23/01/2012

Popoli e classi dominate senza rappresentanza di Eugenio Orso

Breve premessa

Il presente saggio politico, non specialistico e non politicamente corretto, è diviso in due parti ed ha come oggetto il sopraggiunto deficit di rappresentanza politica e sindacale, all’interno del sistema vigente, di vasti strati della popolazione italiana (e di altri paesi europei) nelle attuali, gravissime contingenze economiche e sociali.

La prima parte è dedicata al passato, e cioè alla condizione delle classi dominate nella seconda metà del novecento ed alle ragioni della rappresentanza “condizionata” di cui godevano nel sistema, che si reggeva grazie al compromesso fra uno Stato ancora sovrano ed il libero Mercato e all’inclusione capitalistica in atto, mentre la seconda parte è dedicata al tempo presente, in cui domina la coppia precarizzazione/esclusione ed in cui un numero sempre più grande di soggetti sociali, colpiti nei loro interessi vitali dagli effetti della crisi strutturale neocapitalistica e delle manovre impoverenti imposte dai governi liberaldemocratici (“tecnici” come nel caso dell’Italia, o politici altrove) non ha più alcuna rappresentanza all’interno del sistema e finalmente, dopo anni di acquiescenza alle dinamiche neocapitalistiche, pur con fatica e fra mille difficoltà (intontimento e disinformazione mediatiche, delegittimazione/criminalizzazione della vera protesta, persistenza delle clientele politiche e sindacali, eccetera), inizia a prenderne coscienza.

 

 

Il passato: compromesso, inclusione e rappresentanza condizionata

La liberaldemocrazia, che dal secondo dopoguerra ad oggi ha fatto il paio con il capitalismo liberista anglo-americano e con i modelli capitalistici subalterni affermatisi nell’Europa continentale, ha sempre garantito in passato alle classi dominate, ed in generale ai popoli soggetti al comando capitalistico, una rappresentanza soggetta alle sue regole nei circuiti parlamentari ed in quelli sindacali, attraverso partiti, cartelli elettorali e centrali sindacali.

Un’applicazione parziale e controllata del principio di libertà di associazione ha favorito e promosso, in qualche misura, gli interessi delle classi dominate, e quindi della maggioranza delle popolazioni europee dell’ovest, impedendo che le famigerate “regole del Mercato” (libero da ogni condizionamento) sopprimessero qualsiasi forma di equità sociale e negassero una seppur minima partecipazione alla decisione politica, in posizione subordinata.

Quando la vicenda capitalistica era pienamente inserita in quadro nazionale, e vi era ancora una certa autonomia degli stati-nazione, questa rappresentanza ha potuto trattare con i dominanti borghesi, ancora legati alle sorti dello stato e della nazione di origine, spuntando non trascurabili miglioramenti economici e di vita dei dominati (la classe operaia, i ceti medi in espansione nella società), perché in quei contesti culturali, economici e politici era possibile contrattare con il padrone da posizioni di relativa forza, istituzionalmente garantite.

In quella epoca, in cui a detta dello scrivente il capitalismo ha lasciato intravedere “un volto umano” (o meglio, “quasi umano”), i dominanti borghesi sono stati costretti a cedere qualcosa del loro potere e della loro ricchezza, attraverso una diversa e più equa divisione del prodotto, nonché una maggior partecipazione alla decisione politica garantita delle classi inferiori, che restavano pur sempre in posizione subordinata.

Mediazione e compromesso erano dunque possibili, entro certi limiti invalicabili (in alcun modo avrebbero potuto portare alla costituzione di un entità comunista, fondata sulla socializzazione integrale degli apparati produttivi) e ciò è alla base della nascita e dell’estensione del welfare novecentesco, dei ceti medi, dei processi di relativa emancipazione di una parte significativa della popolazione.

Se questo processo di “riforma capitalistica”, nel dopoguerra, fu caratterizzato sul versante macroeconomico dall’applicazione delle teorie di Keynes (che non era un socialista/ laburista e non ha mai ripudiato capitalismo e liberaldemocrazia), ciò è avvenuto per “salvare il capitalismo” dalle minacce interne (reazioni all’iniquità sociale, eccessiva compressione del lavoro) ed esterne (successi del modello alternativo sovietico e minaccia politico-militare rappresentata dall’URSS) e non per superarlo o affossarlo.

Il “Bengodi” capitalistico del welfare, dell’estensione dei consumi, e della promozione sociale, è diventato possibile dopo la seconda guerra mondiale per un breve periodo, al più trentennale, quale effetto del mantenimento della sovranità politica e monetaria degli stati – pur con limitazioni, rilevanti soprattutto nella politica estera, come nel caso dell’Europa divisa fra i due blocchi, e pur alla presenza degli organi sopranazionali mondializzanti, come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, nati con la conferenza di Bretton Woods del luglio 1944.

La Comunità Europea era un simulacro di confederazione, a maglie molto larghe, non aveva ancora una moneta privata e non poteva imporre programmi economico-finanziari integrali agli stati membri, in taluni casi decidendone i governi assieme ad altri organi della mondializzazione come il FMI, a differenza di quanto accade oggi.

Osservando la situazione storica dal punto di vista dei soli paesi dell’Europa occidentale, perché quelli dell’Europa centro-orientale, com’è noto, hanno seguito una strada diversa, con il senno di poi possiamo affermare che il compromesso fra Pubblico e Privato, fra Stato e Mercato, fra la Politica e il Grande Capitale economico e finanziario, ha consentito di imbrigliare un poco la distruttività sociale ed ambientale di questo ultimo, riconducendolo per certi versi sotto un controllo di natura politica, ed ha permesso di ritagliare spazi di emancipazione per l’affermazione (ancora parziale ed insufficiente, bene inteso) dei diritti dei dominati.

Per tali motivi – attenuati con il compromesso e con la parziale, ma significativa rappresentanza politica e sindacale concessa alle classi inferiori i rischi rivoluzionari e di destabilizzazione dell’ordine costituito, il capitalismo del secondo millennio è sembrato godere di un consenso piuttosto ampio, proprio fra quelli che subivano i suoi rigori, mitigati dal welfare e dalla promozione sociale, e così il suo “braccio politico ed istituzionale”, cioè la liberaldemocrazia a suffragio universale fondata sulla rappresentanza.

Nell’Europa occidentale di allora, le rappresentanze politiche e sindacali concesse ai dominati in seguito al compromesso erano naturalmente del tutto interne al sistema e non ne mettevano in discussione – se non a parole, con dichiarazioni roboanti e disattese, per imbonire elettori e lavoratori, i basamenti strutturali.

Si trattava, tutto sommato, di una rappresentanza parziale, condizionata dall’accettazione delle “regole del gioco” liberaldemocratiche, ma soprattutto dal comando capitalistico e dall’appartenenza al cosiddetto mondo occidentale, identificato con il blocco filo-americano, che non si potevano mettere in discussione.

Così, in Italia il partito comunista faceva parte a pieno titolo del cosiddetto “arco costituzionale”, governava importanti regioni e partecipava alla decisione politica (anche alla corruzione politica e della politica, se è per questo), la CGIL, sindacato a maggioranza comunista, condannava quanto il PCI l’azione clandestina e militare delle Brigate Rosse schierandosi con lo stato borghese, mentre nella Germania Ovest, in cui il partito comunista era fuorilegge (ufficialmente dal 1956), impazzava la socialdemocrazia, che dopo aver rifiutato pubblicamente il comunismo e Marx a Bad Godesberg (novembre 1959), approvando il mercato libero, poteva guidare liberamente, senza patemi e sospetti i governi della federazione e caldeggiare la cogestione dei grandi organismi industriali attraverso lo strumento sindacale, ma, naturalmente, senza sognarsi di mettere in discussione l’appartenenza del paese al campo occidentale, che era un tabù e come tale inviolabile.

Questa rappresentanza parziale ed ancora insufficiente, accompagnata da un certo grado di emancipazione economica e sociale, concessa in Europa occidentale alle classi dominate dentro i recinti del capitalismo del secondo millennio e della liberaldemocrazia parlamentare, ebbe l’effetto di consentire al sistema politico di reggere agli urti rivendicativi di massa, e al capitalismo di riprodursi, fagocitando nei suoi immaginari milioni di subordinati.

I motivi del compromesso raggiunto in quegli anni, ed effettivamente realizzato, erano di origine esogena e di origine endogena: la minaccia collettivista con lineamenti capitalistici dell’Unione Sovietica, e la serrata “concorrenza” del suo modello di società, la necessità di distribuire “panem et circenses” ai dominati per tenerli tranquilli, e poterli manipolare efficacemente creando il profilo del produttore/ consumatore, la necessità vitale di sviluppare le forze produttive, non soltanto per resistere alla “concorrenza” sovietica, ma per la stessa natura del capitalismo, la volontà di una piena “normalizzazione” interna, che portava alla distruzione delle culture particolari, d’ostacolo allo sviluppo, e degli aspetti comunitaristici dell’esistenza per imporre i propri stili di vita.

 

 

Il presente: esproprio, esclusione e deficit di rappresentanza

Il mondo sommariamente descritto nella prima parte di questo saggio è finito alla svolta del millennio, che ha visto l’affermazione di un nuovo modo storico di produzione e l’affermazione di un nuovo capitalismo, il quale per riprodursi sembra non avere più la necessità di includere integralmente le masse, concedendo miglioramenti delle condizioni di vita e creando il profilo prevalente del produttore/ consumatore, perché riesce a creare valore ed a moltiplicare il valore creato espropriando i beni collettivi, riducendo le conquiste sociali fino ad azzerarle, precarizzando ed escludendo progressivamente i dominati.

E’ per questi motivi (ed ormai, dopo tre decenni di de-emancipazione nei cosiddetti paesi sviluppati la cosa dovrebbe esser chiara a tutti) che il profilo prevalente imposto alle masse, frantumando l’ordine sociale precedente, tende a diventare quello del precario/ escluso.

Alla precarizzazione e all’esclusione nei rapporti di produzione vigenti, qualitativamente diversi da quelli del secondo millennio, si è accompagnata, in un quadro di strapotere degli organi della mondializzazione e di riorganizzazione globalista dell’Europa comunitaria, diventata Unione all’inizio dei novanta, la progressiva perdita di rappresentanza politica (e sindacale) dei dominati che ha proceduto di pari passo con la riduzione della sovranità degli stati.

E’ proprio dall’inizio degli anni novanta che è cessato definitivamente il “pericolo” sovietico, e con lo svanire delle attrattive ideologiche che per decenni l’hanno caratterizzato è cessata l’insidiosa concorrenza che metteva in pericolo, in Europa occidentale ed altrove, il controllo capitalistico sulle masse.

Trattato di Maastricht del febbraio 1992, riorganizzazione successiva delle istituzioni sopranazionali europee, creazione della BCE ed introduzione dell’euro nella circolazione effettiva, si sono rivelati utili cavalli di troia per espropriare gli stati e flessibilizzare i dominati.

Interi gruppi sociali, a partire dagli operai per arrivare ai ceti medi, hanno perso la tutela dei partiti svuotati di rappresentanza, incaricati di applicare i programmi politici imposti dall’esterno ed incapaci di elaborare vere alternative, e sono stati abbandonati al loro destino, in quanto lavoratori, dai sindacati ascari del nuovo capitalismo, al punto tale che oggi i non rappresentati, coloro che sono destinati a diventare “invisibili” o “irrilevanti”, tendono ad essere maggioranza assoluta.

Questo drammatico deficit di rappresentanza, sconosciuto nelle attuali proporzioni durante la seconda metà del novecento, dall’inizio della crisi sistemica ha iniziato a farsi sentire più drammaticamente, particolarmente in paesi come l’Italia dove è più evidente la subordinazione al comando globalista-neocapitalistico, e dove il degrado della piccola politica sistemica, che non deve elaborare programmi alternativi e deve soltanto obbedire agli ordini esterni (comprovando la perdita di sovranità politica dello stato), è più avanzato che altrove.

I recenti moti siciliani scatenati dalla protesta dei Forconi e da Forza d’urto, pur avendo specifiche motivazioni, quali l’aumento delle accise sulla benzina e il rincaro dei pedaggi autostradali che colpiscono i trasporti dei locali prodotti agricoli, d’allevamento e ittici, in buona misura non fanno riferimento ai partiti di cartapesta della liberaldemocrazia vigente od ai sindacati collaborazionisti che gestiscono dall’alto gli scioperi, ma nascono “fuori e contro”, perché coloro che vi partecipano – siano essi autotrasportatori, agricoltori, pastori, pescatori, operai, disoccupati, studenti, hanno compreso, sulla loro pelle, che non hanno e non potranno avere alcuna rappresentanza in questo sistema, diventato straniero e nemico quanto l’euro.

Oltre a chiedere, in concreto, la defiscalizzazione dei carburanti e l’applicazione dello statuto della regione Sicilia, per trattenere nell’isola le imposte che gravano sulle locali imprese, per bocca di uno dei loro capi, i “Forconi” invitano la classe politica tutta, e senza distinzioni di schieramento (spesso soltanto apparenti) a mollare la presa e ad andarsene a casa, e inoltre avanzano la provocatoria richiesta che si inizi a battere una moneta siciliana.

Parimenti, i tassinari in rivolta contro le assurde liberalizzazioni del governo fantoccio di Monti, che avanzano richieste specifiche come quella che la decisione sull’assegnazione e sul numero delle licenze resti ai comuni, e rifiutano l'extra-territorialità con la libertà di prestare servizio in altri comuni, faranno sempre meno riferimento ai sindacati di categoria (esistono ben 23 sigle sindacali), perché hanno capito che questi, con un piede saldamente piantato dentro il sistema, cercheranno sempre e comunque, ed a qualsiasi costo sulla pelle dei lavoratori, di arrivare a compromessi con la controparte.

La decisione a riguardo del temuto sciopero di dieci giorni dei gestori delle pompe di benzina, passa interamente attraverso i sindacati ufficiali (come ad esempio Faib-Confesercenti e Fegica-CISL), ma non è escluso che si potrà arrivare in futuro, anche in questo settore, a situazioni di tensione come quelle di Roma del 19 di gennaio, in cui c’è stata una frattura fra tassisti (“i sindacati ci hanno tradito e sono scappati via”, come hanno dichiarato gli interessati) e sindacati acquiescenti nei confronti di un governo fantoccio, voluto dai globalisti che controllano l'UEM e la BCE.

Dopo la capitolazione del segretario generale della Fiom Landini alla segreteria CGIL della Camusso (dietro la quale c’è il Pd che sostiene Monti a spada tratta), è probabile che una parte degli iscritti e dei delegati si risolverà ad abbandonare il sindacato sistemico di categoria, per intraprendere “fuori e contro” lotte veramente efficaci, mentre chi resterà dovrà languire nell’inedia, attendendo gli eventi, e dovrà rispettare l’ordine di scuderia di non fare scioperi (già di per sé inutili nelle forme note e praticate) contro l’esecutivo Monti, limitandosi a contrastare in modo simbolico e blando (e quindi inefficace) singoli provvedimenti governativi.

Per quanto il governo ha fatto dei passi indietro, in molti settori, in relazione alle liberalizzazioni imposte all’Italia dalla BCE (dalle farmacie ai notai, dalle assicurazioni RC auto ai carburanti il rigore liberalizzante sembra che si sia attenuato), ciò che importa rilevare in questa sede, in cui non si tratta da un punto di vista tecnico delle liberalizzazioni stabilite con decreto, è che l’inizio delle proteste contro le misure di Monti rivela qualche importante elemento di novità, ed in particolare un ulteriore, grave “scollamento” fra la popolazione, da un lato, ed i partiti, i sindacati, le stesse istituzioni liberaldemocratiche, dall’altro.

Sta emergendo a fatica, ma con una certa chiarezza in questa difficilissima congiuntura, la consapevolezza dei dominati di non avere alcuna rappresentanza all’interno del sistema, e di essere trattati, dal sistema stesso che opera per conto della classe dominante globale (esterna allo stato), come armenti da portare alla tosatura, o, nella peggiore ipotesi, da condurre al macello.

Ciò non potrà non comportare una certa disaffezione nei confronti della liberaldemocrazia (volendo usare espressioni fin troppo moderate), il montare della sfiducia in tutte le sue istituzioni (sempre con espressione moderata), ed un’aperta ostilità nei confronti dell’Europa unionista, con il risentimento nei confronti dei partiti che è già evidente, ed è stato furbescamente usato per imporre senza colpo ferire l’attuale governo italiano, emanazione dell’occupatore del paese più che del presidente della repubblica.

Come si è detto, la protesta dei Forconi e quella dei tassinari hanno motivazioni specifiche, locali, di categoria, e non esprimono con chiarezza le richieste di un cambio integrale di sistema, della ri-appropriazione della sovranità nazionale e dell’uscita dall’Europa unionista dell’euro, ma costituiscono pur sempre un passo in avanti rispetto alle blande e ridicole proteste degli Indignados/ Occupy, che sbraitano genericamente contro le banche ed occupano a casaccio (se ci riescono, con metodi pacifici dei quali si vantano) sedi bancarie, piazze, edifici pubblici e parchi.

Vi è la consapevolezza – in chi partecipa a queste semi-rivolte che coinvolgono, pur nella dimensione locale, molti soggetti e molte categorie, oltre che delle concrete e dirette ragioni della protesta vissute sulla propria pelle (il reddito, la continuità dell’occupazione, le condizioni future di lavoro), di non avere alcuna rappresentanza in un sistema ostile ed in mani nemiche, di non essere in alcun modo tutelato, e di dover farsi sentire fuori degli schemi degli inutili scioperi di quattro od otto ore, politicamente corretti, rigidamente programmati e controllati dall’alto (quelli “alla Camusso”, per intenderci).

Chi scrive ha avuto la netta sensazione che molti subordinati, davanti alle contingenze drammatiche del momento, hanno compreso che non si può più demandare ad altri la difesa dei propri diritti e dei propri interessi, semplicemente perché non vi è nessuno al quale demandare, nessuno che può rappresentarli, nessuna sigla di partito, nessun “corpo intermedio” frapposto fra il singolo e il potere effettivo che possa (o voglia) difendere i loro interessi vitali, e ciò che in passato poteva godere della loro fiducia – partiti politici sistemici, sindacati ammessi ed altre organizzazioni, è oggi saldamente e totalmente in mani nemiche e lavora contro di loro.

Anche se i sondaggi ammaestrati mantengono artificiosamente alta la fiducia nei confronti del presidente Napolitano (uno dei peggiori politici di tutta la storia d’Italia, ben peggiore di Berlusconi, per ciò che ha permesso che si faccia al paese e alla popolazione), al solo scopo di far credere che vi è almeno un’istituzione salda ed apprezzata dall’opinione pubblica, è probabile che l’ondata di “sfiducia” nel sistema si estenda a macchia d’olio ed investa in pieno il mondo delle libere professioni, i ceti medi non legati al lavoro dipendente, poiché un obbiettivo inconfessabile del governo Monti, sponsorizzato dal presidente Napolitano, è proprio quello di falcidiare nel numero e nei redditi questi soggetti sociali, per conto della classe globale.

Dopo aver disintegrato la classe operaia, precarizzandola e togliendole qualsiasi possibilità rivendicativa e di lotta, dopo aver colpito i ceti medi legati al lavoro dipendente, da riplebeizzare con gli operai, si cerca di depatrimonializzare e di flessibilizzare i ceti medi che praticano le libere professioni, “acclimatandoli” nel nuovo habitat capitalistico che ci è imposto.

Quindi non sono in ballo soltanto le sorti degli agricoltori, degli autotrasportatori e degli allevatori siciliani, o dei tassinari di Napoli e Roma, ma anche quelle degli avvocati e dei farmacisti in tutta la penisola, con la Grecia che in tal senso ha fatto da “apripista”.

Poi, forse, toccherà ai politici, ai parlamentari, a deputati e a senatori, oggi in grande maggioranza così condiscendenti ed ossequiosi nei riguardi di Monti, e ciò potrà accadere quando non serviranno più per dare una parvenza di legalità costituzionale, votando i provvedimenti dei governi dell’occupatore.

I politici, i loro capi, i VIP dei cartelli elettorali liberaldemocratici continuano con le loro assurde polemiche anche in questa situazione eccezionale, in cui diventa chiaro a moltissimi che il loro ruolo è soltanto quello di far passare, votandole in parlamento in cambio del mantenimento dei privilegi di cui godono, le manovre di un governo tecnicista-globalista dal quale sono stati tassativamente esclusi.

Così Bossi minaccia Berlusconi di far saltare la giunta regionale lombarda se non toglie la fiducia a Monti, ben sapendo che è solo l’ennesimo bluff e che non lo farà, Sacconi, ex ministro del welfare, e Cicchitto, capo gruppo parlamentare del PdL, criticano un poco il decreto delle liberalizzazioni, per scopi elettoralistici, prima di “fare il loro dovere” e votarlo (si poteva fare di più, per Sacconi, non si voterà un testo fotocopia, secondo Cicchitto), mentre Bersani, capoccia dell’osceno Pd, approva pedissequo, con qualche entusiasmo di troppo che non riesce a trattenere in un eccesso di servilismo (bisogna difendere, rafforzare e accelerare le misure approvate dal governo, dichiara il nostro), ed infine Vendola, l’astuto comunista individualista postsovietico, dichiara di non voler rompere con gli alleati presenti in parlamento sul governo Monti, il quale, per Vendola, non è certo un nemico da combattere in quanto sta massacrando la popolazione, ma è soltanto un po’ “spiazzante” per la sinistra.

Tutto ciò non farà altro che aumentare la distanza, destinata a diventare incolmabile, fra una popolazione abbandonata al suo destino e i partiti (tutti liberaldemocratici, anche gli ex comunisti) che da tempo non la rappresentano più, ed accrescerà la consapevolezza, nei soggetti sociali reali che dovranno sopportare l’insopportabile, cioè gli effetti concreti delle controriforme di questo governo, che per loro non vi è salvezza nel sistema, ma vi potrà essere soltanto “fuori e contro”.

Sembra finalmente manifestarsi dopo decenni di flessibilizzazione di massa, di idotizzazione collettiva e di precarizzazione del lavoro, in tutta la sua pericolosità per la riproduzione neocapitalistica e la sopravvivenza del sistema liberaldemocratico, lo spettro del conflitto verticale.

E’ bene chiudere questo saggio ponendosi la domanda che segue.

E’ possibile che dall’estensione di moti come quello siciliano ad altre aree del paese e dall’attivarsi cosciente di un numero sempre maggiore di soggetti sociali e di categorie produttive, colpiti dalle dinamiche impoverenti imposte dall’alto, nasca un programma politico alternativo dai lineamenti rivoluzionari, contro questo capitalismo socialmente criminale e fuori della trappola delle istituzioni e dei partiti liberaldemocratici, in grado di riattivare la solidarietà fra i dominati, di ripudiare l’euro e l’Europa dei globalisti, di liberare l’Italia dall’occupatore, di cacciare il bocconiano Monti e il suo sodale Napolitano, prima che il saccheggio globalista si compia, dal nord al sud della penisola?

Chi scrive non è mai stato troppo ottimista, ma spera ardentemente di sì.

 

16/01/2012

L’Europa posticcia dell’Unione di Eugenio Orso

L’Europa posticcia dell’Unione

Ovvero la perdita della coscienza sociale e della sovranità nazionale

di Eugenio Orso

 

Quello che ha portato all’attuale stato di cose, nell’Europa sopraffatta dalla crisi neocapitalistica strutturale e dall’assoggettamento degli stati ad entità monetarie e finanziarie private, è stato un lungo processo di creazione e sviluppo delle istituzioni e delle strutture di potere cosiddette comunitarie, le cui radici affondano nel periodo della seconda guerra mondiale, un processo che si è accompagnato alle rilevanti trasformazioni culturali, socio-economiche e geopolitiche manifestatesi dagli anni quaranta del novecento fino ai giorni nostri.

Un processo che un giorno gli storici dovranno ricostruire fuori della retorica e dalle mistificazioni che l’hanno accompagnato in questi ultimi decenni, per far digerire agli europei ciò che loro non volevano, o volevano molto tiepidamente.

Un processo, inoltre, che ha proceduto di pari passo con quello di allargamento fisico e psicologico dei mercati che è alla base della globalizzazione neoliberista, contribuendo a rafforzare e ad estendere il potere dei Mercati & Investitori nel mondo, e la cosa non può essere frutto del caso.

La mano invisibile neoliberista, che altro non è se non la longa manu accaparratrice della una nuova classe dominante globale, ha voluto ed indirizzato fin dalla seconda metà degli anni ottanta lo sviluppo di questa Europa, così come oggi la conosciamo, ampiamente imposta dall’alto e non particolarmente amata né desiderata dalle popolazioni del vecchio continente, determinandone la sostanza di centro di potere sopranazionale, stabilito contro l’autonomia e l’indipendenza dei vecchi stati nazionali, nonché la sua funzione di apparato burocratico onninvasivo e di detentore del potere finanziario e monetario.

La retorica europeista, la cui inconsistenza è ormai scoperta particolarmente in paesi completamente assoggettati come l’Italia e la Grecia, vorrebbe far credere che un’Europa costruita intorno all’allargamento del mercato, e quindi di natura commerciale, ed in conseguenza dell’imposizione di un’unica moneta in mani private, e quindi monetaria, costituisca il presupposto indispensabile per realizzare, nel lungo periodo, una vera e libera unione politica dei popoli.

Se non si accetta questa Europa, commerciale, monetaria, soggetta interamente alle leggi del mercato e tassello (sempre meno importante, ma ancora utile ai dominanti) della globalizzazione neoliberista, la minaccia che si paventa, al fine di spaventare gli europei ed indurli ad accettare ciò che senza condizionamenti respingerebbero, è quella della riproposizione dei distruttivi conflitti fra le nazioni europee che hanno funestato il novecento, attraverso due guerre mondiali la cui origine era in questa parte del mondo, e che hanno contribuito in modo decisivo a far perdere al vecchio continente, forse per sempre, la sua preminenza a livello mondiale.

Così, nel caso collassi l’euro e si svuotino per logica conseguenza le istituzioni europee, abbandonate al loro destino, la propaganda europeista e neocapitalistica, a tutto vantaggio del potere della classe globale occidentale, prospetta scenari terrifici simili a quello già vissuto della “guerra civile europea” fra nazionalsocialismo e comunismo bolscevico, proposto a suo tempo dallo storico Ernst Nolte in una rilettura della storia del novecento (da bravo “revisionista” che rompe i tabù), e dispiegatosi funestamente fra il 1917 (Ottobre Rosso, nascita del potere bolscevico in Russia) e il 1945 (fine della seconda guerra mondiale, sconfitta del nazismo e smembramento della Germania), oppure minaccia disastri economici e sociali a catena, i quali, per la verità, sono già in atto almeno in quella una parte dell’Europa considerata economicamente più debole e più “spendacciona” – in termini di spesa pubblica, di welfare, di burocrazia statale, e questo a causa delle regole e delle misure recessive imposte per tenere in vita la moneta unica, nonché per effetto dello stessa natura e dei veri scopi che ha l’Unione.

La costruzione europea, intesa negli ultimi decenni quale strumento di potere e di controllo dei popoli (e delle risorse) da parte degli agenti neocapitalistici, non solo non ha permesso al vecchio continente di riacquisire una posizione preminente nel mondo, da un punto di vista geopolitico oltre che puramente economico (come avrebbe potuto accadere dopo la fine del bipolarismo USA-URSS), sviluppando politiche unitarie e riappropriandosi della propria indipendenza, ma non poteva che produrre, per gli europei e per le vecchie istituzioni statuali che li rappresentano, esiti maligni come quelli che ha concretamente prodotto e che viviamo drammaticamente sulla nostra pelle.

Le esigenze della riproduzione neocapitalistica allargata recepite dall’Europa posticcia dell’Unione, hanno imposto, da circa un trentennio a questo parte, l’allargamento fisico e psicologico dei mercati oltre ogni limite politico, culturale, di sostenibilità ambientale e sociale, il “declassamento” dei vecchi stati nazionali destinati a perdere irrimediabilmente la necessaria sovranità politica e monetaria, l’assoluta preminenza della produzione capitale finanziario derivato su quella del capitale produttivo di marxiana memoria, la flessibilizzazione all’estremo del fattore lavoro (compresso dalle controriforme giuslavoristiche) e la distruzione dei modelli capitalistici particolari, in cui si realizzava ancora, attraverso il welfare, le politiche neokeynesiane sopravviventi, l’intervento dello stato nell’economia per sostenere i consumi interni, quel patto fra Stato e Mercato (inteso come grande capitale in mani private) che ha connotato il capitalismo per buona parte della seconda metà dello scorso secolo.

L’Unione europea di oggi, dal suo cerchio interno e monetario al suo cerchio esterno, è una prova evidente che lo Stato non è più sovrano e il Mercato si è definitivamente affrancato dalla Politica.

Il calvario della Grecia e dell’Italia, paesi occupati per realizzare attraverso l’euro e le politiche imposte dalla BCE e dagli organi comunitari il grande sogno neocapitalistico di dominio assoluto, sono la dimostrazione più evidente che non è più il Mercato a dover sottostare alla Politica, ma è la politica (questa volta con l’iniziale minuscola) a dover sottostare al Mercato.

La vicenda europea ha avuto il suo inizio formale con i cosiddetti Trattati di Roma del 1957, istitutivi della Comunità Economica Europea (l’“antenata” dell’Unione più blanda e meno distruttiva della discendente) e di quella dell’energia atomica (Euratom), preceduti di qualche anno dal trattato istitutivo della Comunità del carbone e dell’acciaio (CECA).

Fra i primi obbiettivi di allora, vi erano quelli dell’abbattimento delle tariffe e dei dazi doganali, per l’allargamento definitivo del Mercato oltre i confini nazionali, e l’istituzione di un organismo finanziario come la Banca Europea degli Investimenti.

L’Allargamento capitalistico dei mercati e la finanza, ragioni commerciali ed energetiche, e non un vero “matrimonio” fra i popoli voluto dal basso con positivi riflessi geopolitici, sono comunque all’origine della cosiddetta Europa unita, ed è proprio per questo che la “fratellanza” fra i popoli europei è oggi lettera morta, mentre le istituzioni dell’Europa posticcia e totalitaria che conosciamo, calata dall’alto come un volere divino, la fanno da padrone, e ci impongono con la coercizione ed il ricatto le controriforme liberlcapitalistiche.

E’ però evidente che i trattati per l’istituzione di un mercato comune e per la realizzazione di progetti energetici condivisi, siglati dalla Germania ovest, dalla Francia, dall’Italia, dal Belgio, dall’Olanda e dal piccolo Lussemburgo negli anni cinquanta, sono il frutto di una maturazione storica, culturale, politica ed economica degli eventi, che ha le sue radici nel periodo della seconda guerra mondiale e negli anni trenta, nonché il risultato della sconfitta dell’Europa nel secondo conflitto mondiale, a vantaggio della potenza americana e di quella sovietica, e della conseguente divisione del vecchio continente in un due aree di influenza, prive di una vera autonomia, a sovranità limitata.

E’ altrettanto vero che il processo che ha portato alla costituzione, al consolidamento e allo sviluppo delle istituzioni europee sopranazionali si è accompagnato nel corso dei decenni alla “evoluzione capitalistica”, fino a aderire perfettamente alle dinamiche ed alle esigenze riproduttive del Nuovo Capitalismo finanziarizzato del terzo millennio.

Possiamo far risalire simbolicamente l’adesione dell’Europa “comunitaria” alle nuove dinamiche capitalistiche, ultraliberiste e globalizzanti, al 1992, che è l’anno della firma del Trattato di Maastricht da parte dei dodici paesi allora parte della Comunità Europea, il quale ha sancito la nascita dell’attuale Unione.

In seguito, attuando le nuove pattuizioni, si è proceduto a dare consistenza all’Unione economica e monetaria (UEM) creando la BCE (1999) e successivamente introducendo l’euro nella circolazione monetaria effettiva dei paesi aderenti (2002).

Ma l’Europa “comunitaria” prima, e dell’Unione dopo, considerando la sua genesi, oltre a seguire nella sua storia ultradecennale le linee dello sviluppo e delle trasformazioni capitalistiche, è innegabilmente figlia della decadenza, del declino del continente europeo prostrato da due conflitti e non più centro del mondo, ed è proprio questo esser figlia della crisi e della perdita di potenza che l’ha portata fin dalle origini ad una completa subordinazione al cosiddetto occidente americano, ed infine, a divenire ciò che è oggi nella veste di Unione commerciale e monetaria: un utile strumento di dominazione, attraverso le sue istituzioni, i suoi trattati e la sua moneta “straniera” e privata, della classe dominante globale.

E’ nel disastro del secondo conflitto mondiale, che ha completato il suicidio dell’Europa sancendo la definitiva perdita della sua preminenza, che l’irrequieto federalista Altiero Spinelli, espulso dal partito comunista prima della guerra e in quegli anni condannato al confino dal fascismo, ha scritto il celebre Manifesto di Ventotene del 1941 (proprio nell’isola dove trascorse la seconda parte del confino), quale anticipazione, e premonizione, dei tempi nuovi che di lì a poco, dopo la sconfitta della Germania nazista e il suo smembramento, sarebbero arrivati.

In questo celebre documento politico “protoeuropeista”, scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, pubblicato e diffuso in clandestinità da Eugenio Colorni, emerge con estrema chiarezza l’ostilità nei confronti dello stato nazionale sovrano, confuso con i totalitarismi europei novecenteschi e con i disegni imperialisti delle grandi potenze, e ciò che si propone come alternativa è sostanzialmente una riorganizzazione federale (e sopranazionale) dell’Europa, nell’attesa che si creino le condizioni per l’unità politica dell’intero globo, ossia per un governo mondiale.

Internazionalismo, mutuato dai sogni comunistici otto-novecenteschi, e dimensione sopranazionale salvifica, per non ripetere gli errori e gli orrori del novecento, ai giorni nostri agitati come spauracchi dalla propaganda filo europeista e globalista, costituiscono la sintesi estrema del Manifesto di Ventotene.

Il mostro da sconfiggere, perché non si ripresenti più nell’Europa del futuro, assumendo le forme del totalitarismo e dell’imperialismo che hanno scatenato due guerre mondiali, per Altiero Spinelli è proprio la sovranità assoluta dello stato-nazione (senza la quale, però, si mette in discussione anche la sua concreta indipendenza da potentati esterni), ed infatti nel Manifesto si legge che La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo "spazio vitale" territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti. [Manifesto di Ventotene, La crisi della civiltà moderna]

E’ molto importante, e addirittura profetica (detto con il senno di poi), questa presa di posizione “internazionalista” e sopranazionale, di totale ostilità nei confronti del vecchio (e oggi diciamo, con qualche nostalgia, protettivo) stato-nazione sovrano, al punto che sembra che lo Spinelli anticipi gli eventi di portata storica accaduti in seguito, ai nostri giorni, in cui drammaticamente si afferma uno strano “internazionalismo”, però sostanzialmente diverso da quello auspicato da Spinelli, che doveva emancipare le masse proletarie e popolari, far cessare le distruttive guerre elitistiche, realizzare il suo particolare ideale di socialismo, e ridare all’Europa dopo il conflitto un ruolo positivo nel mondo.

L’internazionalismo emancipativo dei popoli, dai lineamenti curiosamente socialistici ed egualitari, in salsa federalista, auspicato da uno dei più inquieti “padri dell’Europa” – quale è stato indubbiamente Altiero Spinelli, espulso dal partito comunista per il suo essere antistaliniano e piccolo borghese, carcerato dal fascismo per dieci anni, poi costretto al confino, e fondatore nel 1943, a Milano, del Movimento Federalista Europeo, in realtà ha assunto le forme minacciose della globalizzazione neoliberista, ed ha comportato la supremazia del Mercato e della finanza, la distruzione della coscienza sociale, oltre che dell’autonomia e della sovranità degli stati, informando, nel passaggio dal secondo al terzo millennio, la stessa costruzione europea.

E’ andata diversamente da come aveva auspicato questo “padre dell’Europa”, antemarcia della Comunità e della successiva Unione, e ai vecchi totalitarismi novecenteschi, nati nell’alveo degli stato-nazioni dotati di sovranità assoluta, si è sostituita – dopo i necessari passaggi storici, socio-economici e geopolitici e le forche caudine della “guerra fredda” fra i blocchi, le rilevanti trasformazioni capitalistiche, l’avvio della globalizzazione economica e finanziaria, una forma di totalitarismo neocapitalistico che ha demolito, con la coscienza sociale e le solidarietà di classe, le dimensioni politiche e sociali dell’esistenza, ha flessibilizzato le masse precarizzandole e idiotizzandole, ed ha sottomesso gli stati nazionali, investendo in pieno, con la sua onda d’urto espropriatrice, impoverente e de-emancipante, le popolazioni europee soggiogate dai trattati e dalla burocrazia di questa brutta copia, saldamente nelle mani elitistico-oligarchiche, dell’Europa stessa.

Mai come oggi l’Europa dell’Unione si configura come una “prigione dei popoli”, in prospettiva futura peggiore di quella zarista.

Eppure Spinelli scriveva, nel Manifesto di Ventotene del 1941, identificando I compiti nel dopo guerra della riforma della società: Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l’attuazione saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.

Oggi sta accadendo esattamente il contrario, e quanto sta accadendo è la migliore (o meglio, la peggior) prova che non è stata sufficiente la caduta dei regimi totalitari europei, per giungere ad un mondo nuovo, di popoli federati in un’Europa unita, nell’attesa dello stabilirsi di un benefico governo mondiale, come credeva il povero Spinelli: La caduta dei regimi totalitari significherà per interi popoli l’avvento della “libertà” sarà scomparso ogni freno ed automaticamente regneranno amplissime libertà di parola e di associazione. [Manifesto di Ventotene, La situazione rivoluzionaria: vecchie e nuove correnti]

Se Altiero Spinelli, con i suoi compagni federalisti europei e “anti-sovranisti”, sognava l’avvento di un’Europa libera, unificata e federalista dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ed auspicava come esito finale, di lungo periodo, la mitica e mai realizzata unità internazionale, la sola unità internazionale che si è realizzata è quella dello spazio globale per lo scorrimento libero – previo abbattimento degli ostacoli politici, sociali, culturali, dei grandi capitali finanziari, coerentemente con le caratteristiche del nuovo modo di produzione dominante, rappresentato dal Nuovo Capitalismo finanziarizzato del terzo millennio.

L’Europa non è mai stata veramente libera, dopo il secondo conflitto mondiale (non imputabile alla pura forma dello stato-nazione sovrano), il cui esito disastroso l’ha ridotta in una posizione ancillare rispetto alle potenze emergenti, USA e URSS, divisa territorialmente fra i due blocchi come se fosse “bottino di guerra” da spartire.

Dopo la fine dell’Unione Sovietica l’Europa non ha saputo, o non ha potuto, riacquisire la sua piena indipendenza dall’esterno, perché oltre agli scenari geopolitici (che rappresentano la superficie) sono mutati radicalmente gli scenari capitalistici (che rappresentano la profondità), e la costruzione europea – ancora fragile, ambigua, parziale, indeterminata sul piano della politica estera e su quello militare, è finita nelle mani della nuova classe dominante, la classe globale neocapitalistica, che sta provvedendo a “normalizzare” il capitalismo europeo con robuste dosi di liberismo economico, aprendo definitivamente al Mercato i paesi più riottosi, più esposti alle intemperie della speculazione finanziaria e più deboli.

Come possiamo facilmente comprendere, accade esattamente il contrario di quello che sognava Altiero Spinelli, e questa Europa posticcia, sopranazionale ed elitistica – nuova “prigione dei popoli” che non possono sfuggire agli appetiti neocapitalistici, sta distruggendo la coscienza sociale delle popolazioni e la sovranità degli stati nazionali, perché l’una e l’altra, lungi dall’essere incompatibili, sono presupposti indispensabili per la libertà e l’autodeterminazione.

13/01/2012

EURO MACHT FREI: PERCHE’ NON E’ TRADIMENTO di Marco Della Luna

Se Marco Della Luna ha inteso, con l’articolo che qui si presenta (link: http://marcodellaluna.info/sito/2012/01/12/euro-macht-frei-perche-non-e-tradimento/) , far odiare agli italiani massacrati dal Quisling Monti il bastardo e vile popolo dei crucchi (in ossequio alla “fratellanza” fra i popoli d’Europa) e soprattutto lo sprezzante governo della “culona inchiavabile” Merkel, poteva risparmiarsi la fatica, perché l’odio monterà incontenibile nel prossimo futuro, con possibili atti di violenza nei confronti dei tedeschi in Italia (ad esempio, dei turisti crucchi che calano in estate sulle nostre coste) a riprova che l’Europa non esiste, o meglio, esiste soltanto il suo doppio maligno, la falsa Europa dell’Unione che depreda i più deboli e mette in competizione selvaggia gli uni con gl’altri.

Ma se Marco Della Luna intende dirci che l’attuale situazione italiana è ascrivibile unicamente e per intero alla volontà di potenza e di dominio in Europa di uno stato sovrano – nella fattispecie la Germania, volontà mai del tutto sopita dai tempi della sconfitta del Terzo Reich hitleriano, allora ci permettiamo di dissentire.

Non siamo nel novecento ed oggi non c’è stato europeo che sia veramente sovrano, in grado di praticare autonomamente una politica di potenza e di asservimento degli altri popoli senza dover rendere conto a nessuno, neppure la Germania, venduta come la locomotiva d’Europa e secondo Marco Della Luna la sola potenza economico-industriale che resterà nell’Europa dell’Unione, dopo che si sarà compiuta la trasformazione neoliberista di quest’area del mondo, particolarmente sanguinosa e distruttiva nell’area mediterranea.

Il governo di Merkel, Rösler e Schäuble è anch’esso tributario della classe globale che controlla l’occidente, e la stessa sorte alla quale va incontro l’Italia – un'Italia da “cannibalizzare” e mettere in liquidazione, come ci descrive molto bene Della Luna – un giorno potrà toccare anche all’apparentemente forte Repubblica Federale Tedesca.

Tutto dipenderà dalle convenienze e dalle scelte politico-strategiche operate dalla classe globale, che alla lunga potranno penalizzare anche la Germania, riducendo il suo potenziale industriale e commerciale.

Ed infine, soprassediamo sul fatto che Monti e Napolitano non sono, secondo Della Luna, traditori del proprio paese (e carnefici del popolo italiano).

Ciò premesso, si augura buona lettura

 

Eugenio Orso

 

 

EURO MACHT FREI: PERCHE’ NON E’ TRADIMENTO

di Marco Della Luna

 

Non si è semplicemente gridato alla democrazia sospesa, o interrotta, e al colpo di stato. Media nazionali ed esteri hanno raccolto molti elementi indizi che l’impennata dello spread, la deposizione di Berlusconi, la nomina di Monti, l’instaurazione-lampo del suo governo, le manovre annunciate prima agli stranieri che ai cittadini, etc., siano l’esecuzione di un piano internazionale preordinato,verticistico-antidemocratico-occulto, in cui la Germania ha giocato un ruolo chiave, da un lato mettendosi a vendere massicciamente i btp per farne impennare il rendimento, e dall’altro esigendo la sostituzione di governo mediante un colpo di palazzo. Un’estorsione politica internazionale, insomma. Molti vanno accusando Monti, e talvolta anche Napolitano come suo mentore e spalla, di tradire gli interessi nazionali perché fa una politica recessiva, diretta all’avvitamento fiscale, insostenibile già nel medio termine, e di tutto favore della Germania. Mi giunge persino voce che qualcuno abbia sporto denunce penali contro Monti e forse anche contro Napolitano, vagheggiando addirittura l’alto tradimento.

Vorrei qui chiarire le ragioni per le quali non ho mai aderito a tali accuse né a tale prospettazione dei fatti, che reputo insieme ingenue e ingiuste, perché non tengono conto dei reali (sia pur non pubblicamente riconoscibili) rapporti di forza internazionali, tra paesi “amici”. E dell’assenza di libertà di scelta. E del ruolo obbligato che il capo dello stato di un paese a sovranità limitata (perché vinto e occupato da 130 basi militari) svolge, nell’ordinamento internazionale, soprattutto in quello militare e finanziario, ossia quello di assicurare che il paese a sovranità limitata ottemperi ai suoi doveri verso paesi e potentati finanziari gerarchicamente sovrastanti. Un ruolo che va svolto per garantire l’unica forma realmente possibile di relativa autonomia e relativo benessere o non malessere. E soprattutto per preservare la pace, la stabilità in primis rispetto al rischio di una destabilizzazione interna.

In effetti la Germania è ben contenta che l’Italia resti nell’Euro, che si sveni per raggiungere i parametri che essa stessa le pone come condizione per restare nell’Euro. “Restate nell’Euro, poveri maccaroni, e per farlo tagliatevi i redditi, colpitevi il risparmio, svenatevi l’economia reale, andate in recessione, come gli altri popoli inferiori, mentre noi alle nostre imprese diamo credito a basso costo per fare investimenti, espansione, innovazione, occupazione, e prenderci le fette di mercato che le vostre imprese lasciano libere, cessando l’attività per eccesso di tasse, di insoluti, di interessi passivi. La Germania resterà l’unica potenza industriale del continente, controllando anche l’industria francese che essa finanzia col suo attivo commerciale. Bravo Monti, hai fatto fare all’Italia salti mortali, torna presto a Berlino, quando tutto sarà finito ti daremo la Croce di Ferro. Intanto ti diamo un poco di ossigeno per il Fondo Salvastati, ti abbassiamo un poco lo spread, ti esoneriamo dall’obbligo di ridurre del 20% l’anno la quota di debito pubblico eccedente il 60% del pil, così resti in sella e porti avanti l’opera di risanamento; però in cambio le nostre banche, finanziandosi all’1% presso la BCE, comperano i btp che rendono a noi, e costano a voi, il 5,6, 7 %, così vi dreniamo tutto il reddito che altrimenti potreste usare per risollevare la testa, voi popolo inferiore, negri bianchi! Però tu continua a dire agli italiani che devono diventare come noi .”

La virtuosità di bilancio è appunto questo: pagare ai tedeschi alti interessi salassando l’Italia e, insieme, cedere loro i mercati – cioè il Lebensaraum , lo spazio vitale – deindustrializzandola . Per finanziare questa virtuosità leggermente contraddittoria, non c’è altro mezzo che prendere il risparmio dei cittadini e vendere i beni pubblici. Euro macht frei: la logica dell’Euro è la medesima dei campi di lavoro del Terzo Reich, kapò inclusi: ti fanno lavorare a consumazione, finché c’è qualcosa da spremere, ti tengono a stecchetto, e tu dimagrisci, dimagrisci…

Eh già, proprio questo è il risultato dell’incontro berlinese Monti-Merkel: il Nostro, con la sua manovra, ha tagliato i garretti all’economia italiana, così che la Germania è rassicurata che essa non possa risollevarsi e farle concorrenza o semplicemente recuperare una qualche autonomia strategica. Ottenuto ciò, la Merkel concede  fondi per sostenere il btp, e insieme solleva la mannaia del vincolo di riduzione forzata del debito. In questo modo tiene in vita il governo italiano, evita che la situazione precipiti, per l’Italia, ossia che lo spread rimanga troppo alto, insostenibile,  e che Monti debba fare manovre da 40 – 45 miliardi l’anno per ottemperare all’obbligo di riduzione del debito.  La Merkel non ha concesso un aiuto all’Italia, ma ha semplicemente dato ossigeno al governo per consentirgli di portare a termine una politica che, col pretesto del rigore di bilancio, sta deindustrializzando l’Italia e così facendo gioco alle mire di Berlino. E presto, per far cassa, dovrà aggredire ulteriormente i risparmi delle categorie non forti. Perché l’Italia in recessione potrà tirare avanti entro l’Euro solo mangiandosi il risparmio con le tasse, e vendendo i beni e le aziende di pubblica proprietà.

L’aiuto accordato dalla Merkel a Monti è molto interessato: se si fosse andati avanti con lo spread in salita nonostante i tagli e le tasse, e in più con un’ulteriore manovra di 40 – 45 miliardi, in fase già recessiva, il paese si troverebbe, in pochi mesi, sottoposto a tali traumi e a tali minacce, che potrebbe svegliarsi, insorgere ed esigere l’uscita dall’euro prima che sia ultimato il processo di eliminazione dell’industria nazionale, esigere il ritorno alla sovranità monetaria nazionale nel senso di una Banca d’Italia come era prima del 1982, ossia tenuta a comperare il debito pubblico a rendimenti modici e sostenibili, proteggendoci sia dall’aggiotaggio (speculazione ribassista) internazionale, come quello fatto da banche tedesche per scatenare l’impennata dello spread, che dal peso di tassi come quelli che paghiamo adesso. E potrebbe spingersi a pretendere che la banca centrale nazionale fosse pubblica, anziché privata. E poi naturalmente potrebbe fare come gli islandesi, ossia imporre di non pagare i debiti verso gli speculatori stranieri. Islanda e Argentina sono in forte ripresa economica… si parla dell’8% di pil. Al contrario, le nostre imprese stanno chiudendo a raffica, mandano una pioggia denunce di cessazione ai Comuni… dall’Euro usciremo in ogni caso, ma se usciamo adesso, usciamo con una struttura produttiva abbastanza consistente, mentre se ci sottoponiamo alla chemioterapia di Monti per restare nell’Euro, tireremo avanti ancora per qualche anno, poi ne cadremo fuori senza più un tessuto produttivo decente e vitale.

Ma lo sapete quale sarebbe la rata annuale di pagamento (ammortamento) del debito pubblico di 2.000 miliardi in 20 anni al tasso del 5%? Sarebbe di circa 160 miliardi! E se volessimo ammortare solo la metà del debito, sarebbe 130 miliardi. Cercate nel web un sito che faccia il calcolo del piano di ammortamento di un mutuo, e fate la prova. E’ questo che non i media e le istituzioni non dicono MAI: che rimborsare il debito pubblico è impossibile – a meno di una brutale svalutazione dell’Euro. Il debito sovrano dell’eurozona non può essere ridotto, ma solo trasferito su paesi più deboli, che dovranno dar fondo ai loro redditi e ai loro risparmi per pagare non il capitale, ma gli interessi – per far quadrare i conti. Fino ad esaurimento. L’unica via di uscita è il ripudio del debito pubblico (e privato) detenuto dagli speculatori, in quanto ingiusto.  Tutte le pompose storie di virtuosità, di rigore di bilancio, di tasse eque, vanno in pezzi, come frottole, davanti alla verità matematica. E con essa va in pezzi la credibilità delle “Autorità” che le gabellano.

Monti potrebbe fare altro da ciò che sta facendo? Napolitano poteva fare altro? Semplicemente, no. Il vertice della piramide dei poteri aveva già deciso e pianificato: la Fed (vedi audit GAO) aveva già messo a disposizione delle banche che ne sono proprietarie molte migliaia di miliardi di dollari a tasso pressoché nullo e senza scadenza di rimborso, in modo da consentire loro di comperare a costo zero gli asset (anche) europei, (anche) italiani, come confermava che stanno facendo il N.Y. Times del 26.12.11. Ossia, possono comperare a costo zero beni reali, redditizi, come aziende, impianti, immobili, btp, che a noi sono costati lavoro e tasse. E poi ne ricavano un reddito, in parte pagato da noi. Comperano a costo zero, per esempio, i nostri btp che rendono il 7%. Quindi si prendono una parte del nostro reddito nazionale. La Germania domina le istituzioni comunitarie, in cui ab origine la maggioranza assoluta dei funzionari sono tedeschi. Le sue banche sono in grado di mettere in ginocchio e ricattare ogni governo italiano alzandogli i rendimenti e agendo via BCE. Ecco: di fronte a questi evidenti rapporto di forza, del tutto impari e irresistibile, e di fronte a tali volumi di fuoco monetario, a simili piani di potenza e – diciamolo pure – di imperialismo, come si può pensare che un governo o un capo dello stato italiano abbia la possibilità di opporsi, o abbia un’autonomia? Al massimo potrà cercare di ottenere un minimo. Un paese come la Germania può ottenere qualcosa di più, ossia di collocarsi, nella catena alimentare, due scalino sopra paesi come l’Italia, la Grecia, e uno sopra la stessa Francia. E questo appunto è ciò che succede.

Certo, in teoria Monti poteva tagliare i grandi sprechi della spesa pubblica, i carrozzoni inutili, l’assistenzialismo, le 25.000 poltrone di amministratori di società partecipate, gli sprechi della politica, di grande elusione fiscale, etc.;poteva destinare una parte del recuperato a ridurre lo stock di debito, e una parte a finanziare la ripresa, lanciando in tal modo un segnale forte e strutturale – ma nella realtà ciò non si può fare perché altrimenti si perde il consenso, il sostegno e il voto di milioni di elettori e della partitocrazia, tutta o quasi. Potrebbe farlo soltanto un vero dittatore, che non avesse bisogno del consenso o non-dissenso partitico, clericale, mafioso, e che si appoggiasse direttamente al popolo e alle forze armate. Ma questo è impensabile che avvenga. Nella morsa dei due vincoli – quello dei potentati stranieri dominanti, e quello delle caste interne condizionanti – l’Italia e i suoi governanti non hanno scelta né colpa, e il paese, irriformabile, è destinato al marasma e alla liquidazione.

12.01.12

Marco Della Luna