Precisazioni in merito alla Dittatura centralista rivoluzionaria di Eugenio Orso

Si rendono necessarie alcune precisazioni e specificazioni in merito al post Dittatura centralista rivoluzionaria–Lineamenti di una futura lotta di liberazione, perché l’argomento ha suscitato qualche interesse e alcuni lettori hanno sollevato obiezioni in merito. Uno di loro, in particolare, in un commento comparso su Comunismo e Comunità ha scritto quanto segue:

“Pur condividendo l’analisi sull’attuale sistema capitalistico, sono in radicale disaccordo con le risposte politiche e programmatiche contenute nell’articolo che a mio parere ripropongono modelli politici già percorsi con risultati disastrosi. Il concetto di non ben definita “dittatura centralista rivoluzionaria” mi sfugge assai e lo trovo abbastanza inquietante, al di là della distanza che posso nutrire nei confronti di una “democrazia liberale” ormai svuotata di ogni sia pur teorica rappresentanza ed effettiva funzione che non sia quella di legittimare l’ordine sociale esistente. Purtuttavia fare riferimento ad una ipotetica “dittatura centralista rivoluzionaria” come se nulla fosse avvenuto nella storia, mi pare quanto meno molto debole dal punto di vista sia analitico che politico. Sarebbe molto più utile limitarsi ad una critica radiale dello stato di cose presente senza avventurarsi in soluzioni politiche che, come dicevo, ricalcano modelli obsoleti e fallimentari (da un punto di vista democratico, socialista e comunista). Assai ambiguo è anche il passaggio in cui si sottolinea come l’ideologia neolibereale e neoliberista dominante abbia accomunato nel processo di demonizzazione integrale sia il nazismo e il fascismo che il comunismo. A mio parere non ci può essere nessun tipo di ambiguità in tal senso. Il comunismo sovietico è stata un’ esperienza fallimentare e anche tragica e terribile, ma una sua rivisitazione in sede storica e anche politica non può in nessun modo accostare o accomunare quell’esperienza con il nazionalsocialismo e il fascismo, dei quali a mio parere da salvare c’è ben poco se non nulla. In estrema sintesi, consapevole del fatto che il tema meriterebbe ben altro tempo e spazio, mi sembra che la strada suggerita da Eugenio Orso sia strutturalmente sbagliata. Non ho soluzioni alternative (e mi rendo conto della debolezza di questa mia posizione) se non quella della prassi, cioè della critica all’esistente.”

Altri hanno avanzato obiezioni simili, in altre sedi, talora convergendo nelle conclusioni con l’autore del commento.

Pur avendo risposto al lettore critico in forma di commento nel sito del laboratorio Comunismo e Comunità, è bene, anzi, è necessario rispondere in modo più articolato, a lui e a tutti gli altri, con questo post, che vuole essere un “supplemento” chiarificatore del precedente sulla Dittatura. E’ opportuno, in particolare, delineare meglio alcune caratteristiche che potrà avere, in futuro, la Dittatura centralista rivoluzionaria, quando e se (sottolineando il se) si arriverà alla liberazione definitiva dalle catene neocapitalistiche, e per tutti noi, in Europa, euronaziste.

Il filosofo Costanzo Preve ha ben chiarito la questione della demonizzazione (neo)capitalistica della dittatura, che lui considerava una normale forma di governo – temporanea, di transizione – praticabile e addirittura necessaria in momenti difficili, per affrontare pericoli esterni e interni fin dai tempi della Roma repubblicana. La questione è stata riproposta nel post, avendo sempre presente l’insegnamento di Costanzo. Questo per quanto riguarda la demonizzazione liberal-liberista della dittatura e non altro, bene inteso.

La dittatura è una forma di governo alternativa a quella prediletta di supporto al capitalismo “concorrenziale” – leggi libero mercato sovrano in espansione massima – cioè alla democrazia liberale fondata sull’istituto della rappresentanza e sul suffragio universale, che supporta sul piano politico la riproduzione (neo)capitalistica allargata. La demonizzazione della forma di governo dittatoriale è avvenuta nel quadro di una complessiva riscrittura della storia operata dai vincitori del secondo conflitto mondiale, dopo la caduta, nel 1945, del fascismo e del nazionalsocialismo. Riscrittura della storia che è stata ripresa, estremizzata ed estesa definitivamente al comunismo sovietico, con il collasso dell’Urss e il passaggio al nuovo capitalismo finanziarizzato del terzo millennio, negli anni novanta. Non si vuole lasciare spazio alcuno – sacrificando la verità storica – ad alternative politiche e di governo che contrastano con gli interessi della classe dominante globale e che possono limitare in qualche modo l’assolutismo di mercato, concretatosi con la supremazia del mercato nei confronti della politica, della finanza nei confronti della produzione, degli interessi privati dominanti nei confronti di quelli dei popoli e delle nazioni.

Ciò premesso, è importante comprendere che quando e se ci sarà la liberazione definitiva (sottolineiamo ancora una volta il se), si porrà il problema di governare paesi ridotti in pezzi, società divise e prostrate, che rischieranno di scivolare nel caos. Per evitare il ritorno al potere degli stragisti sociali ed effettivi liberal-liberisti, agenti patogeni neocapitalistici difficili da sopprimere completamente – e per evitare che il caos prevalga, imponendo una sorta di “stato di natura” in cui tutti saranno contro tutti – si renderà necessario attivare un potere forte, centralizzato, di matrice dittatoriale. La dittatura può essere vista in positivo, ma è la propaganda sistemica, attraverso la sua criminalizzazione e demonizzazione, che la fa vedere sempre e soltanto in chiave negativa, addirittura demoniaca.

E’ chiaro che il lettore che commenta criticamente – la cui totale buona fede non è in discussione – come tanti ha subito in modo strisciante questa insidiosa influenza. Ben pochi hanno potuto sottrarsi e anche quei pochi, per la verità, non sono del tutto immuni da contaminazioni. Si tratta di superare, pur con grandi difficoltà, ma tornando una volta e per tutte alla verità storica, quello che è un vero e proprio “tabù sistemico”, un forte interdetto che non permette di immaginare alternative praticabili all’assolutismo liberaldemocratico.

Altro punto da chiarire subito, senza alcuna ambiguità, è che qui non s’intende “fare di ogni erba un fascio”.  Fascismo, nazionalsocialismo e comunismo sovietico, quali forme concretamente assunte dalla dittatura nel novecento, non possono stare sullo stesso piano, presentando notevoli diversità e finalità contrapposte. Per quanto riguarda l’accomunare propagandistico il comunismo, il fascismo, il nazismo, è stato Costanzo Preve prima di tutti noi a rilevarlo in modo chiaro, perché così è oggettivamente e i pubblicisti del sistema, nel corso degli ultimi due decenni, l’hanno ampiamente dimostrato. Ciò non implica nel modo più assoluto, da parte nostra – e tanto meno da parte di un libero allievo di Marx e di Hegel come Costanzo Preve! – un giudizio di valore che accomuni comunismo, fascismo e nazismo, ponendoli indiscriminatamente sullo stesso piano.

Si sarebbe dovuto scrivere molto di più sulle caratteristiche di una possibile, futura Dittatura centralista rivoluzionaria, nel post dedicato all’argomento, per far comprendere che non sarà e non potrà essere – la storia non concede repliche! – una mera riproposizione della cosiddetta dittatura del proletariato novecentesca realmente esistita.

Cerchiamo di colmare la lacuna.

Un sistema basato (1) sui Consigli, espressione diretta della base popolare, (2) sui Comitati, sintesi intermedia della volontà dei consigli, e (3) su una Direzione Strategica in grado di esprimere il governo centrale, non sarebbe la stessa cosa del sistema dei Soviet con annesso partito dei rivoluzionari ai tempi di Lenin e dell’Ottobre Rosso. Anche perché stabilizzandosi questa (nuova) forma di governo non sarebbe più necessario il partito! Nessun partito-stato e nessuna “infallibilità” del partito. Senza il partito verrebbe meno il pericolo – sempre incombente – che uno strato di popolazione, organizzandosi nel tempo in modo strutturato e autoreferenziale intorno a propri interessi, possa esser tentato di costituire un nuovo gruppo di potere slegato dal resto della società (o classe dominate neocostituita, su un piano sociologico), forte del controllo esercitato sulle istituzioni rinnovate, sulle risorse e sulla mediazione sociopolitica. Con riferimento a questo pericolo, che si dovrà evitare a qualsiasi costo, il caso cinese di questi ultimi decenni potrebbe essere illuminante. Dalla seconda metà degli anni settanta è partita la trasformazione della Cina, sulla via del capitalismo e della rinuncia al maoismo, alla specifica forma di comunismo orientale, alla rivoluzione culturale. Non rinunciando, però, alle strutture di potere del partito comunista, intorno e dentro le quali è cresciuta una nuova classe dominante con pulsioni globaliste e mercatiste. I neomiliardari cinesi, abbastanza simili nei comportamenti ai loro omologhi occidentali, sono nati così. Una nuova classe che attraverso il partito comunista, mantenuto in vita esclusivamente come centro supremo di potere e di controllo della popolazione, del suolo, delle risorse, ha agito per anni in “joint-venture” con il grande capitale finanziario occidentale e con la global class. Ha agito secondo i suoi interessi di classe neodominante (global class emergente orientale), imponendo bassi costi del lavoro e condizioni sfavorevolissime per i lavoratori, produzioni crescenti per l’esportazione e aspirando ad avere un suo “posto al sole” in un mondo neocapitalsitico, dominato dal commercio e dalla finanza internazionalizzati. Siccome “l’appetito vien mangiando”, la loro (non troppo) recondita aspirazione è ora quella di scalzare dal podio gli Usa e di cinesizzare progressivamente il mondo. Obiettivi che hanno ben poco a che vedere con una vera emancipazione del popolo cinese (costituito da 1,4 miliardi di individui!).

I Consigli saranno la base popolare del nuovo sistema di potere e il fondamento della nuova forma di governo, andando oltre la liberaldemocrazia e non cercando di replicare nelle forme e nei metodi le dittature europee novecentesche. Ricordiamo che Costanzo Preve giudicava una delle poche cose buone il cosiddetto Comunismo dei Consigli. Ricordiamo i consigli di fabbrica operai del passato e la loro funzione effettiva, nella “sabbia calda” della produzione industriale, di contrasto al capitalismo e alle sue dinamiche. Ebbene, nel lungo cammino del popolo che dovrebbe portarlo al potere, lungo quanto la storia umana, i Consigli potranno costituire una tappa di fondamentale importanza, in quanto è proprio su questi che dovrà basarsi tutto l’impianto di quella che abbiamo deciso di chiamare Dittatura centralista rivoluzionaria (ma che si potrà chiamare in modo diverso, con altre espressioni meno esplicite).

Sgomberiamo ora il campo da un equivoco. Quello della democrazia diretta in forme che possiamo definire “iperdemocratiche”, non basate sulla rappresentanza parlamentare, resuscitando la democrazia della Polis, o quella che si crede sia stata l’antica democrazia degli Elleni. Facendo riferimento all’Italia, che ha circa sessanta milioni di abitanti, la democrazia diretta dell’Agorà, del tutti in piazza ciascuno sotto il proprio campanile, votando con il braccio alzato, non è applicabile e poco ci vuole per comprenderlo. Ogni comunità, pur minuscola, deciderebbe per sé, all’interno del suo limitato orizzonte, indipendentemente dalle altre e anche in aperta contraddizione con le altre. Inoltre, come si potrebbe fare per “radunare il popolo” che decide a maggioranza, a Milano, a Roma o a Napoli? Immaginiamo il caos che si produrrebbe nel paese e il conseguente blocco decisionale in termini politico-strategici. Chi pensa che questa sia un’alternativa valida all’assolutismo liberaldemocratico o è un ingenuo sognatore o è in aperta malafede. Con la precisazione che ciò non implica per nulla un giudizio negativo sulla comunità, sui suoi valori e sul comunitarismo, ma soltanto la considerazione della necessità che milioni di uomini, desiderosi di riprendere in mano le loro vite e il loro destino, dovranno essere messi in condizioni di potersi governare veramente.

Persino la consultazione referendaria, residuo di democrazia diretta in liberaldemocrazia rappresentativa, come abbiamo avuto modo di osservare in passato si può facilmente vanificare, rendendola concretamente inoperante. Pensiamo al caso del finanziamento pubblico dei partiti, abrogato in seguito a un referendum valido, con ampia partecipazione, e subito dopo reintrodotto in forma di rimborsi elettorali che continuano ancor oggi. Per non dire della democrazia diretta reinterpretata nell’epoca della rete, che dovrebbe definire i lineamenti di un programma politico attraverso consultazioni di natura elettronica, alle quali si partecipa solo se si è connessi e iscritti al sito/ movimento entro una tal data! Evidente che chi controlla il software controlla il voto, potendo manipolare le basi dati e gli esiti, e quindi detiene il potere effettivo.

I Consigli, articolati razionalmente sul territorio, organizzati come una rete di “corpi elettorali” non limitati alla fabbrica, ma estesi alla società tutta ampliando lo spettro della partecipazione, consentiranno alla volontà popolare di confluire con centinaia, migliaia di rivoli verso il centro, orientando le scelte politiche in modo ordinato e razionale. Non è questa l’unica, vera possibilità di “democrazia diretta” concretamente praticabile e sensatamente ipotizzabile? Se di dittatura si tratterà, sarà la dittatura emancipante della Pauper class neocapitalistica che abbraccerà, per ampiezza, l’intero popolo. Infatti, la strutturazione di classe sta cambiando e cambierà ancor di più nei prossimi anni. Operai malpagati o cassaintegrati, lavoratori giovani e meno giovani precarizzati, ceti medi espressi (e anche non espressi) dal lavoro intellettuale rovinati dalla crisi neocapitalistica, anziani in quiescenza con pensioni da fame, rappresentano un obiettivo di portata storica raggiunto dal nemico principale, cioè quello di essere riuscito a modificare, a proprio esclusivo vantaggio, la struttura di classe. Queste componenti, largamente prevalenti in Italia, saranno (ma non lo so già?) la classe povera del futuro. Non essendoci più il vecchio proletariato industriale, in cui i marxisti riposero buona parte delle loro speranze trasformative, non ci potrà essere una riproposizione della dittatura del proletariato!

I Comitati rappresenteranno la sintesi, a un livello più alto – che in Italia potrà essere quello regionale – della volizione dei Consigli    ed esprimeranno i quadri intermedi, mentre si renderà necessaria una sintesi finale nella Direzione Strategica, dalla quale emergeranno le personalità più degne di guidare il popolo e il paese. La Direzione Strategica assicurerà il governo del paese e la necessaria centralizzazione per far funzionare la macchina dello stato. Infatti, Consigli, Comitati e Direzione Strategica saranno lo stato, senza che si renda necessaria la mediazione dei partiti. Uno stato non imperialista, non capitalista-borghese, come quelli del passato, e soprattutto non assolutista liberaldemocratico, privo di sovranità effettiva come l’attuale perché dominato dalle ragioni del mercato e delle eurocrazie. Uno stato in cui saranno i Consigli, sintetizzati nei Comitati e nella Direzione Strategica – interamente nelle mani della Pauper class – a decidere lo stato d’eccezione (Schmitt) e a fare la costituzione materiale (Mortara). Il contesto ideale per lo sviluppo di un lavoratore collettivo, cooperativo e associato postmarxiano come lo intendeva il filosofo Costanzo Preve.

Si chiude qui questa tornata di precisazioni, nella certezza che l’argomento richiederà ancora interventi articolati e discussioni più approfondite.

Eugenio Orso

(Scritto il 21 dicembre 2013)

4 pensieri su “Precisazioni in merito alla Dittatura centralista rivoluzionaria di Eugenio Orso

    • Per unione-ac

      Le precisazioni sono relative a un post, pubblicato di recente, che riguarda la Dittatura centralista rivoluzionaria (Lineamenti di una futura lotta di liberazione), come risposta a perplessità sollevate e obiezioni fatte da chi l’ha letto.
      Consiglio, se vi è qualche interesse in merito, di leggere il primo post, pubblicato nel sito questo mese.

      Saluti

      Eugenio Orso

        • Per unione-ac

          No, di certo! Non stanno e non staranno a guardare! Si stanno preparando da qualche anno. Pensa alla Eurogendfor (Trattato di Velsen ratificato) e al suo futuro ruolo nella repressione. Pensa al fatto che un’intera brigata meccanizzata – la granatieri di Sardegna – è assegnata alla difesa dei palazzi a Roma. Pensa alle “cariche di alleggerimento” di polizia e carabinieri contro manifestanti o scioperanti disarmati che non attaccano. Pensa alla possibilità di impiegare in tempi brevi reparti dell’esercito per la protezione di “obiettivi sensibili”. Pensa alla preventiva criminalizzazione di No-Tav, Forconi e altri. Eccetera, eccetera. Sono già all’opera.

          Saluti

          Eugenio Orso

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