Povertà, rinuncia e morigeratezza: la nuova propaganda di Eugenio Orso

La povertà, cavallo di battaglia del cristianesimo che ha creato a suo uso e consumo la figura sacralizzata del povero, diventa una questione di fondo, drammaticamente concreta e di massa con il neocapitalismo, che produce abissali squilibri in termini di ricchezza anche all’interno dei cosiddetti paesi sviluppati, che nei decenni precedenti erano riusciti, stante il compresso fra stato e mercato, a ridurre l’area dell’indigenza. In Italia (ma non solo), una chiesa ricca, tutta concentrata sul palazzo, una nave di Pietro con l’equipaggio che trepida non per l’apostolato, le missioni, le conversioni di miscredenti e secolarizzati, ma per lo ior e le questioni finanziarie, oppure per l’esenzione dal pagamento dell’imu, non ha sicuramento offerto una bella immagine di sé. Sempre in Italia (ma non solo), un “ceto politico” autoreferenziale, attento esclusivamente ai suoi guadagni, ai suoi privilegi e ai suoi comfort, sgravato dei grandi compiti della politica, perché le politiche strategiche per il paese le decidono i manovratori euroglobalisti, sembra una provocazione per milioni di poveri vecchi e nuovi, destinati a diventare maggioranza nella penisola al ritmo di alcune centinaia in più ogni santo giorno.

Se questa è la situazione, non è difficile spiegare l’elezione di papa Francesco, che guarda ai poveri e rinuncia alla papamobile, nonché gli annunci di Grasso e Boldrini, neoeletti ai vertici del senato e della camera, che si tagliano francescanamente compensi e benefit. Ovviamente la mia spiegazione è ben diversa da ciò che raccontano in proposito giornali e televisioni, perché l’attenzione (ipocrita e strumentale) per la povertà, la rinuncia e la morigeratezza dei costumi che emergono improvvisamente, in Vaticano come nella politica liberaldemocratica italiana, hanno una funzione meramente propagandistica, di sviamento delle masse, e non testimoniano una correzione di rotta rispetto al passato, sia per quanto riguarda la chiesa di Roma sia per quanto riguarda la politica nostrana. Per quanto la questione politica italiana non può essere sovrapposta a quella della chiesa cattolica, c’è una tendenza, curiosamente comune, a mascherare una dura realtà che potrebbe sfasciare la nave di Pietro e quella della politica spingendole contro gli scogli. Ancor meglio, c’è una tendenza a sostituire questa realtà con una sorta di realtà parallela fatta di segnali esteriori, di annunci enfatizzati dai media e di dichiarazioni a effetto, in cui si simula il cambiamento senza dover agire sulla sostanza delle cose.

Attenzione per la povertà dilagante, almeno a parole, rinuncia e morigeratezza ostentate sono perciò i nuovi “must” della propaganda, con la chiesa che sembra riuscirci meglio degli apparati politici subdominanti italiani. Il problema più urgente, per l’intero paese, è la politica liberaldemocratica, ma sulla chiesa cattolica qualche parola va spesa, perché si tratta di uno stato sovrano che ha i suoi vertici in Italia e se seguisse veramente il messaggio dei vangeli e l’insegnamento di Cristo, potrebbe essere un antagonista della catena di comando e di potere neocapitalistico – un’alternativa “ideologica” e un potere indipendente critico nei confronti del sistema. Appare evidente che la sua influenza sui popoli e sui governi sia da tempo in declino e perciò all’interno del sistema di potere vigente gli è assegnato, oggi, un ruolo minore, con compiti di supporto. Come ha magistralmente intuito il filosofo Costanzo Preve, il clero cattolico è diventato un clero secondario, meno importante del “clero secolare e regolare” mediatico-giornalistico e accademico al quale sono affidati aspetti ideologici di legittimazione e la manipolazione dei dominati. Un clero “ausiliario”, quello religioso tradizionale, che non deve permettersi di mettere in discussione le dinamiche neocapitalistiche, ma semplicemente fungere da “pompiere” e intervenire per spegnere gli incendi sociali, attraverso una tangibile carità e l’assistenza (non soltanto spirituale) nei confronti di milioni di poveri, di bisognosi, d’indigenti creati dal neocapitalismo. Le attivissime mense della caritas italiana che distribuiscono pasti, sempre più spesso frequentate dal ceto medio in rovina, ne costituiscono un’evidente testimonianza. Naturalmente la chiesa di Roma è anche una potenza finanziaria e patrimoniale, inserita a pieno titolo nel circuito neocapitalistico, e come tale dovrebbe rispettare le regole imposte da mercati & investitori. Se non lo fa, se non si limita a fare finanza rispettando le regole e, su un altro fronte, a intervenire “caritatevolmente”, con spirito missionario e francescano, a vantaggio di poveri e impoveriti senza denunciare la vera origine dei drammi sociali in atto, può essere nuovamente colpita attraverso gli scandali giudiziario-mediatici (pedofilia, ior, eccetera) con lo scopo di rimetterla in riga. Insomma, “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”. Evidentemente il gioco funziona e le dimissioni di Ratzinger Benedetto, seguite dalla nomina di papa Francesco Bergoglio, testimoniano in pieno che la chiesa di Roma, antico centro di potere spirituale e di potere materiale, ha abbassato definitivamente il capo davanti al nuovo capitalismo finanziario, ai suoi potentati e alla sua classe neodominante. Un gesuita che in passato si è dimostrato compiacente nei confronti della dittatura militare argentina del generale Videla, da un lato può realizzare l’antico detto “date a Cesare ciò che è di Cesare”, senza interferire con il vero potere, e dall’altro costituisce uno straordinario elemento per una nuova propaganda, che si fa di attenzione per la povertà, carità privata e volontaria, rinuncia parziale a una fettina di ricchezza e di privilegio e morigeratezza nei costumi, senza però agire con decisione sulle cause prime della povertà stessa. La stessa scelta del nome Francesco – per Bergoglio “qui sibi nomen imposuit” – testimonia un’ambiguità di fondo, perché il riferimento è sia a San Francesco d’Assisi e al suo ordine monastico sia a Francesco Saverio, l’aristocratico spagnolo ex libertino de Javier, santo gesuita molto meno noto e celebrato del primo, che nel XVI secolo fu il braccio destro del famigerato Loyola, santo fondatore e primo generale della compagnia di Gesù. C’è dunque un riferimento “esteriore”, propagandistico e di facciata, destinato a catalizzare il consenso di massa, che è appunto quello al poverello di Assisi, e un riferimento meno evidente, che rassicura il potere vigente sulle reali intenzioni della chiesa di Roma, che è quello al tristo gesuita Francesco Saverio. L’antitesi fra i veri francescani e i gesuiti ci appare evidente, semplicemente osservando che i seguaci di Francesco d’Assisi praticavano effettivamente la povertà, la rinuncia ai beni materiali e la morigeratezza nei costumi, avversando l’alto clero e i loro avversari teologici domenicani, mentre i gesuiti hanno sempre strumentalizzato la povertà per ben altri, inconfessabili scopi, diversi da quelli pubblicamente dichiarati. Il neopauperismo, la schiettezza e l’umiltà ostentati fin dal primo minuto del suo pontificato da papa Francesco nascondono, quindi, la volontà di non interferire con le dinamiche del nuovo capitalismo finanziarizzato, che sono la causa prima della povertà. Da un lato, si annuncia il cambiamento, un’attenzione maggiore per il sociale, l’intervento caritatevole a vantaggio dei più deboli ed esposti, la rinuncia ai privilegi e la morigeratezza nei costumi (in linea con il messaggio originario di Cristo), dall’altro lato si rassicura la classe dominante in relazione alle proprie, vere intenzioni, non certo “sovversive” e ostili, tali da compromettere la riproduzione sistemica, ma, bensì, di supporto. Spegnere gli incendi sociali, far funzionare le mense della caritas a spron battuto, erogare carità e conforto a coloro che soffrono proprio a causa del neoliberismo, senza però uscire dal seminato, intervenendo sulle cause del disagio sociale e dell’impoverimento di massa, o almeno denunciandole apertamente: questi saranno i compiti della chiesa, “riformata” dall’umilissimo vescovo di Roma Bergoglio. L’operazione propagandistica “papa Francesco”, gesuita e francescano nello stesso tempo, sembra funzionare a dovere, almeno per ora.

Sul versante della politica nazionale osserviamo che il perno principale del subsistema di potere è il pd, ossequiosamente eurocratico, neoliberista e mercatista nella sostanza, servo di mille padroni come l’Arlecchino goldoniano: eurogruppo, bce, grandi banche d’affari, usa, germania, fmi, nato, e via elencando. Un partito succube del grande capitale finanziario, compromesso con le banche e pungolato dalla necessità di una più efficace propaganda, per contrastare le tendenze “populistiche e demagogiche” (sostanzialmente antiliberiste e antieuropoidi) che la crisi e l’impoverimento di massa inevitabilmente diffondono. Tendenze che si fanno sentire anche al suo interno, nella sua stessa “riserva di caccia” elettorale. Riconosciamo che è ben vero ciò che affermano gli esponenti e i militanti del pdl – ma in modo del tutto strumentale, per proteggere gli interessi del loro capo, Silvio Berlusconi – e cioè che “gli italiani non mangiano con il conflitto d’interessi”, così come non mangiano con il falso in bilancio o la regolamentazione delle frequenze televisive. Guarda caso il conflitto d’interessi è nei fatti un punto programmatico cruciale per il pd, seguito dal falso in bilancio e da altre misure che non incidono positivamente sulla crisi economica nazionale, sul sociale ormai irrimediabilmente devastato. La priorità, per il gruppo dirigente subpolitico e burocratico che fa riferimento a Bersani, è quella di accomodarsi a qualsiasi costo sulle poltrone di governo e su altre poltrone istituzionali (o almeno di controllarle), perché, tanto, il programma politico-strategico per l’Italia è già stato deciso e dalla “retta via“ euroglobalista non è dato deviare, tanto che il pilota automatico evocato da Draghi e attivato da Monti resta tuttora in funzione. Anzi, questa è oggi una questione di sopravvivenza per i burocrati neoliberali del partito rappresentati da Bersani. Ed ecco, allora, che anche qui si finge il cambiamento a trecentosessanta gradi, la morigeratezza, la rinuncia (in verità solo parziale o addirittura simbolica) ai privilegi, il tutto debitamente amplificato dai media. Si eleggono alla presidenza di camera e senato Boldrini e Grasso, in luogo degli “impresentabili” politici di professione Franceschini e Finocchiaro, per sedurre i parlamentari m5s e fingere il cambiamento. Siccome non basta data la situazione nella quale versa la maggioranza degli italiani, la marionetta Grasso e l’ex burocrate dell’onu Boldrini si “riducono lo stipendio”, rinunciano all’auto blu e all’appartamento, mangiano nella mensa dei dipendenti, vanno in parlamento con mezzi propri o addirittura a piedi, francescanamente (ma non proprio scalzi) e via dicendo. Si discute, con la partecipazione al dibattito di Grillo, ma a distanza, se sono sufficienti tagli del trenta per cento o se si deve arrivare almeno al cinquanta, per essere credibili. Si rincorrono i cittadini-parlamentari di m5s sulla strada del taglio dei costi della politica, si sbandierano ridimensionamenti di facciata, per non affrontare di petto il problema dell’impoverimento di massa, denunciandone le vere cause e agendo politicamente di conseguenza. E intanto si dimenticano, complice il falso rinnovamento, questioni di fondo come la riacquisizione urgente della sovranità nazionale e l’altrettanto urgente uscita dell’eurozona. Di conseguenza, il paese continua a sprofondare perché non vi è (e non vi sarà) correzione, sia pur timida e parziale, delle politiche ultraliberiste finora applicate, poiché “gli italiani non mangiano” anche se Grasso e Boldrini rinunciano furbescamente all’appartamento e all’auto blu, e anche se tutti i parlamentari si taglieranno paghe, prebende e benefit del cinquanta o più per cento.

Quali conclusioni si possono trarre dalla breve analisi che precede? Il francescanesimo di facciata – che non contribuisce a rimuovere le cause dell’impoverimento di massa, ma alla fine della fiera ha come unico scopo quello di blandire la questione etica e sociale – non ha contagiato solo la chiesa di Roma con l’elezione di papa Francesco Bergoglio, ma anche la politica liberaldemocratica italiana. Una politica minore che cerca, per questa via, d’imbonire una popolazione in grave sofferenza e di conservare intatto, così com’è, il suo subsistema di potere, che riporta sempre e comunque alle aristocrazie del denaro e della finanza sovrana. Perciò la rinuncia a una parte dei privilegi è pelosa, la morigeratezza dei costumi è falsa e la crescente povertà è strumentalizzata per scopi di tenuta e di riproduzione sistemica. In linea di massima, ciò vale sia per chiesa cattolica sia per il cosiddetto sistema dei partiti, a partire da quello che è il suo puntello principale, il pd neoliberista. Così, povertà, rinuncia e morigeratezza alimentano oggi la propaganda politico-mediatica e allontanano furbescamente – anzi, “francescanamente” – dalla vera sostanza dei drammi sociali, dei quali si preferisce ignorare le cause e le pur evidenti responsabilità.

Povertà, rinuncia e morigeratezza: la nuova propaganda di Eugenio Orsoultima modifica: 2013-03-25T10:02:00+00:00da derosse
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2 pensieri su “Povertà, rinuncia e morigeratezza: la nuova propaganda di Eugenio Orso

  1. Per alek

    Difficle dirlo … rischioso fare previsioni in questo momento gravido d’incertezze. Si può però provare a individuare qualche tendenza.
    Nel breve – tre mesi o un po’ di più – posso prevedere, con qualche cautela, una ripresa di Berlusconi e una tenuta di Grillo. Sicuramente potrebbe aumentare ancora l’astensione fino a superare, nel prossimo futuro, il trenta per cento degli aventi diritto, in forza dei delusi piddini e dei delusi da Grillo, sulla cui entità non mi sento di fare specifiche previsioni, sciorinando percentuali. Berlusconi, oggi e ancora per un po’ in rimonta, ha già perso nella fase precedente moltissimi consensi, fino a toccare il fondo.
    Eventi importanti che incideranno sul futuro voto politico potranno essere sicuramente i seguenti, se si verificheranno:
    1) Aggravarsi oltre ogni limite della crisi economica e sociale, con ricatti europoidi e fmi all’Italia e innesco di una situazione greca con qualche lineamento cipriota (prelievo forzoso dai c/c). Inizio di veri propri disordini nelle piazze.
    2) Fallimento di Bersani e entrata in crisi del pd, prossimo alla spaccatura.
    3) Improvvisa uscita di scena di Berlusconi e sua fine politica (processi, ineleggibilità, malattia, pesanti minacce e ricatti dietro le quinte o altro), con conseguente ridimensionamento/ sfaldamento del pdl nel breve-medio periodo.
    4) Clamorosa spaccatura all’interno di m5s, particolarmente in relazione ai gruppi di cittadini-parlamentari, con la quinta colonna interna filo-piddina, autonomizzata, che supporterà un governo del pd.

    Per ora, prudentemente, mi fermo qui.

    Saluti

    Eugenio Orso

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