18/02/2010

Si può ordinare in libreria "Nuovi signori e nuovi sudditi. Ipotesi sulla struttura di classe del capitalismo contemporaneo" di Costanzo Preve e Eugenio Orso

Copertina Nuovi signori e nuovi sudditi_Costanzo Preve e Eugenio Orso.pdf

L'editore è Editrice Petite Plaisance di Pistoia. Il libro è il n° 42 della Collana Divergenze. Il codice è ISBN 88-7588-036-0. L'anno è ovviamente 2010 e il numero di pagine è 245.

Di seguito la quarta di copertina e in allegato il file pdf con l'immagine della copertina del libro.

Come scrivono gli autori nel primo capitolo, al principio di tutto c’è l’indignazione.

L’indignazione è cosa antica, ed ha determinato – a partire dalla filosofia greca – la reazione razionalizzata contro la schiavitù per debiti, contro l’affermarsi della crematistica e la monetarizzazione selvaggia dei rapporti sociali. È questa stessa indignazione che sta alla base delle analisi sviluppate in questo libro, perché oggi i differenziali di ricchezza, potere e prestigio sono in rapida crescita, l’economicizzazione spinta dei rapporti sociali e l’atomizzazione della società hanno dissolto i legami comunitari in molte parti del mondo, il mercato ad estensione planetaria e la finanziarizzazione dell’economia annunciano ulteriori e più gravi squilibri futuri anche all’interno dei così detti paesi sviluppati.

I vecchi equilibri sociali, ormai alterati e in corso di “demolizione fin dalle fondamenta”, lasciano progressivamente il posto ad un’inedita strutturazione

sociale, o meglio – e più precisamente – ad una nuova struttura di classe fondata sulla dicotomia Global class/ Pauper class, che implica il definitivo superamento della storica dicotomia Borghesia/ Proletariato di marxiana memoria, ormai non in grado di spiegare la realtà sociale in cui, nostro malgrado, viviamo.

Un nuovo modo di produzione sociale si affaccia all’orizzonte della storia, e precarietà e flessibilità, calate in un ordine dai lineamenti neofeudali, caratterizzeranno la vita dell’uomo futuro.

Il processo di flessibilizzazione delle masse, nel quadro della grande riorganizzazione culturale e sociale in corso per giungere in vista delle coste di un “nuovo mondo”, si vale della flessibilità imposta ai lavoratori come della manipolazione dell’informazione, o della diffusione della droga e degli psicofarmaci.

 

.

 

 

 

 

15/02/2010

Le tre società della crescita [parte terza]

Continua la presentazione dei capitoli della mia parte [Alienazioni e uomo precario] di un futuro libro, scritto a due mani con il filosofo Costanzo Preve.

 

 

Oggi pubblico la terza parte del quarto capitolo, che riguarda i lineamenti principali di quelle che io chiamo le tre società della crescita: la società postfeudale e precapitalistica caratterizzata dal superamento dell'Evo Medio, della sua dimensione culturale, e dall'affermazione delle pratiche e delle politiche mercantilistiche, la società caratterizzata dal modo di produzione capitalistico del secondo millennio e la nuova società che si è delineata, nel periodo di transizione che abbiamo alle spalle, 1989/1990 - 2009, in cui l'ordine sociale precedente e i rapporti [sociali] di produzione hanno subito rilevanti modificazioni.

 

 

Concludo, dunque, con la terza società della crescita: il nuovo modo di produzione sociale, la profonda modificazione dell’ordine sociale e il capitalismo “transegenetico”, a scorrimento liquido dei capitali finanziari, che si stanno affermando nei nostri anni. 

 

 

 

 

Per la nascita di quella che io chiamo la terza società della crescita, che sta muovendo i primi passi nel nostro presente, non è stata certo sufficiente la mera vittoria nella terza guerra mondiale del modello liberista anglo-americano dell’economia dei servizi [definiamolo pure in tal modo, sinteticamente] sul modello collettivista sovietico quale principale concorrente planetario, per produrre un simile, storico risultato.

Il dato strategico-politico-militare è certo rilevante, ma non è l’unico ad influire sui grandi cambiamenti, sulle “svolte di Evo”, perché l’elaborazione e l’imposizione di nuovi aspetti culturali ed ideologici possono avere pari se non superiore importanza.

Parimenti, la manipolazione dell’ordine sociale e le nuove regole dettate – in un clima di evidente deregolamentazione che ha favorito la libera circolazione planetaria dei capitali – per il funzionamento dei sistemi economici e degli scambi internazionali non devono essere trascurate o sottostimate, perché frutto di un mutamento culturale che in primo luogo ha investito le élite e poi ha avuto pesanti ricadute nella società, in termini di sconvolgimento dei passati equilibri sociali, di precarizzazione del Lavoro e di flessibilizzazione delle masse, e questo cambiamento culturale ha costituito l’indispensabile premessa delle grandi “innovazioni” in campo economico, finanziario, commerciale e nella macchina dell’organizzazione sociale.

Lo stesso cambiamento che ha investito in questi ultimi due decenni i modelli di business delle imprese, a partire da quelle del credito in campo micro-economico, è frutto della vincente “rivolta delle élite” nord-americane e della loro metamorfosi in classe globale, nonché dell’”allargamento dei mercati” e della progressiva rimozione di tutti gli ostacoli allo scorrimento liquido dei capitali, e la stessa origine rivela la moltiplicazione dei prodotti finanziari nonché l’aumento vertiginoso, dagli anni ottanta, dei volumi delle contrattazioni di borsa.

La rottura del Patto fra Stato e Mercato [si legga il Capitale] ha avuto grande importanza ed ha, per così dire, ribaltato i reciproci rapporti di forza, con lo Stato, in particolare nella parte occidentale e settentrionale del mondo, che è stato “imbrigliato” da accordi internazionali e soggetto all’autorità di organismi sopranazionali – ho accennato prima alla OMC, per la sua importanza planetaria, ma un discorso analogo vale per l’Unione Europea Monetaria e per il ruolo effettivo di FMI e Banca Mondiale – diventando un testimone dello sviluppo del Mercato e della libera circolazione dei capitali, quando non un utile veicolo [e un complice nella controriforma de-emancipatrice in atto] per privatizzare, con sempre meno riguardo alla salvaguardia dei “beni pubblici puri”, per vendere il patrimonio pubblico, per comprimere la spesa sociale e “riformare” il costoso Welfare riducendone progressivamente i servizi.

Naturalmente la globalizzazione finanziaria, economica, commerciale, salariale, non sarebbe stata possibile, nei termini in cui si è concretamente manifestata, in un mondo ancora bipolare, con il contrappeso del competitore sovietico e con il permanere dell’alternativa al liberalcapitalismo da lui rappresentata.

Se la storia avesse preso quest’altra direzione, con la sopravvivenza della vecchia Unione Sovietica, o ancor meglio in seguito ad una sua ripresa di potenza – in luogo del rapido e dissennato smantellamento gorbacioviano/ eltsiniano – tutt’al più gli Stati Uniti, con Europa occidentale e Giappone al seguito, ma forse anche la stessa Cina attratta da mercatismo e “modernizzazione” capital-comunista-denghiana dopo la morte di Mao, avrebbero costituito una vasta area di “libero scambio”, e un reame allargato del dollaro, temperando un po’ la libertà di circolazione dei capitali con l’esigenza di mantenere in piedi forme efficaci di stato sociale, particolarmente in Europa occidentale, ed evitare repentini impoverimenti di massa, permanendo minacciosa l’attrattiva ideologica e l’alternativa sistemica rappresentata dal polo avverso.

Così non è stato e le porte di un nuovo Evo della storia umana si sono prematuramente aperte, a mio sommesso avviso nel modo peggiore.

La nuova concezione della ricchezza, finanziaria, immateriale, legata al monopolio della conoscenza scientifica e degli altri saperi, fondata, di fatto, sulla “creazione del valore finanziario, azionario e borsistico” [paradigma già presente in Capitalism and Freedom di Milton Friedman del 1962] sembra oggi sussumere completamente persino la classica estorsione del pluslavoro/ plusvalore svelata da Marx nell’ottocento, a vantaggio del profitto capitalistico e cruciale nello scorso millennio, che diventa perciò una sua componete secondaria, quando non un utile residuo storico appartenete ad altre età.

Anzi, una concezione più “liquida” della ricchezza, che ha abbandonato [e travolto] la solidità dei capannoni industriali, delle scorte di prodotti e semilavorati, degli impianti produttivi, delle catene di montaggio tradizionali e delle “isole”, smaterializzandosi come certe produzioni che connotano questa era nelle “fabbriche dell’immateriale e del culturale”, è un ottimo mascheramento dell’illimitatezza autocoscienze che il Capitale ha raggiunto.   

Le strutture produttive, gli stabilimenti, le aziende, sono il mezzo e non il fine, la mera giustificazione sul terreno dell’economia reale, per questa creazione del valore che accresce la potenza dei nuovi dominanti.

Infatti, come mi ha spiegato un analista di borsa all’inizio degli anni novanta, quello che conta, ormai, è l’orizzonte di breve periodo in cui si muovono i “grandi prenditori” [o i fondi pensione e d’investimento privati] che frequentano i mercati finanziari, e nel breve che si tratti di automobili, di prodotti elettronici, di farmaceutica, di vasi di terracotta o di “sacchi di patate” e partite di legname non ha molta importanza, perché tutto si pone sullo stesso piano indifferenziato, date le vere finalità speculative, che puntano [se “rialziste”] ad una crescita del valore azionario temporanea, non di rado artificiosa e drogata … e seguiranno “le prese di beneficio”.

Si compra già con l’intenzione di vendere, magari dopo una ristrutturazione penalizzante per l’occupazione e per la stessa efficienza degli organismi produttivi, all’unico scopo di creare rapidamente, per tale via, nuovo e maggior valore.

Niente di strano, dunque, se le “cordate” azionarie chiudono le fabbriche o cercano di sbarazzarsi sempre più spesso di stabilimenti e di intere aziende che sono in piena attività, che mantengono possibilità espansive future e che fanno qualche utile, essendo all’interno di queste logiche secondari, a volte irrilevanti nella decisione di investimento e di disinvestimento, i vecchi “fondamentali”, i quali per manifestare la loro positività, quanto a occupazione e contributi offerti alla crescita del prodotto sociale, richiedono solitamente periodi di tempo più lunghi.

Ecco che allora lo stesso stabilimento di Termini Imerese nelle mani della Fiat [e di Marchionne] a conti fatti ha lo stesso valore, per i decisori [la proprietà, Marchionne stesso, i referenti e i ”partners” americani], di un enorme magazzino di “sacchi di patate” e i dipendenti siciliani, dell’azienda e dell’indotto, pesano nella decisione quanto i tuberi …

Se poi c’è un governo debole e comunque tributario dei grandi potentati finanziari d’oltre oceano ad assistere alla vicenda, non si andrà al di là di qualche pubblica invettiva, a scopi elettorali, di qualche fumosa promessa da marinaio e di qualche “tavolo di confronto”.

In tale contesto, anche la socializzazione delle [possibili] perdite private è un dato acquisito e metabolizzato, e la rottamazione auto che potrà essere nuovamente concessa alla Fiat dal governo italiano messo sotto ricatto, per evitare che la casa automobilistica abbandoni con i propri impianti l’intero territorio nazionale, ne costituirà un’ulteriore prova, anche se sembra che questa volta Marchionne [e gli interessi che si nascondono non troppo bene alle sue spalle] abbia rifiutato sdegnosamente il denaro pubblico e intenda “puntare su altri mercati”, delocalizzando e dando un contributo significativo alla de-industrializzazione del paese.

Ma c’è di peggio, perché queste logiche si intrecciano non di rado con autentiche manovre geopolitiche che fanno saltare qualsiasi razionalità economico-finanziaria, da inserire nell’aspro conflitto in corso fra gruppi di vertice della classe globale, e per tale motivo, se si vuole “salvare l’auto” negli Stati Uniti d’America, tanto per fare un esempio, si può penalizzare il settore in Italia, fino alla sua scomparsa dalla penisola e con buona pace per sistema-paese, concertazioni con Confindustria e sindacati e fantomatiche politiche industriali.

Così, se si vuole aggirare la Federazione Russa con i gasdotti, per evitare che passino sul suo territorio dandogli un maggior potere nei confronti dell’Europa, si può cercare di colpire anche l’ENI, azienda tipicamente “sana”, non in aperta crisi, non ancora parte della così detta economia-zombie, frazionandola, togliendole autonomia o ancor peggio privatizzandola interamente [un rischio che potrà materializzarsi in futuro], rea di aver avviato una partnership con Gazprom, di vedere di buon occhio il South Stream russo e quindi di remare contro certi interessi, ancora dominanti in occidente.

La stessa crisi che ha interrotto la prima parte della globalizzazione, prospettandoci un “secondo tempo” carico di incognite e di drammi sociali, è la spia dell’intensità dei conflitti scoppiati al vertice della Global class.

La Grande Finanza domina l’occidente, organismi sopranazionali, stati e popolazioni, demolendo uno ad uno i pilastri dell’economia reale e della socialità, e i “banchieri” mossi da un’arroganza senza pari hanno definito in modo sprezzante PIGS i paesi europei, quasi tutti dell’area mediterranea e appartenenti al Club Med, soffocati dal debito pubblico e a rischio di default.

L’acronimo PIGS significa, oggi, Portugal, Ireland, Greece and Spain, ma fino a poco tempo fa si parlava più propriamente di PIIGS, perché una delle due lettere era l’acronimo di Italy.

Questi Bastardi – è giunto il momento di chiamarli con il loro nome – di recente riunitisi a Davos assieme ad altri VIP e agli stessi governatori delle banche centrali per discutere “dei problemi dell’umanità” e di massimi sistemi[1], si permettono di chiamare porci ben quattro popoli, e altrettanti stati in evidente affanno che nel complesso totalizzano oltre settanta milioni di abitanti [nella versione PIIGS che comprende l’Italia, circa cento e trenta milioni].

Dopo aver profittato del danaro pubblico, offertogli a piene mani da politici compiacenti che si trovano al loro fianco – e in certi casi ai loro ordini –  nei “salotti buoni” internazionali, e soprattutto dopo aver dato un contributo non da poco allo scatenamento della prima crisi globale, speculano con la manovra dei tassi sulle difficoltà finanziarie di intere nazioni, negano il credito perché l’usuraio, in accordo con la sua vile natura, non ama certo rischiare se non per enormi guadagni, e chiedono agli stati più “rigore nei conti pubblici”, improbabili rientri dal deficit, sacrifici a fondo perduto – quanto le centinaia di miliardi di dollari che hanno ricevuto in regalo dai mercenari della politica – a carico delle popolazioni maggiormente colpite dalla crisi.

Inoltre, pretendono di dettare loro le regole per regolamentare i mercati finanziari, concordandole con le banche centrali, anch’esse private, che dovrebbero controllarli … e gli stati stanno a guardare, come fecero le stelle di Cronin.

La stessa manipolazione del prezzo del petrolio, che è il prezzo fondamentale che influenza tutti gli altri, con la repentina discesa da un picco che andava oltre i cento e cinquanta dollari al barile ad un prezzo che attualmente si muove fra i settanta e gli ottanta dollari, altro non è stata che una manovra per rastrellare risorse in prima battuta e, cosa importante, per mettere in seguito in difficoltà i gruppi antagonisti emergenti della classe globale, colpendo ad esempio quelli che tengono in pugno la Federazione Russa e che fondano il loro potere su quelle “armi non convenzionali” rappresentate da gas naturale e petrolio.

E’ chiaro che la partita giocata dai “banchieri”, nella veste di agenti del Nuovo Capitalismo autocosciente della propria illimitatezza, è quindi e prima di tutto una partita strategico-politica, con la piena consapevolezza della potenza dell’arma che hanno fra le mani –  il capitale finanziario a scorrimento liquido – e con la consapevolezza, a quel livello, dei danni irreparabili cagionati al “capitale umano” e all’intero impianto che regge ed organizza la convivenza sociale, allo scopo di flessibilizzare il primo e di plasmare il secondo unicamente sulla base di interessi elitistici.

Chi sono allora i veri PIGS?

Ha un bel dire l’economista moderatamente obamiano e premio nobel Joseph Stiglitz – il quale ha ricevuto la laurea honoris causa alla Luiss Guido Carli ed ivi ha tenuto la sua lectio magistralis sulla crisi globale – che nel futuro si dovrà “investire di più su un mercato globale delle menti”, quando è fin troppo chiaro chi decide nella realtà della destinazione delle risorse, private e pubbliche, e soprattutto che le “menti” che decidono hanno un’idea leggermente diversa da quella di Stiglitz di come dovrebbe procedere la globalizzazione e di quelle che dovrebbero essere le sue vere finalità …   

La forza lavoro e i “ceti medi”, intere popolazioni di paesi in crisi, rappresentano dunque le patate in sacchi dell’esempio di prima, delle quali ci si può sbarazzare facilmente, previe distruzione del sistema di garanzie che prima li metteva parzialmente al sicuro, svalutazione dal punto di vista culturale del Lavoro, precarizzazione sociale ed esistenziale, colonizzazione dell’immaginario con simboli non propri ma indotti e previa la diffusione di una nuova ideologia-religione centrata su liberaldemocrazia, individualismo, società aperta [ma soltanto ai capitali “scudati”], “diritti umani”, Mercato, e dopo un adeguato trattamento flessibilizzante/ precarizzante i lavoratori operai e i ceti medi ri-plebeizzati serviranno alle élite in lotta come docile massa di manovra, spendibile negli scontri futuri.

Nella nuova struttura di classe che si sta formando, notiamo dunque qualche preoccupante aspetto neo-feudale, riflesso dalle dinamiche di questo capitalismo che la modellano “a sua immagine e somiglianza” e presente nella sua stessa natura.

Non soltanto, ma come rilevato nel precedente capitolo, in cui sono state elencate le forme di estraniazione che coesistono nel nostro tempo storico, lo schiavismo precapitalistico e [addirittura] prefeudale non è per nulla scomparso, ed anzi, riappare anche in Europa, alimentato da un’immigrazione dai paesi del “sud” del mondo che deve essere inquadrata, per trovare un’adeguata spiegazione, nelle nuove dinamiche culturali, produttive e sociali.

Inutile precisare che la precarizzazione/ flessibilizzazione di massa crea l’ambiente culturale e sociale adatto per far accettare supinamente, come se fosse una fatalità che discende da un qualche, improbabile “diritto naturale”, differenziali di ricchezza e potere tendenti all’infinito fra i membri della classe globale e tutti gli altri.

Come dovrebbe risultare ormai chiaro anche ai più distratti, questi sono anni in cui stiamo vivendo il periodo di transizione dalla seconda alla terza società della crescita, di passaggio dalla precedente tripartizione sociale Borghesia/ ceti medi figli del welfare/ Proletariato alla nuova dicotomia Global class/ Pauper class, con tutti gli sconvolgimenti, i drammi personali e collettivi che ciò può comportare.

Stiamo assistendo, altresì, alla nascita di un nuovo tipo umano destinato forse a soppiantarci, un tipo umano per il quale il filosofo Costanzo Preve ha coniato l’espressione di uomo precario, trattandosi di un uomo del futuro che difficilmente potrà raggiungere l’autocoscienza e mettere in discussione l’ordine costituito, per modificarlo e correggerne le iniquità, un uomo che si piegherà al vento come fanno i rami degli alberi e non si interrogherà sul senso della vita, con possibilità e prospettive di crescita più limitate rispetto ai tipi che hanno caratterizzato gli evi precedenti, poiché nel nuovo ordine l’illimitatezza sarà riservata, prima ancora che ai suoi agenti, esclusivamente al Capitale che ha raggiunto la piena coscienza di sé e della propria forza, divorando la nostra coscienza e neutralizzando la nostra forza.

La nostra vera speranza è che questo processo non giunga a compimento, che il meccanismo si inceppi durante questo decennio, appena agli esordi, e che le coscienze non si spengano ad una ad una come le luci di una fabbrica che chiude.

 



[1] I consessi globalisti sono molti e non c’è soltanto il celeberrimo Bilderberg club, anche se questo è chiaramente preferito agli altri dai soliti “complottisti” e da agguerriti giornalisti investigativi, come Daniel Estulin e Jim Tucker, che sembrano attribuirgli una suprema importanza per quanto riguarda le effettive decisioni elitistiche sul “futuro dell’umanità” e dell’ambiente.

11/02/2010

Le tre società della crescita [parte seconda]

Continua la presentazione dei capitoli della mia parte [Alienazioni e uomo precario] di un futuro libro, scritto a due mani con il filosofo Costanzo Preve.

Oggi pubblico la seconda parte del quarto capitolo, che riguarda i lineamenti principali di quelle che io chiamo le tre società della crescita: la società postfeudale e precapitalistica caratterizzata dal superamento dell'Evo Medio, della sua dimensione culturale, e dall'affermazione delle pratiche e delle politiche mercantilistiche, la società caratterizzata dal modo di produzione capitalistico del secondo millennio e la nuova società che si è delineata, nel periodo di transizione che abbiamo alle spalle, 1989/1990 - 2009, in cui l'ordine sociale precedente e i rapporti [sociali] di produzione hanno subito rilevanti modificazioni.

Proseguo, dunque, con la seconda società della crescita: il capitalismo del secondo millennio. 

La seconda società della crescita è caratterizzata dal modo di produzione capitalistico, dalla velocizzazione degli avanzamenti scientifici e tecnologici e da una nuova e originale concezione della ricchezza.

La legittimazione del primo capitalismo borghese, il suo raddoppio ideologico, è frutto di una elaborazione del pensiero iniziata nei secoli precedenti e continuata nell’ottocento, secolo in cui è nata la “scienza economica” e in cui il liberismo ha mosso dei passi decisivi, assieme ad un vero e proprio “culto del progresso”, nel segno della “rimozione del divino”, della filosofia e della politica nel segno dell’autofondazione dell’economia su sé stessa [come non si stanca di ricordarci Costanzo Preve].

Nel contempo, l’egemonia economica e culturale borghese ha avuto pesanti ricadute nella società, e la costrizione di massa al lavoro in fabbrica, l’afflusso di mano d’opera negli slums delle prime città industriali, l’esproprio generalizzato degli antichi saperi, per quanto attiene al lavoro e all’intero ciclo produttivo, hanno modellato una nuova classe subalterna, succeduta durante il diciannovesimo secolo al popolo: il Proletariato.

La nuova concezione della ricchezza, non più identificabile con i saldi positivi della bilancia commerciale e l’eccedenza dell’export sull’import in primo luogo per accrescere la potenza statuale, né riconducibile staticamente a riserve auree e monetarie detenute, ma legata allo stock di materie prime, agli edifici che ospitavano le attività produttive, agli impianti e ai macchinari posseduti, ivi comprese le celebri caldaie a vapore del paradosso di Jevons, ebbe il potere di cambiare il mondo, e il tutto fu fondato formalmente, o meglio “ideologicamente”,  sul lavoro libero e sul pluslavoro misurato dall’equivalente universale monetario.

Per quanto abbia convissuto a lungo con le economie pre[e proto]capitalistiche, e con settori tradizionali d’attività al suo interno, il modo di produzione peculiare della seconda società della crescita è stato segnato indelebilmente dall’espansione del capitale e dalle sue trasformazioni, dai processi di accumulazione/ realizzazione che hanno interessato i due secoli che ci lasciamo alle spalle, dal susseguirsi di periodi di crescita e fasi depressive – basti ricordare la Lunga Depressione fra il 1873 e il 1895 e la Grande Crisi del 1929 – il cui superamento ha richiesto revisioni profonde delle logiche capitalistiche, cambiamenti rilevanti, metamorfosi che consentissero in forme nuove la riproduzione sistemica.

Dopo una lunga e severa fase depressiva, si sono sempre verificate importanti trasformazioni che hanno avuto ricadute sull’organizzazione sociale.

Prova ne è che dopo la Lunga Depressione di fine ottocento [1873-1895], oltre alla Grande Guerra suicidaria fra le potenze imperialistiche europee, vi fu il passaggio epocale dal capitalismo proprietario delle origini a quello dei manager, accentuando il processo di separazione, in corso nella prima metà del novecento, fra una proprietà un po’ “infiacchita”, in qualche caso assenteista e dedita a staccar cedole, e la gestione dei mezzi di produzione affidata al management.

“The Managerial Revolution”, o più in esteso la rivoluzione dei manager che acquisivano il controllo degli apparati produttivi – secondo l’americano Burnham, che fu un intellettuale marxista non troppo “ortodosso” e che ebbe questa importante intuizione – avrebbe spodestato la borghesia capitalista ma non emancipato i lavoratori sottraendoli allo sfruttamento, avrebbe sancito il potere dei manager e portato alla nascita di tre grandi poli [o super-stati] nel mondo, quello statunitense, quello tedesco e quello giapponese, con l’Unione Sovietica, paese in cui la rivoluzione manageriale era nello stadio più avanzato, ma ben più arretrata delle tre potenze guida, che si darebbe dovuta barcamenare fra i poli, ed in particolare fra Stati Uniti e Germania[1].

Le previsioni “geopolitiche” di Burnham – il quale pubblicò l’opera citata nel 1941 – si rivelarono di lì a qualche anno errate, in un mondo bipolare USA-URSS che fece seguito alla sconfitta di Germania e Giappone, ma non così il suo discorso, nella sostanza ed in particolare per quanto attiene al “passaggio del testimone” dalla proprietà borghese al management, al governo delle grandi corporation, alla nascita e alla diffusione della public company e dell’azionariato diffuso.

Durante e dopo la ricordata depressione, inoltre, si è manifestata in modo chiaro quella che i vecchi marxisti consideravano la principale contraddizione capitalistica, nonché il motore della storia: la lotta di classe fra la Borghesia, quale classe sfruttatrice che controllava mezzi di produzione e stato, concepito quale strumento di oppressione dei subalterni, e il Proletariato, inteso come soggetto rivoluzionario.

L’esito più rilevante della lotta di classe è stata la vittoriosa rivoluzione russa, cui ha fatto seguito la nascita dell’Unione Sovietica, anche se la “massa di manovra” rivoluzionaria era nella realtà costituita, non da avanguardie operaie urbane [in tal caso nettamente minoritarie] ma dai contadini poveri e laceri, molto spesso legati alla “superstizione” religiosa e privi di una vera coscienza sociale, che nella sostanza lottavano per avere la terra.

Comunque sia, e pur in difetto del soggetto rivoluzionario auspicato da Marx come “intelletto attivo” del processo storico, dalla rivoluzione nacque un modello realizzato, radicalmente alternativo al capitalismo di matrice liberale, ma non una vera e propria società senza classi, perché la successiva industrializzazione staliniana, nel culto dell’industria “pesante e nel confronto con l’occidente, generò in Russia e nell’est Europeo tributario quelli che si possono chiamare, per distinguerli nettamente e socialmente dai proletari, i “ceti medi staliniani”.  

La Grande Crisi del 1929, conclusasi soltanto con il secondo conflitto mondiale [e grazie a questo], il completamento del suicidio dell’Europa e l’emersione definitiva della potenza americana, ha comportato nuovi e rilevanti cambiamenti, come l’”economia dal lato della domanda” [J. M. Keynes] che ha garantito il sostegno pubblico a occupazione, consumi e investimenti[2], l’intervento diretto dello stato nell’economia ed in ultima analisi, da un punto di vista etico-sociale, una diversa, meno iniqua distribuzione del prodotto fra salari e profitti.

L’estorsione del plusvalore, il disequilibrio fra Capitale e Lavoro e l’ineguaglianza reale fra gli uomini non sono mai cessati, in quanto necessari per la riproduzione sistemica, ma si sono forse attenuati, aprendo ampi spiragli di emancipazione e miglioramento per i subalterni, nelle fasi più mature e dopo il superamento del capitalismo delle origini, propriamente definibile borghese.

Ciò è accaduto con quello storico [ma tutto sommato breve e instabile] compromesso fra Stato e Mercato concretizzatosi nelle politiche del keynesismo assistenziale e nell’attivazione e diffusione dei meccanismi re-distributivi del Welfare State.

Già durante i primi decenni successivi al secondo conflitto mondiale e alla ricostruzione postbellica dell’Europa, mentre i processi di emancipazione innescati dall’assistenzialismo keynesiano generavano un nuovo “ceto medio”, si potevano forse intravedere i sintomi del futuro cambiamento.

Un elemento non trascurabile che ha portato, in seguito, al mutamento del quadro generale, e alla generale de-emancipazione di questi ultimi anni che ha investito sia il lavoro operaio sia i così detti “ceti medi”, nonché alla rottura del precedente “patto Stato-Mercato”, è rappresentato dalla caduta del saggio di profitto manifestatasi fra gli anni sessanta e gli anni ottanta dello scorso secolo, scatenando la reazione della grande proprietà e sollecitando un suo re-ingresso in grande stile nella gestione.

Ma un altro evento di ancor maggiore importanza è rappresentato, assieme alla naturale tendenza capitalistica all’allargamento dei mercati [che ha provocato in seguito, in condizioni geopolitiche più favorevoli allo scopo, la globalizzazione degli stessi], dalla nascita di una nuova classe dominante, quella globale.

La genesi di questa nuova classe dominante va cercata – e qui devo necessariamente richiamare le analisi del grande sociologo nord-americano Christopher Lasch, che per primo ha studiato il fenomeno – nella rivolta delle élite statunitensi contro la Midlle America, nel loro adattamento progressivo, in termini di stili di vita e visione del mondo, ad un capitalismo sempre più a “scorrimento liquido dei capitali finanziari” [Preve], diventandone i principali agenti, con l’inevitabile adozione, da parte di questa nuova “razza padrona”, di scale valoriali legate ad un'inedita “etica precaria”, a mobilità e flessibilità, dentro gli orizzonti culturali che il capitalismo contemporaneo impone.

Inoltre, l’assorbimento progressivo del così detto movimento operaio nelle logiche del capitalismo, la “socialdemocraticizzazione” completa dei partiti che in origine si ispiravano al socialismo massimalista, al marxismo, al comunismo, il loro ingresso nel mondo liberal-liberista del quale costituiscono oggi la debole “ala sinistra”, e la burocratizzazione dei quadri sindacali, con la loro cooptazione e il loro evidente ”imborghesimento”, in gran parte dell’Europa e tanto più in America, in cui non ci sono state al più deboli tracce dell’antagonismo di classe, hanno di certo contribuito a porre le premesse per l’importante trasformazione che oggi noi stiamo scontando.

Tali processi di “normalizzazione” all’interno della società, sono stati velocizzati attraverso la diffusione di allettanti modelli di consumo e nel contempo da una certa ri-distribuzione della ricchezza, e la nascita ed il peso progressivamente crescente dei “ceti medi figli del welfare”, in un ordine sociale che sembrava dovesse essere dominato molto a lungo dai “colletti bianchi”, hanno offerto un significativo contribuito all’esaurimento della lotta di classe e all’estinzione dell’antagonista, modificando progressivamente la strutturazione sociale nei paesi così detti sviluppati, e questo in particolare nell’ultimo trentennio del novecento, in cui il mondo stava andando verso la grande svolta.

Le ultime grandi isole di vera resistenza operaio-proletaria, in Europa occidentale, sono state in buona parte debellate fra la seconda metà degli anni settanta ed in particolare la prima metà degli anni ottanta dello scorso secolo, se qualcuno ricorda le vicende degli scioperi degli operai della Fiat e della successiva “marcia dei quarantamila”, in Italia, e la triste epopea dei minatori inglesi, gallesi e scozzesi di Arthur Scargill contro la Thatcher.

Si è trattato di una guerra culturale per la distruzione della coscienza di classe dei subordinati, prima ancora che di una lotta sociale ed economica fra salari e profitti, fra Lavoro e Capitale, fra la declinante borghesia e la morente classe operaia, salariata e proletaria.

Una lotta che poi si è approfondita ed estesa con il crollo del blocco sovietico e la fine della terza guerra mondiale [la “strana guerra”, combattuta a colpi di ideologia e con scontri militari, non di rado per interposta persona, ai confini dell’impero], innescando i processi di mondializzazione economica e il Quarto Conflitto Mondiale tuttora in corso, nel segno dello scontro per la supremazia fra gruppi dominanti, “mutati” in classe globale, e come effetto degli esiti del precedente confronto, per noi semplici umani mortifero, fra modelli diversi di capitalismo.

I conflitti fra i diversi modelli di capitalismo – quello liberista di matrice anglosassone, il collettivismo sovietico, in primo luogo, ed in subordine il capitalismo renano e le altre forme di “economia mista” europee occidentali, francese, italiana, eccetera – hanno alla fine sancito il trionfo del liberalcapitalismo e del modello americano di società, provocatoriamente definibile “senza classi”, con un capitalismo non più borghese [e proletario] né propriamente “manageriale” come lo si intendeva nel novecento, de-responsabilizzato nei confronti di comunità e nazioni, sempre di più basato sull’espansione indefinita della finanza, delle produzioni culturali e immateriali, fondato su nuovi paradigmi e su una nuova concezione della ricchezza, o meglio, di una nuova via per accumulare ricchezza, piegando le società umane a questo scopo e segnando un momento di rottura storica e culturale, un vero e proprio “cambio di Evo”, che annuncia la nascita di una società diversa dalle due precedenti.

 

 

**** ****

 

Riassumo di seguito, a partire quantomeno dal 1945 per arrivare all’inizio del terzo millennio, in modo assolutamente schematico e non certo esaustivo, per sommi capi le caratteristiche generali che hanno costituito altrettanti lineamenti economici e sociali, negli ultimi quattro o cinque decenni, della seconda società della crescita propriamente detta, fondata sul modo di produzione capitalistico del secondo millennio, ed hanno preparato il terreno per il passaggio alla terza società, ad un inedito ordine sociale e a un nuovo modo di produzione.

 

1) Patto fra Stato e Mercato che ha imbrigliato per qualche decennio gli spiriti animali liberalcapitalistici, anche nel mondo anglosassone dove questi sono si sono manifestati per la prima volta e sono sempre stati più “scalpitanti”. "Economia dal lato della domanda". Keynesismo assistenziale, in primo luogo, che ha avuto ampi riflessi sulle condizioni di vita delle popolazioni europee occidentali, ma anche quello con aspetti militari della potenza nord-americana. Meccanismi re-distributivi del Welfare State, teorie del pieno impiego, aspetti inflazionistici importanti derivati dall’applicazione di queste politiche. Sul piano della strutturazione sociale rileviamo –  in seguito alla ri-distribuzione emancipativa della ricchezza, con la conseguente estensione dell’area del consenso e dei rischi “rivoluzionari” – la  nascita  di un nuovi ceti medi che si sono sovrapposti ai vecchi e li hanno rapidamente sostituiti: i "ceti medi figli del welfare", formatisi in seguito all’emancipazione degli strati più alti del proletariato, delle trasformazioni culturali ed economiche che hanno investito i ceti medi di massa di fine ottocento  e della prima metà del secolo e i residui della più antica piccola borghesia.

 

2) Rottura del patto fra Stato e Mercato, verificatasi a partire dalla seconda metà degli anni settanta del novecento e dovuta ad almeno due ragioni principali:

   a) Metamorfosi delle élite, a partire dagli USA, in Global class dai lineamenti decisamente “rivoluzionari”. Trasformazioni culturali e di stile di vita, "etica precaria", flessibilità lavorativa ed esistenziale, mobilità in accordo con il nomadismo sempre più accentuato dei capitali.

   b) Caduta del saggio di profitto nel ventennio 1960-1980, che ho prima ricordato e che ha favorito, se non imposto il re-ingresso in grande stile nella gestione di una proprietà in via di metamorfosi [sempre meno simile alla vecchia borghesia e ad un certo punto non più definibile borghese].

Nella prima fase di cambiamento, si è verificato il passaggio armi e bagagli all’"economia dal lato dell'offerta" o più precisamente alla Supply-side economics, teoria degli anni settanta [premio nobel Mundell e altri pregevoli economisti] recepita negli anni ottanta da Ronald Reagan in America ed importata in Europa occidentale dalla signora Thatcher. Lo stimolo doveva quindi essere a sostegno dell’offerta e si poteva ottenere con la de-tassazione per favorire gli investimenti. Naturalmente la de-tassazione favoriva gli alti livelli di reddito, quasi soltanto i “ricchi”, togliendo risorse allo stato sociale e alla spesa pubblica in generale, con la giustificazione pelosa di voler suscitare, attraverso la leva fiscale, più elevati volumi di investimento . Con i così detti reaganomics si esaltarono deregolamentazione e de-fiscalizzazione a scapito dell’equità distributiva, della spesa e della promozione sociale, senza particolari benefici per il prodotto e con aumento della disoccupazione. Un altro corno del problema, almeno per quanta riguarda i due decenni [1970-1980] pre-globalizzazione neoliberista vera e propria, era rappresentato dal successo della teoria quantitativa della moneta di Milton Friedman, che concepiva l’inflazione come un fenomeno senza riflessi futuri positivi sui livelli d’occupazione, puramente monetario e legato alle quantità di moneta in circolazione, da tenere sotto costantemente sotto controllo in termini di espansione.

L’occidente sperimentò quindi gli effetti de-emancipativi delle politiche cui ho fatto un breve cenno e si posero le premesse per un futuro cambiamento, a tutto vantaggio del Capitale e penalizzante per il Lavoro.

In tale fase, fra l'altro, hanno pesato molto gli aspetti ideologico-culturali, accanto a quelli di natura economico-sociale, e il “combinato disposto” di tali aspetti ha comportato l’inizio della ri-plebeizzazione dei "ceti medi", a partire dagli Stati Uniti, in cui la trasformazione si è manifestata prima che in Europa, la rotta di classe operaia e proletaria [marcia dei quarantamila FIAT a Torino, minatori inglesi, gallesi e scozzesi di Sacargill sconfitti dalla Thatcher] per l'"azzeramento" della coscienza di classe, la distruzione dell'etica borghese tradizionale, l’inizio della diffusione dei dogmi neoliberisti e del nuovo paradigma della "creazione del valore" finanziario, azionario e borsistico.

Nella seconda fase di cambiamento, dal 1990 in poi, inizia il vero e proprio passaggio dalla seconda società della crescita a quella che io chiamo la terza società della crescita, con la partenza a razzo, o quasi, della globalizzazione neoliberista. 

Ricordiamo tre momenti topici, a riguardo, tre date simboliche importanti dopo la caduta del muro di Berlino del 1989, che corrispondono ad altrettanti passi sulla via del cambiamento di Evo

   a) Fine/dissoluzione del competitore sovietico nel mese di agosto del 1991, con riconoscimento dell'indipendenza delle repubbliche federate il 1/1/1992, e vittoria del modello di capitalismo liberista di matrice anglosassone sempre più fondato su un "economia dei servizi" finanziarizzata. Questa grande tragedia ha eliminato quello che avrebbe potuto essere ancora un efficace contrappeso planetario al capitalismo “mutante” finanziarizzato, ed ha illuso le amministrazioni americane, sia pur soltanto per qualche anno, di poter trattare la Russia come la Giamaica. 

   b) Istituzione dell'Organizzazione Mondiale del Commercio in data 1/1/ 1995 come epilogo dei negoziati detti “Uruguay Round” [prolungatisi dal 1986 al 1994], nel segno del superamento, più che della piena attuazione, del GATT ginevrino del 1947 [General Agreement on Tariffs and Trade] e dell'ordine del commercio internazionale precedente. La sottomissione degli stati aderenti all’accordo, che oggi nel mondo sono più di cento e cinquanta, a regole imposte da un organismo fumoso e in qualche misura “privato”, ha equivalso a mettergli il morso e le briglie, togliendoli invece al Capitale “transgenetico”.

   c) Ingresso ufficiale della Cina nella OMC/ WTO come importante membro in data 11/12/2001, con un intero quindicennio di trattative alle spalle, fin da prima che la Cina adottasse ufficialmente il nuovo paradigma denghiano dell’"economia socialista di mercato", o mercatismo orientale capital-comunista, come risposta asiatica al mercatismo/ neoliberismo occidentale e in sostituzione dell’ormai defunto maoismo.

A queste date simboliche, si potrebbe aggiungere anche quella dell’undici settembre del 2001 con l’attentato alle torri gemelle, perché in seguito alle operazioni militari successive si è chiarito l’intento della potenza americana, non ancora sopito e pur con l’adozione obamiana del “soft power”, di riassumere i processi di globalizzazione sotto le sue bandiere e in pieno accordo con i suoi interessi geopolitici.



[1] [James Burnham, La rivoluzione manageriale, Bollati Boringhieri, 1992]

[2] Il testo base di riferimento è, come a tutti noto, The General Theory of Employment, Interest and Money del baronetto inglese John Maynard Keynes, in cui si nota [e non è un certo un caso] che la parola occupazione/ impiego viene prima di interesse e moneta. La chiave di volta di tutto il discorso keynesiano, impostato in seguito all’esperienza della depressione del 1929, è nel sostegno pubblico, attraverso l’espansione della spesa, alla domanda aggregata, costituita essenzialmente da consumi e investimenti.

1 2 3 4 5 6 7 8 Prossimo