sociologico/economico/filosofico/psicologico/scientifico/artistico tra gli anni ’20 e ’60 del secolo breve) Ciò che manca, e tu converrai su questo aspetto, è una classe di giovani, giovanissimi che maturino la consapevolezza di una Rivoluzione, che dovrebbe teoricamente prendere le mosse dai circoli dei lavoratori e nei Think Thank universitari e non certo nelle hall dei centri commerciali. La questione pedagogica o anti-pedagogica, se si prende ad esempio l’autogestione cara ai sessantottini, scomparsa in tempi recenti e recentissimi, è di cruciale importanza. Il Debord già riconosceva nel potere mediale (inteso mediatico in tutte le sue forme della costruzione del consenso), lo sfruttamento a suo vantaggio dell’analfabetismo, poi definito sornionamente Illetteratismo. L’imbecillità e l’ignoranza, nel frattempo si sono incarnate nei parlamenti intra e extranazionali, e il neolinguaggio non presenta un lessico rivoluzionario e nemmeno è in grado di promuoverlo. Ogni periodo storico e ogni moto rivoluzionario hanno il loro idioma preferenziale, architettato genialmente dai leader per pilotare le masse afferenti. Quale sarebbe il valore simbolico, il simulacro significato/significante, e Baudrillard ne sapeva qualcosa, che dovrebbe smuovere cervelli e gambe nell’imminente futuro? Chi sta inventando il nuovo parlare, la nuova rottura/frattura dei vecchi simboli, del brand produttore/consumatore? Le rivendicazioni del FN, UKIP, m5s, non sono certo quelle del forgiare un Uomo Nuovo di gramsciana memoria, restano incagliate in un progetto a breve termine che ridistribuisca ricchezza e benessere sociale plasmato sul qualunquismo del ‘voglio ciò che mi è utile ora’ (80 euro, sic! ignobili Esaù si nutrono di lenticchie). punto. Si è ancora, sbaglio?, nel valore/disvalore merce, scambio e potere d’acquisto delle forze sociali che non riescono neppure a sindacalizzarsi, che non conosco nemmeno i cicli produttivi e quanto realmente un prodotto costa alla fonte(il più grande segreto della “democrazia”) o meglio, da tempo rifiutano le contrattazioni collettive per un’individualizzazione economica che rende problematico un rinsaldamento di tutte quelle dismorfie sociali che agiscono per conto proprio, non considerando l’eventualità di un’internazionale di sfruttati.(a tal proposito mi viene in mente la tacitata protesta da parte dei nostri media, dei gruppi marxisti JAFIP nel Gujarat, modello da seguire di azione e organizzazione sociopolitica dal basso, contro il neoliberismo ) Evito di fare della citatologia, come il buon Costanzo la definiva, ma è certo che, sul tema della lotta, se non di classe (termine fuorimoda) c’è molto di cui discorrere, proprio perchè il chiacchierare tra noi è il modo più indiretto di affrontare il vero problema , il cardine su cui ruota qualsiasi rivoluzione: la perdita di una grossa porzione di individualismo/spettacolarizzato in favore di un NOI attualmente asfissiato, moribondo, se non defunto, nel nichilismo panamericano, nella monodimensionalità marcusiana, nell’essere e il nulla sartriano, nel buddhismo fai da te, nel pilates dell’ombelico, nel nicciano super/oltre/alteruomo non così dissimile da un Balottelli sottorete, divenuto ormai materia di apprendimento fin dai primissimi anni di scuola dell’obbligo. I nostri giovani italiani ritengono che sia più facile cambiare le loro condizioni vincendo un talent show, esempio calzante di superindividualismo competitivo anti-rivoluzionario, piuttosto che impegnarsi e aggregarsi in “vere” forme politiche di protesta e cambiamento e non di simulato conservatorismo piccolo-borghese munito di i-pad e multiconnettività dal jackpot facile (responsabilità da addossare in maniera speciale alle generazioni precedenti che hanno offerto loro questo villaggio globale dell’ingiustizia sociale).Oppure si danno alla fuga all’estero, in un estero ormai divenuto, nell’immaginario giovanile, una sorta di Shangri-La del ‘tutto è possibile fuori di qui e ben pagato’ alla faccia del patriottismo, molto “Si salvi chi può!” urlato dai ponti del TitanicItalia. In più, penso che le enormi “retribuzioni salariali” ai politici e alle classi dirigenti che dovrebbero guidare i popoli oppressi, sia un deterrente al cambiamento di paradigma che dovrebbe essere inversamente proporzionale all’interesse SINCERO/DISINTERESSATO nella “liberazione” (penso a Pepe Mujica), altrimenti non si esce dall’errore burocratico che ha trasformato grandi partiti eversivi e ristabilizzatori di giustizia e ridistributori di diritti, in nomenklature, nazi-bureaux, magazzini di accumulazione di beni, fucine di terrore, nascondiglio per psicolabili carnefici, fabbriche di deportazione e omicidi di massa (bolscevismo incluso). Sempre stimolante leggerti. Grazie.

    • Per unione-ac

      Una domanda: se nascesse in Italia una formazione politica simile al Front National (che è chiaramente sovranista) voi dell’ARS aderireste?

    • Anche a gengiss una domanda: voi sovranisti dell’ARS aderireste a una formazione politica italiana simile (ma ovviamente non uguale) al FN?
      Ciò che servirebbe – non per “fare la Rivoluzione”, cosa in questo momento impossibile in Italia – ma per tenersi pronti a cogliere future occasioni storiche è proprio una forza organizzata sul modello di quella francese, che sappia coagulare il consenso di operai, ceti medi declassati e lavoro intellettuale svalutato (immigrati compresi).

      Cari saluti

      Eugenio Orso

      P.S.: ho provato a commentare, tempo fa, proprio su sollevazione (se non mi sbaglio), ma non mi hanno fatto passare il commento. Forse non sono gradito in quegli ambienti …

  14. Questo blog potrebbe diventare una piattaforma di resistenza da tradursi poi in termini pratici. Io, signor Orso sarei con voi.

    • Ringrazio Marco

      Questo blog è piccolo e non troppo noto.
      Vero è che altri siti, con maggiori contatti e maggior respiro, riprendono i miei post, sempre e correttamente rimandando a Pauperclass. Non credo, però, che basti. Il blog di Grillo, caso “storico” e paradigmatico di aggregatore politico virtuale, ha goduto della “regia” della Casaleggio Associati, con lo stesso Grillo che era già noto al pubblico.
      Una possibilità concreta è che gruppi di “dissidenti” interni o semi-interni al sistema decidano di rischiare, di saltare dall’altra parte del fossato e di costituire un raggruppamento politico di vera opposizione, che possa fungere da aggregatore anti-ue, anti-nato e anti-usa. Possibilità che, però, oggi in Italia è molto piccola, se non proprio inesistente.

      Cari saluti

      Eugenio Orso

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