21/05/2012

Tecnocrazia, eurocrazia, burocrazia di Eugenio Orso

A forza di sentir ripetere certe parole, leggendole quotidianamente sui giornali, ascoltando distrattamente i discorsi sugli autobus, negli uffici, agli angoli di strada, si finisce per non farci più caso, per abituarsi a loro …

Come se fosse normale che un paese di sessanta milioni di abitanti, e lo stato che dovrebbe rappresentarlo, siano finiti nelle mani di ristrette cerchie di tecnocrati, eurocrati e a loro volta controllati da altri eurocrati, e scontino una generalizzata oppressione della burocrazia.

Non ci si chiede più, a causa di una diffusa impotenza, dei condizionamenti subiti, della disintegrazione sociale avanzante, a cosa servono in questa situazione la politica e la democrazia, e se esistono ancora in vita, o se la democrazia, così come la descrivono e la vendono i media, sia mai effettivamente esistita, ed infine, quale nesso esiste fra una società che si definisce propagandisticamente libera, aperta, rivolta al mercato, priva di alternative come la globalizzazione che la fagocita, e i gruppi di tecnocrati, di eurocrati e di burocrati che ne hanno assunto il controllo.

E allora conviene fare un po’ di chiarezza su queste espressioni – «tecnocrazia», «eurocrazia», «burocrazia» – così, anche se questa situazione continuerà e finiremo tutti nella fornace, in un caos greco o addirittura libico, passando da due suicidi il giorno per ragioni economiche e da oltre 44 mila pignoramenti immobiliari (nel solo 2011) ad uno “stato di natura” hobbesiano del tutti contro tutti, alla fame autentica, all’occupazione militare e non soltanto “politica”, almeno conosceremo il vero significato delle parole.

Ben magra soddisfazione, si dirà giustamente, ma per ora accontentiamoci.

Come premessa, avendo particolare attenzione per l’Italia, sappiamo che qui si sperimenta una nuova forma di governo neocapitalistico: la Dittatura indiretta globalista, che ha superato il fastidioso ostacolo delle elezioni politiche, tranciando questo inutile, fastidioso “cordone ombelicale” fra il sub-potere politico liberaldemocratico e le masse pauperizzate nello spazio nazionale.

Sappiamo che non esiste attualmente un’alternativa nel sistema, e non può esistere perché tutti i cartelli elettorali (dal SEL e dal Pd alla “destra” scompaginata), tutte le centrali sindacali (dalla Fim alla Fiom, dalla Cisl e dall’UGL alla CGIL e alla UIL, senza eccezioni), moltissimi movimenti e associazioni (“utili idioti” soggetti al mito della democrazia liberale, al politicamente corretto e al tabù pacifista) sono del tutto interni al sistema stesso.

Il loro compito non è quello di elaborare un’alternativa politica, o di impostare un’azione efficace di difesa dei lavoratori, ma è semplicemente di imbrogliarci, simulando un’opposizione di facciata, organizzando proteste in forma di “supplica al sovrano”, mai accolte, quali supporti e rinforzi della Dittatura della classe globale e del governo di occupazione Monti-Napolitano, che ne è l’espressione concreta e drammaticamente tangibile.

Sappiamo che una nuova “critica delle armi”, pur essendo oggi necessaria come mai in precedenza, nella storia moderna, pur rappresentando l’unica, concreta possibilità di riscatto e di opposizione al sistema, giunti a questo punto sembra impossibile, perché manca completamente l’humus nella società, non esiste il “terreno di coltura” necessario affinché i gruppi armati possano radicarsi nei quartieri, nelle fabbriche superstiti, nelle scuole, assicurandosi appoggi, sostegno sociale e politico, nuove leve e “truppe fresche”.

Ho scritto che “sembra impossibile”, in quanto la “critica delle armi”, per poter sperare di avere successo e conseguire obiettivi rilevanti, deve essere “ripensata” integralmente rispetto a ciò che fu nel dopoguerra (fra i sessanta e i settanta, in modo particolare), tenendo in debito conto le articolazioni della nuova catena di comando e di potere globalista, e soprattutto individuando con precisione il suo anello debole.

Lasciamo perdere, poi, le pulsioni neo o post keynesiane, dirigiste e protezionistiche (Modern Money Theory, Marine Le Pen, posizioni politiche minoritarie o solo elettoralistiche antieuro e anti-UE), che distinguono fra un capitalismo “buono” – quello novecentesco keynesiano, ad esempio, ancorato agli stati nazionali, a una certa idea del ruolo della moneta e al sostegno dei consumi interni – dal capitalismo “cattivo” del ventunesimo secolo, nomade, spietato, con un’anima esclusivamente finanziaria.

Questa critica interna al capitalismo, che vorrebbe un improbabile ritorno al passato, per trasformarsi in politiche strategiche concrete, per invertire la tendenza in atto, richiederebbe l’adesione e l’impegno di gruppi politici di vertice saldi e determinati, disposti a “rimettersi in gioco”, a rischiare anche personalmente (ad esempio di fare la fine di Gheddafi), ed un ampio consenso cosciente nella società.

La società sembra essere sotto il pieno controllo della «tecnocrazia», dell’«eurocrazia» e della «burocrazia», che riportano all’Aristocrazia globale dominante, e la nostra stessa esperienza quotidiana ci suggerisce che purtroppo lo è.

E allora veniamo alla «tecnocrazia» che impone il dominio dei tecnocrati, spesso e sbrigativamente definiti “tecnici” da televisioni e giornali.

Quello di Monti-Napolitano, per come lo ha venduto fin dall’inizio ed anche da prima del suo insediamento “golpistico” l’apparato ideologico-massmediatico, dovrebbe essere un governo risolutore composto esclusivamente da tecnici (o meglio, da tecnocrati) e non già un’espressione propriamente politica, che si relaziona in modo diretto con specifici blocchi sociali, effettivamente esistenti nella società italiana.

Le uniche coordinate possibili di questo esecutivo sono i “conti a posto”, fino al pareggio di bilancio costituzionalmente imposto, una riduzione socialmente insostenibile del debito e del deficit, in presenza di aumenti del peso della spesa per interessi, tutte cose che si sostanziano nel Rigore neocapitalistico e significano ingenti trasferimenti di risorse dagli stati e dal popolo all’Aristocrazia globale finanziaria, più spesso mascherata dai media con espressioni come Mercati & Investitori, oppure, apparentemente in negativo dato un certo gioco delle parti – del poliziotto buono e del poliziotto cattivo – denunciata come pura Speculazione Finanziaria.

Poi c’è il miraggio della Crescita neocapitalistica, che deve accompagnarsi sempre al Rigore, e su questo sono tutti d’accordo, senza eccezioni, da Obama negli USA, dalla Merkel e da Mario Monti in Europa fino al neoeletto Hollande in Francia, che è la “matricola” fra i sub-dominanti politici che contano.

Si omette di spiegare, però, che questa “crescita” verso la quale si dovrà tendere, accompagnandola con tagli e rigore, si tradurrà in un puro miglioramento dei parametri di “competitività” nello spazio globale, in una nuova occasione di impiego, di creazione e di moltiplicazione del valore per i grandi capitali, e in alcun modo potrà riguardare i redditi dei dominati-pauper, i posti di lavoro disponibili, le condizioni di vita delle masse assoggettate (fattore-lavoro a sconto, o massa d’esclusi), destinati fatalmente a ridursi con l’aumentare della “competitività” sistemica.

Inoltre, la violenza delle politiche globaliste è tale da incidere in profondità anche sul dato antropologico-culturale, provocando cambiamenti di rilievo in tal senso, sostituendo progressivamente le vecchie classi sociali, disintegrate, disarticolate, frammentante, atomizzate, con gruppi di pauperizzati (dal punto di vista materiale e culturale), preludio di una nuova classe dominata, la Pauper class.

Questi e soltanto questi sono i compiti assegnati ai tecnocrati imposti all’Italia, come governo direttoriale dell’Aristocrazia globalista che non si impegna direttamente, “mettendoci la faccia”, non si sporca le mani in prima persona nel massacro sociale, ma controlla e tutela i suoi interessi attraverso l’azione di gruppi sub-dominanti nazionali (Monti, Napolitano) e sopranazionali (se pensiamo ai vertici UEM e BCE).

Cosa significa allora «tecnocrazia», a quale tipo di società e di potere fa riferimento, e qual è la genesi di questa espressione?

Chi ha dato un senso compiuto a questa espressione, anche se probabilmente non è l’unico e il solo, è l’economista americano non ultraliberista, non monetarista John Kenneth Galbraith, che una quarantina di anni fa ha definito la Tecnostruttura, dalla quale deriva l’espressione «tecnocrazia», indagando il nuovo stato industriale.

Il punto di svolta, che ha determinato la nascita dei tecnocrati e della Tecnostruttura, è stato il cambio di fase capitalistica, ben visibile negli Stati Uniti fin dagli anni trenta, che ha comportato il progressivo allontanamento della proprietà borghese, individuale, familiare, dalla gestione delle attività produttive, e la progressiva sostituzione, soprattutto in presenza di grandi dimensioni, ingestibili dai singoli o dai nuclei familiari proprietari, del classico “padrone delle ferriere” (per intenderci meglio), con gruppi di manager portatori di adeguate conoscenze tecnico-economiche, ma non proprietari.

La spaccatura fra i Rentier che staccavano cedole dai titoli azionari, non più attivi in prima persona nella gestione, e il management, parte della Tecnostruttura, che invece assumeva il comando dell’impresa ed acquistava un ruolo di rilievo nella società, si è approfondita nei decenni successivi, oltre la fine della seconda guerra mondiale.

Gli effetti del vero e proprio passaggio di fase capitalistico che ha visto il trionfo dei manager, della Tecnostruttura per J. K. Galbraith, sono arrivati fino a noi.

Anche se oggi non è più così, perché quello era un altro capitalismo, strutturalmente diverso dall’attuale, questa lettura, per quanto semplice e ridotta all’osso nella mia esposizione, sembra sostanzialmente corretta.

E’ bene precisare che fra il manager, ai livelli più alti, e il tecnico propriamente detto ci sono differenze di rilievo, e le due espressioni non dovrebbero essere usate come se si trattasse di sinonimi secondo il costume dei media, perché il primo ha una visione più ampia del “puro tecnico", specializzato e dotato di competenze parcellizzate, legate a specifiche tecnologie nelle quali è esperto, mentre le decisioni e le azioni del primo, di più ampio respiro, hanno una sostanza strategica ed un rilievo politico.

Secondo Galbraith, nel nuovo stato industriale la decisione non compete più ad un singolo, quale era il “padrone delle ferriere”, Le maître des forges come nel romanzo sentimental-romantico di Gorges Ohnet, ma ad una collettività, invero composita e dai contorni un po’ vaghi e indefiniti (collettività di “esperti”, dai ricercatori ai manager), che rappresenta la spersonalizzante Tecnostruttura.

Questo fenomeno ha interessato non soltanto le economie capitalistiche occidentali, ma com’è ovvio, in situazioni di proprietà pubblica diffusa, le economie pianificate socialiste.

Da qui hanno origine la «tecnocrazia» e i tecnocrati, ed uno di loro dovrebbe essere proprio Mario Monti, non da solo, ma con i suoi accoliti governativi non eletti.

Se è vero, come mi sembra sostenessero Galbraith e i suoi interpreti, che spesso il tecnocrate ha dei margini decisionali individuali abbastanza stretti, limitati, influenzati da forze esterne, è naturale che Monti e i suoi tecnocrati, talora definiti imprecisamente tecnici dalla stampa, obbediscano a “direttive esterne” vincolanti, del tutto funzionali alla riproduzione sistemica complessiva.

Ma vi è un imprescindibile aspetto politico che la presenza del tecnocrate nei centri di potere e di sub-potere non elimina.

Sì, perché tutto, comprese le tecnologie, la cosiddetta tecnoscienza, le applicazioni delle teorie economiche, di quelle comunicative, della teoria dei giochi, e via elencando, è sempre e comunque sottomesso ad una decisione politico-strategica, collocata a monte del processo.

Non è la tecnoscienza in quanto tale, non sono le singole tecnologie, per quanto potenti ed invasive, che modificano il legame sociale, preservano il sistema, che consentono a questo di riprodursi e svilupparsi, ma sono le decisioni politico-strategiche prerogativa della classe dominante, dell’Aristocrazia globalista che nomina i tecnocrati sub-dominanti, nel nostro caso storico.

E’ vero che nella visione neocapitalistica, che modifica il legame sociale in profondità (o meglio, trasforma i rapporti sociali di produzione vigenti), lo stato si concepisce come un’azienda, e nel nostro caso un’azienda dominata da tecnocrati se si accetta la definizione di Galbraith, ma la razionalità puramente economica – in quella mostruosità che è lo stato-azienda costretto a tenere in ordine i bilanci, a qualsiasi costo sociale ed umano – è subordinata ad una decisione politico–strategica che compete, a monte di ogni processo, al livello strategico della nuova classe dominante globale, da me definito Aristocrazia globalista.

In questo senso va interpretata, in tutte le sue implicazioni, quella lettera-programma del 5 agosto del 2011, che la popolazione italiana sta ancora pagando con “lacrime e sangue”, scritta dagli eurocrati BCE Draghi e Trichet – eurocrati sì, ma nel senso di tecnocrati alla testa degli organi europei della mondializzazione neoliberista – ed inviata al debole e raffazzonato esecutivo italiano di allora.

In quella lettera si rendevano noti i contenuti della decisione politico-strategica, tradotta in programma di “governance nazionale”, che doveva essere applicato allo stato-azienda italiano, pena la rimozione del vecchio esecutivo “politico”, troppo riottoso ed inaffidabile, e la sua sostituzione nel breve con affidabili tecnocrati.

E così è stato.

Si è già rilevato che «tecnocrazia», Tecnostruttura, tecnocrate sono definizioni limitate, perché non contemplano, come invece dovrebbe essere, l’aspetto politico (e sociale, o sociopolitico secondo una vecchia espressione) della questione trattata.

In verità, più che parlare di pura e semplice «tecnocrazia», legata all’affermazione di quella Tecnostruttura che origina i tecnocrati, contemplando l’imprescindibile aspetto politico e sociale a monte del problema, possiamo scomodare la Struttura Tecnico-Burocratica di Raymond Aron, che ha indagato la società industriale postbellica, nei suoi caratteri comuni, condivisi dal capitalismo occidentale di allora e dalle economie pianificate, come quella sovietica.

Ecco che allora i tecnocrati diventano tecnocrati-burocrati o tecnoburocrati (che è meglio di tecnico-burocrati, per le considerazioni fatte in precedenza), dando il giusto rilievo alla dimensione politica e sociale del problema, con la sua ineliminabile componente umana e irrazionale, contrapponendo alla “spersonalizzazione” che informa i sistemi autoregolantisi – sempre più popolati, si vorrebbe far credere, da automi e non da uomini con tanto di coscienza e possibilità di critica – un riconoscimento della natura politica di certi processi, ed assegnando il peso che le compete alla componente umana.

Processi decisionali influenzati non tanto dallo sviluppo della “tecnica”, dall’inevitabilità delle decisioni assunte e veicolate, dalla necessità di auto-preservarsi in quanto sistema privo di alternative, ma dagli interessi “di parte” che emergono sempre nelle decisioni politico-strategiche, a monte dei processi decisionali, e dalla stessa irrazionalità dell’uomo.

La considerazione degli aspetti sociali e politici, dei conflitti effettivi o soltanto potenziali nella società, contestuale al riconoscimento di una natura umana mai completamente riconducibile ai puri ruoli sociali, a “maschere di carattere” spersonalizzate, ci impedisce di scivolare in deliri “postmoderni”, la cui funzione è di scaricare tutte le colpe su un impersonale ed inevitabile autoregolazione sistemica, di porre furbescamente in ombra le responsabilità individuali, gli interessi privati della classe dominante, i crimini commessi da individui determinati (o comunque determinabili) nei confronti delle classi dominate, soggette alle loro azioni ed agli effetti socialmente dirompenti della decisione politico-strategica.

Il tecnocrate-burocrate ha una sostanza politica – oltre che un nome, un cognome, un indirizzo e una storia personale diversa da quella di qualsiasi altro – e nel suo ruolo è incaricato di mettere in pratica la decisione strategica dell’Aristocrazia globale, realizzando politiche economiche, finanziarie, sociali “adeguate” agli scopi, ignorando le conseguenze sociali e le sofferenze diffuse che la sua azione provoca.

Agisce così per opportunismo, carriera, egoismo, calcolo, viltà, non essendo un automa debitamente programmato, e non può essere in alcun modo assolto, perché la natura umana consente sempre un’alternativa, quella della critica e del rifiuto, sia pur contro i propri interessi contingenti e la propria classe di appartenenza.

Costui, se particolarmente apprezzato e “fedele al padrone”, talora partecipa in prima persona alla decisione (Mario Draghi, molto stimato, parrebbe, dal Gotha globalista? Lo stesso Monti, buon impiegato “fedele alla ditta”?), ma più spesso si incarica, per così dire, di sub-decidere, come nel caso di Mario Monti posto a capo del governo, completando e approfondendo un programma politico già definito, vincolante nelle sue linee strategiche essenziali.

In altre parole, non ci sono solo vincoli “tecnologici”, o tecnoeconomici, con brutta espressione, ma esistono anche quelli politici, intimamente connessi non tanto agli “interessi sovrani” dello stato – ridotto ad azienda, puro bilancio, dare e avere, proprietà immobiliari e industriali da alienare per mostrare “i conti a posto” – bensì a quelli privati della classe dominante.

Da questo punto di vista, che è quello corretto e non mistificato, «tecnocrazia» e «burocrazia» non sono che facce della stessa medaglia, ed espressioni di un unico sistema di potere, generato da un nuovo modo di produzione (il Nuovo Capitalismo) che modifica il legame sociale.

Ne consegue che l’«eurocrazia», in questo ordine di idee, comprende quei tecnocrati-burocrati incaricati di tutelare gli interessi della classe dominante globale - questi sì veramente sovrani – attraverso il controllo delle cosiddette istituzioni europee dell’Unione, ed anche Monti, ex commissario europeo, molto solerte ed apprezzato dai suoi “superiori”, è stato in tal senso un eurocrate.

Ne consegue, inoltre, che «tecnocrazia», «eurocrazia» e «burocrazia» sono per noi ostili ed agiscono sempre contro i nostri interessi vitali, in quanto veri e propri emissari dell’Aristocrazia globale dominante, incaricate come sono di far valere i suoi interessi sia a livello nazionale sia a livello sopranazionale, manovrando le istituzioni europee, l’euro e gli stati.

Il caso dell’Italia, affidata al tecnoburocrate/ (ex)eurocrate Monti e ai suoi collaboratori, lo dimostra in pieno.

Per capire come ragionano questi individui, insensibili davanti ad ogni questione sociale e ai guasti che la loro azione provoca, possiamo scomodare un “nemico teorico”, nella persona del filosofo francese Jean-François Lyotard, ex di Socialismo o Barbarie, deluso dalla Grande Narrazione marxista di liberazione dell’uomo e fine della storia attraverso il comunismo, ridottosi a “cantore” della cosiddetta postmodernità, che per quanto mi riguarda (e per come viene usata) è semplicemente un altro nome, o meglio un mascheramento, di quel neocapitalismo che ai tempi di Lyotard era ancora in embrione.

Nel suo celebre Rapporto sul sapere della fine degli anni settanta, più noto come La condition postmoderne, ad un certo punto, in relazione alla natura del legame sociale, Lyotard cita lo struttural-funzionalista Talcott Parsons, autore negli anni cinquanta di Essays in Sociological Theory Pure and Applied: «Un processo o un insieme di condizioni o “contribuisce” alla conservazione (o allo sviluppo) del sistema, oppure è “disfunzionale” nel senso che attenta all’integrità e all’efficacia del sistema.»

E subito dopo Lyotard scrive «E’ un’idea che anche i “tecnocrati” condividono», sprofondati come sono in una sorta di «realismo dell’autoregolazione sistemica», che tradotto in altri termini, meno impersonali e più comprensibili, è un riflesso dalla loro dipendenza dall’Aristocrazia globale, in funzione delle carriere e delle fortune personali, e una prova dei limiti posti alla loro autonomia decisionale, anche se chiamati a governare uno stato.

Ma cosa fanno Monti e il suo gruppo di tecnoburocrati (adattando liberamente la definizione di Raymond Aron, Struttura Tecnico-Burocratica), che in verità sono anche dei politici, se non garantire a qualsiasi costo sociale ed umano “l’integrità del sistema” (come chiarito da Lyotard, che cita Parsons), e precisamente di quel sistema neocapitalistico, ultraliberista e globalista, che li ha ingaggiati per preservarsi e per colonizzare totalmente l’Italia?

Nel nostro caso storico, ben diverso da ciò che fu negli anni sessanta e settanta del novecento, la collettività dei tecnocrati, richiamando il Galbraith della Tecnostruttura, o ancor meglio, dei tecno-burocrati aventi una sostanza sociopolitica, secondo l’Aron della Struttura Tecnico-Burocratica, è dominata dall’Aristocrazia globale – che rappresenta il vero decisore – coadiuvata dai gruppi sub-dominanti nei contesti nazionali e sopranazionali, sub-dominanti eurocrati, secondo l’espressione usata dai giornalisti, quando si trovano ai vertici delle istituzioni unioniste europee.

E’ chiaro che la questione non riguarda puri automi che nei processi soggiacciono interamente al «realismo dell’autoregolazione sistemica», ma ci riporta con prepotenza alla “spaccatura” della società in classe dominante e classe dominata, mai come ora aventi interessi contrapposti e inconciliabili (nonostante la passività delle masse-pauper), e quindi richiama il conflitto verticale, la “lotta di classe” (oggi monopolizzata dai dominanti), il Polemos più che l’”agonistica” che informa la teoria dei giochi, o in altri termini, una contraddizione insanabile di natura dialettica che in futuro potrà esplodere con estrema violenza.

“Disfunzionali”, non miranti alla conservazione sistemica (e della catena di comando e potere globalista) potrebbero essere, per fare chiarezza portando un paio di esempi, l’introduzione in Italia di un reddito di cittadinanza per tutti, oppure l’abrogazione delle norme relative ai contratti di precarietà del lavoro, mentre “contribuisce” sicuramente alla conservazione (e allo sviluppo) del sistema la vendita sui Mercati del maggior numero possibile di assets ancora in mano pubblica, dalla Fincantieri alle municipalizzate, ad esclusivo beneficio degli Investitori.

Così la “postmodernità” neocapitalistica si sostanzia in politiche strategiche che colpiscono le classi dominate e le masse pauperizzate, spostando ingenti risorse dal lavoro al capitale, dalla socialità alla finanza, dallo stato al privato, ed è proprio questo il compito assegnato al tecnoburocrate Mario Monti.

Il governo dei sub-dominanti tecnoburocratici, referenti dell’Aristocrazia globalista, è la prova più evidente che i processi innescati per garantire l’integrità del sistema neocapitalistico e la sua riproduzione, le sue stesse regole di funzionamento, il modello di società che ci impone, le direttive di politica economica che veicola attraverso i suoi canali gerarchici, sono contrari ed opposti ai nostri interessi di vita, alle esigenze vitali di gran parte dell’umanità, e minacciano direttamente la nostra stessa sopravvivenza, individuale e collettiva.

 

Scritto fra il 19 e il 20 maggio

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16/05/2012

Propaganda Armata di Eugenio Orso

“Attacco al cuore dello stato”, “colpirne uno per educarne cento”, “tutto il potere al popolo armato”.

Chi non ricorda questi motti?

Forse non i più giovani, ma i cinquantenni come me senz’altro ne conservano memoria.

Le Brigate Rosse furono il principale riferimento per tutto il movimento armato, in particolare negli anni settanta.

Costituite nel 1970 intorno a Curcio, Cagol e Franceschini, con il successivo “rientro” di Moretti dal supeclan dell’ambiguo Corrado Simioni, conobbero la loro massima popolarità, in coincidenza con il culmine delle loro azioni militari, negli anni dal 1976 al 1978, in cui gli episodi più rilevanti furono l’esecuzione del procuratore Francesco Coco e il rapimento e l’esecuzione di Aldo Moro, questo ultimo evento con un’azione militare clamorosa e ben pianificata, che ha avuto risonanza in tutto il mondo ed è durata la bellezza di 55 giorni.

L’intento delle BR non era tanto quello di porsi alla guida del movimento armato, ma di diffondere la lotta armata, disattivata da un PCI interno al sistema, consociativista, socialdemocratico e burocratizzato, e di realizzare attraverso azioni militari, ben pubblicizzate e sempre più clamorose, la «Propaganda Armata» per mobilitare le masse, far esplodere le contraddizioni interne al PCI e giungere ad uno stato di guerra vera e propria.

Le BR, ai loro tempi, non riuscirono a raggiungere gli ambiziosi obiettivi che si erano prefisse, ma oggi, i compagni anarchici (li chiamo così, pur non sapendo se loro acconsentirebbero) della Federazione Anarchica Informale – Fronte Rivoluzionario Internazionale forse vorrebbero “raccogliere il testimone” ed occupare quella posizione di punta, nella “critica delle armi” al sistema, che fu delle vecchie BR durante gli anni settanta e i primi ottanta.

Poco dopo la rivendicazione dell’azione contro Adinolfi a Genova, il Nucleo Olga della FAI-FRI invia a due quotidiani calabresi (Calabria Ora, e redazione di Reggio della Gazzetta del Sud) altrettante lettere contenenti una diretta minaccia a Mario Monti, che è uno dei sette obiettivi ancora da perseguire dopo aver colpito Adinolfi (un obiettivo, ricordo, per ogni anarchico greco incarcerato), e minacce nei confronti di Equitalia, come provocatoria risposta al ministro degli interni Anna Maria Cancellieri che aveva definito Equitalia S.p.A. parte dello stato, tal che colpirla sarebbe come colpire lo stato stesso.

Di certo Equitalia, che fra l'altro è una società di capitali di diritto privato, non rappresenta in alcun modo “il cuore dello stato”, come lo era la DC di Aldo Moro per le BR, ma è lo strumento di esproprio usato (e abusato) per trasferire risorse dalle masse velocemente depauperate al grande capitale finanziario, servito apertamente contro l’”interesse nazionale” proprio da Monti e Cancellieri.

In altra epoca gli anarchici praticavano la «Propaganda col fatto», che consisteva in azioni, prevalentemente individuali, in cui il rivoluzionario spesso si sacrificava per colpire un obiettivo simbolico/ un uomo di potere colpevole di crimini contro la popolazione, contro la persona umana.

In tal senso va vista la storica azione di Gaetano Bresci, da poco tornato nel Regno d’Italia dall’America dove viveva, che ha giustiziato nel 1900 con tre colpi di pistola re Umberto I di Savoia, reo di aver ordinato una feroce repressione militare a Milano nel 1898, costata almeno cento vittime, in conseguenza dei Moti del pane.

La «Propaganda col fatto» integrava quella che si faceva con gli scritti e con il proselitismo, ma spesso sfociava in un’azione individuale che comportava il sacrificio del rivoluzionario anarchico esecutore (Bresci, catturato, fu condannato a morte).

Più vicina alle nostre dimensioni culturali, alle lotte guerrigliere metropolitane del secondo dopoguerra – sullo stile, ad esempio, dei Tupamaros uruguayani del MLN, molti noti ed imitati nel movimento antagonista degli “anni di piombo” – alle azioni antagoniste, preludio di quelle militari, nella fabbrica, è la «Propaganda Armata» come la concepivano le Brigate Rosse, molto attente alla “comunicazione”, alle sue strategie, e all’amplificazione in un certo senso propagandistica degli effetti delle azioni di guerriglia e di guerra.

La stessa stella a cinque punte in un cerchio, che si disegnava aiutandosi con una moneta da cento lire, era un simbolo studiato, derivato da quello degli allora mitici Tupamaros indioamericani, ma essendo i BR attenti agli aspetti “comunicativi”, rappresentava quasi un riflesso del "marketing" rivoluzionario.

Oggi, attraverso comunicati e lettere, adottando un simbolo “mirato” e suggestivo come le cinque frecce, a simboleggiare i continenti, tutte rivolte verso la A cerchiata di Anarchia, i combattenti del Fronte Rivoluzionario Internazionale – a questo punto li chiamo così, superando imprudentemente e frettolosamente qualche legittimo dubbio d’autenticità e/o d’infiltrazione – sembra che vogliano “riprendere il discorso”, certo sanguinoso e avventuroso, ma in qualche modo glorioso, che fu delle vecchie Brigate Rosse.

Non esattamente allo stesso modo delle BR, però, replicandone in toto il modello e i comportamenti, perché le due lettere inviate alle redazioni di giornali meridionali e calabresi (supponendo che siano autentiche), anticipano e non seguono azioni possibili contro il Quisling Monti in persona, e i vertici della tanto giustamente odiata Equitalia, mentre sappiamo che le BR, per ragioni di opportunità e di prudenza, facevano sempre seguire i loro comunicati alle azioni compiute, mai anticipandole con tanta chiarezza.

Comunque sia, il fil rouge fra le azioni dei brigatisti e quelle compiute o soltanto annunciate dagli anarchici informali mi pare evidente.

Più Mario Moretti che Gaetano Bresci?

Più Renato Curcio che Auguste Vaillant, propagandista “col fatto” francese, che alla fine dell’ottocento lanciò una bomba nella camera dei deputati, e di conseguenza fu ghigliottinato?

Più «Propaganda Armata» che «Propaganda col fatto»?

Ma la prima, praticata dalle BR che si consideravano (e per un periodo furono) la “punta di lancia” del movimento era indissolubilmente legata a quella “effervescenza” movimentista che nasceva da concreti fermenti sociali – nella fabbrica, nei quartieri, nelle scuole – da quella speranza di cambiamento che allora, fra i sessanta e i settanta, era un’evidenza ed un crescendo, al punto tale che neppure il PCI, ormai del tutto interno al sistema di potere vigente, riusciva a controllare e governare, mentre oggi una simile “effervescenza” non solo non c’è, ma nella società – prostrata e soggetta a un rapido impoverimento economico e culturale – si verifica esattamente l’opposto: passività sociale e politica diffuse, “riflusso nel privato” della disperazione sociale (di cui sono prova i suicidi per motivi economici e le esplosioni di violenza individuale), assenza di alfabeti alternativi a quello imposto dai dominanti per interpretare la realtà.

Sta di fatto che anche la «Propaganda Armata», così come la concepivano le vecchie BR, dovrebbe essere consegnata agli storici, perché appartiene ad un’altra epoca, ad un mondo politico, sociale e culturale in cui vi era ancora il mito antagonista dell’«operaio-massa», in cui vi era l’alternativa collettivista sovietica (nella quale, peraltro, le BR non credevano) e vi era, soprattutto, la speranza rivoluzionaria, la disponibilità alla lotta di una parte dei dominati, non esclusa la lotta armata.

Oggi, in condizioni di passività sociale e politica impressionanti, di controllo sistemico asfissiante che ci pare totale e sempre vincente, sarebbe necessario “pensare” in modo nuovo, non solo il rapporto fra quelle che io chiamo le masse-pauper, da un lato, e I Rivoluzionari, dall’altro lato, ma anche le azioni militari, il loro senso e il loro scopo, quale frutto di una “critica delle armi” integralmente nuova, adatta ad affrontare le strutture di potere (prima nazionali, poi internazionali) che servono questo capitalismo.

Anche nel caso della “critica delle armi”, perciò, non è possibile tornare, come unica soluzione, ad un passato archiviato, sia pure a quello glorioso della «Propaganda Armata» di matrice brigatista, nata e defunta nella cupa Notte della (prima) Repubblica, o peggio, alla ancor più antica, e in qualche modo “nobile e romantica”, «Propaganda col fatto» di matrice squisitamente anarchica e ottocentesca.

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14/05/2012

FAI, GAP, BR: qualcuno pesca nel torbido? di Eugenio Orso

Roberto Adinolfi, Ansaldo Nucleare, Ansaldo Energia, Finmeccanica, scorie radioattive e centrali nucleari, proselitismo per reintrodurre l’atomo in Italia anche dopo Fukushima, fame di energia e rapporti con l’est europeo, situazioni poco chiare.

In questa vicenda, in cui qualcuno ha sparato alla tibia all’amministratore dell’Ansaldo Nucleare a Genova, senza però causargli danni rilevanti o permanenti, sembrano riemergere gli spettri della cosiddetta lotta armata degli anni settanta e dei primi ottanta, ed infatti, una parte dell’apparato massmediatico fa di tutto per accreditare subdolamente questa tesi.

Genova è un importante “luogo della memoria” di quegli anni, perché là si celebrò il processo contro i militanti genovesi del XXII ottobre predecessore dei GAP feltrinelliani (Gruppi di Azione Partigiana), là furono chiamate le BR, non ancora presenti a Genova con brigate e colonne, in occasione del processo e delle condanne dei membri del XXII ottobre, là fu rapito e tenuto prigioniero per oltre un mese (da aprile a maggio del 1974) il magistrato Mario Sossi impegnato nel processo, là vi fu collaborazione fra le BR e Azione Rivoluzionaria, gruppo anarchico del professor Gianfranco Faina docente universitario a Genova, a sua volta processato e morto nel 1981, là si devono cercare le ragioni che nel 1976 hanno portato all’esecuzione, da parte dei brigatisti rossi, del procuratore generale della Corte d’appello di Genova, Francesco Coco, che fu capo di Sossi.

La scelta di un obiettivo genovese da parte degli anarchici della FAI-FRI Nucleo Olga, ammesso che la loro rivendicazione sia autentica, è solo un caso?

E’ una pura coincidenza, perché la vera questione è il nucleare che certi interessi, per i quali lavora Adinolfi di sede a Genova, cercano da qualche tempo di reintrodurre in Italia?

E perché ci sono stati in rapida sequenza il “documento di appoggio” dei GAP (Gruppi Armati Proletari), diffuso in rete da Indymedia, la rivendicazione anarchica inviata al Corriere della Sera e i comunicati delle BR – vecchi e superati, parrebbe, non certo rivendicativi dell’azione contro Adinolfi – affissi in tre posti a Legnano, nel milanese?

La scelta del sito di Genova, gravido di memorie storiche riguardanti il cosiddetto terrorismo, e la dovizia di comunicati e “documenti di appoggio” (vedremo se ne arriveranno altri nei prossimi giorni), ingenerano il sospetto che ci può essere qualcuno, non anarchico, non informale, non brigatista e non “proletario”, dietro a questo evento.

Qualcuno che ha il compito di ingenerare allarme e nello stesso tempo di confondere le acque, approfittando della situazione per diffondere comunicati di varie sigle e di varia origine e provenienza.

Siamo nel bel mezzo di un passaggio storico delicato, come scopriremo meglio fra un po’, sulla nostra pelle, quando certi eventi matureranno completamente.

L’occhio del ciclone, cioè quello della crisi strutturale, è arrivato sull’Europa mediterranea, e lì, per ora, sembra essersi fermato.

Le tensioni sociali – siccome la politica dei governi nella sostanza non cambierà rotta, e meno di tutte quella del governo Monti-Napolitano – sono destinate a raggiungere livelli di guardia, perché nel prossimo futuro possiamo attenderci in Italia, ma non solo, esplosioni della disoccupazione e della povertà effettiva.

Ricordate la recente uscita di Passera, ministro dello sviluppo, che ha lanciato una sorta di “allarme povertà”, dichiarando che circa la metà della popolazione italiana è in difficoltà, e perciò potrebbe diventare imprevedibile la sua reazione?

Certo, è possibile che da questo governo arrivi qualche “obolo” propagandistico, atto caritatevole (ma sicuramente “peloso”) della Grande Finanza Internazionalizzata che lo manovra, come, ad esempio, erogare un paio di miliardi di euro per il sostentamento delle provatissime popolazioni del sud.

Ciò potrebbe non bastare, e sicuramente non basterà, come sanno benissimo Monti e soci (persino il Passera governativo che esterna, in veste di “poliziotto buono”), perché “la politica del rigore e dei conti a posto che va a braccetto con lo sviluppo” (come direbbe la Merkel), e che non si vuole abbandonare per nessun motivo (come impone la Merkel), genererà a stretto giro di posta nuova povertà e nuovo disagio sociale, aggravati dalla perdita di ogni riferimento politico (partiti dequalificati, ascari del sistema globale e sostanzialmente nemici), sindacale (sindacati tutti ausiliari, gialli e complici), etico e comunitario da parte della popolazione.

I riferimenti politici e sindacali, che potrebbero esser utili per controllare la popolazione, rendendo inefficaci le sue proteste, stanno venendo meno molto rapidamente.

Siccome “prevenire è meglio che curare”, è il sistema stesso che fin d’ora mette le mani avanti, e crea esso stesso, o almeno favorisce per sfruttarle a suo vantaggio, situazioni torbide come quella di Genova, molto adatte per creare allarmismi e per giustificare l’inizio, in futuro, di una grande ondata repressiva, che potrebbe spezzare le “tensioni sociali” annichilendo ancor di più una popolazione già provata e sostanzialmente inerte (almeno per ora).

Il ritorno degli “anni di piombo”, anche se improbabile e soltanto simulato, in piena Notte della Repubblica che oggi è più buia di quella che descrisse in altri anni il cupo Sergio Zavoli, può costituire un buon pretesto per giustificare questo tipo di prevenzione, e per demolire quel poco di autenticamente antagonistico che resta nella società italiana (che è poco, come sappiamo bene, e che si cerca col lumicino).

Un'Open Society, alla Soros e alla Popper, interamente volta al Mercato e allo Sviluppo, non può tollerare piccole sacche di antagonismo e indiscipline da parte di una popolazione che pretende di mantenere in vita le vecchie sicurezze sociali, i suoi vecchi costumi, pur trattandosi del tanto deprecato familismo amorale, diffusosi negli anni dal meridione al settentrione, o del “Mi manda Picone” che garantisce un lavoro.

Una popolazione che non vuole mutare geneticamente di sua spontanea volontà, trasformandosi in nuova classe dominata, nel Villaggio Global-Finanziario che si sta predisponendo per lei, a sua insaputa, e che non trova niente di meglio del chiudersi a riccio, in posizione di estrema difesa, per evitare il peggio.

La rivendicazione della Federazione Anarchica Informale – Fronte Rivoluzionario Internazionale, Nucleo Olga, perciò, non mi convince del tutto.

Non voglio dire che sia stata scritta direttamente dalle solite “polizie parallele”, da qualche agente segreto con licenza di azzoppare i manager, o sotto dettatura da anarchici posticci.

«Pur non amando la retorica violentista con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani» è certo una frase suggestiva (che curiosamente inizia con il ripudio della violenza), mentre l’epigrafe bakuniniana del comunicato mette in rilievo tutta l’impersonale spietatezza della tecnoscienza capitalistica nei confronti dell’uomo.

Ci sono poi, in epigrafe, due frasi di Adinolfi che lo “inchiodano” all’atomo, quale pubblicista e diffusore della morte radioattiva, e che dovrebbero giustificare l’azione e la scelta dell’obiettivo.

Nel testo, in relazione a Adinolfi e sempre per giustificare l’azione contro di lui, responsabile con l’ex ministro Scajola del rientro del nucleare in Italia, si evoca il disastro giapponese della centrale di Fukushima, che potrà ripetersi anche in Europa (ed in Italia) con un massiccio ricorso all’atomo per scopi energetici.

Quello che si può rilevare è che il contenuto del comunicato rivendicativo dell’azione di Genova è variamente interpretabile ed in qualche misura ambiguo, per come la vedo io, anche se molto chiaro nell’esposizione dei contenuti, e condivisibile in diversi passaggi da chi vorrebbe combattere questo sistema, non riconoscendosi in lui.

A tratti è squisitamente anarchico, fino a proclamare come obiettivo finale la distruzione dello stato, non la mera occupazione delle istituzioni o la loro trasformazione, e non manca neppure un esplicito riferimento al nichilismo bakuniniano: «Siamo dei folli amanti della libertà e mai rinunceremo alla rivoluzione, alla distruzione completa dello stato e delle sue violenze. Nella nostra rivolta anarchica e nichilista la speranza di un futuro senza confini, guerre, classi sociali, economia, sfruttati e sfruttatori.»

C’è il riferimento diretto alle strutture capitalistiche che producono armi e seminano morte attraverso l’atomo, come l’Alenia Nucleare del gruppo Finmeccanica, che giustifica l’azzoppamento di Roberto Adinolfi, manager di Alenia-Finmeccanica, pubblicista dell’atomo e della morte: «Finmeccanica vuol dire Ansaldo Energia con le sue tombe nucleari. Finmeccanica vuol dire Ansaldo Breda con i suoi treni ad alta velocità che devastano il territorio. […] Finmeccanica vuol dire Avio Alenia, Galileo e Selex con i loro mortali caccia bombardieri F35, e i terribili droni aerei senza piloti.»

C’è una visione del sistema a livello internazionale, peraltro condivisibile, che inghiotte stati e multinazionali quale “sistema capitalistico integrato di oppressione e sfruttamento generalizzati” (espressione mia): «Accordi sempre più stretti fra stati, capitalismo diffuso, scienza senza scrupoli, tecnologia criminale, stanno uccidendo inesorabilmente il pianeta.»

C’è anche una rivolta anticapitalista dai delicati lineamenti poetici, contro il progresso scientifico e la tecnica che devastano uomo e ambiente, una rivolta che tanti non anarchici e non violenti (decriscisti, ecologisti, eccetera) potrebbero condividere nella sua essenzialità: «Gli esseri umani sono fatti di carne e sogno. Il nostro sogno è quello di un’umanità libera da ogni forma di schiavitù che cresca in armonia con la natura.»

E in un altro passaggio del comunicato: «La scienza nei secoli passati ci aveva promesso un’età dell’oro, oggi ci sta conducendo per mano verso l’autodistruzione e la più totale schiavitù. Il binomio scienza-tecnologia non è mai stato al servizio dell’umanità […]»

C’è il riconoscimento di contatti con settori dell’anarchismo di altri paesi (non solo europei), o comunque il richiamo a lotte anarchiche parallele in altre nazioni, attraverso il riferimento ai fratelli e alla sorella greci, anarchici anche loro, incarcerati nell’Ellade, otto in tutto, in nome dei quali il Nucleo Olga del FAI-FRI dichiara che compirà altrettante azioni (ne restano ancora sette) dopo aver agito per Olga Ikonomidou: «Nelle nostre prossime azioni, il nome degli altri fratelli greci, un’azione per ognuno di loro.»

Ci sono critiche esplicite ad altre componenti anarchiche, che rivelano la complessità di quel mondo e le spaccature aperte al suo interno: «Realizzare oggi quello che solo fino a ieri ci sembrava impossibile è l’unica soluzione che abbiamo trovato per abbattere il muro dell’oppressione quotidiana, dell’impotenza e della rassegnazione che ci hanno visti fino ad ora come pedine di un anarchismo insurrezionalista di facciata, che con la sua mancanza di coraggio legittima il potere.»

Ed ancora, a tale proposito: «A progettare e realizzare questa azione sono stati degli anarchici senza alcuna esperienza “militare”, senza alcun specialismo, solo degli anarchici che con questa prima azione vogliono segnare definitivamente un solco tra loro e quell’anarchismo infuocato solo a chiacchiere e intriso di gregarismo.»

Ci sono passaggi che riportano all’internazionale situazionista e a quella “liberazione della vita quotidiana”, dei singoli e non delle classi, della quotidianità di ciascuno (richiamando vagamente l’Azione Rivoluzionaria di Faina degli anni settanta, a mia sensazione), che non chiede la riforma dello stato e delle istituzioni, ma semplicemente il loro superamento, il loro “azzeramento”, o più sbrigativamente la loro distruzione.

C’è il pieno riconoscimento che si deve superare a piè pari quella che io definisco la “linea rossa” neocapitalistica, al di qua della quale c’è solo internità al sistema, sterile e belante indignazione per qualche “malfunzionamento” del sistema stesso, non di rado spacciata per rivoluzione, anche se in realtà è una supplica ai potenti (Noglobal ieri, Indignados/ Occupy oggi), facendo procedere di pari passo le armi della critica con la “critica delle armi”, che in breve significa lotta armata, e che forse, nel caso del FRI, riecheggia sia pur alla lontana il brigatistico “tutto il potere al popolo armato”.

Già in passato, negli anni del duro confronto fra il movimento e lo stato, gli anarchici italiani hanno discusso se varcare (autonomamente rispetto alle BR e alle altre organizzazioni esistenti) quella “linea rossa” oltre la quale c’è lo scontro e la guerra, ma allora senza esiti rilevanti.

Sull’ultima questione sollevata e sulla necessità di una critica non soltanto intellettuale a questo capitalismo, ma ben più vigorosa e concreta, in linea di principio – è bene precisarlo, per non lasciare spazio a dubbi – convengo anch’io.

Tutti dovrebbero chiedersi se questa rivendicazione è autentica, mentre non sono neppure rivendicazioni quella dei (presunti) GAP pubblicata da Indymedia e quelle delle (presunte) BR affisse nel milanese, destinate con buona probabilità ad “intorbidare le acque” e a creare allarmismi intrisi di déjà vu, almeno per quanto riguarda i datati volantini BR.

E’ difficile esprimersi sull’autenticità della rivendicazione, ma personalmente ricordo che qualche anno fa, in coincidenza con l’esplosione della crisi sub-prime e con l’inizio di un ciclo di veloce impoverimento del ceto medio occidentale, oggi non ancora concluso, mi è “capitato per le mani” un rapporto di un gruppo di esperti del ministero della difesa britannico (difesa e non interni, se non erro, ma posso sbagliarmi citando a memoria) in cui si faceva un’analisi molto acuta, per certi versi sociologica, della nuova situazione con possibili, rilevanti risvolti di “ordine pubblico” e di tenuta sistemica complessiva, incentrata sulla difficile situazione in cui stava scivolando il ceto medio riplebeizzato (la Middle Class Proletariat), un’analisi che per la sua lucidità e per il potenziale rivoluzionario esplicitato (o pericolo rivoluzionario, dal punto di vista del governo britannico), in certi tratti pareva frutto di una critica antagonistica, e non di uno studio di esperti al servizio del sistema stesso.

E’ quindi possibile, per quanto mi riguarda, che nel documento rivendicativo anarchico ci sia almeno uno “zampino” di qualche esperto sistemico, provvisto di buoni strumenti culturali e in grado “ragionare con la testa“ di potenziali alternativi armati, ed in tale circostanza le parti si rovescerebbero, i buoni diventerebbero i cattivi e i cattivi i buoni.

Nel caso, però, che gli eventi confermino l’autenticità della rivendicazione e la buona fede degli anticapitalisti che hanno condotto l’azione di Genova, ai compagni anarchici (sempre che vogliano essere chiamati così) mi permetto di dire che l’unico modo per colpire la nuova catena di comando globalista, per ora, è di farlo nella dimensione nazionale, concentrando le azioni sul suo anello debole, ma le azioni militari devono essere condotte con sistematicità, perseguendo l’obiettivo di provocare un generale indebolimento nel punto più basso della catena di comando, e non sporadicamente, per “vendicare” compagni incarcerati, o semplicemente per infliggere una punizione ad una pedina del sistema che ci ammorba con l’atomo e le scorie nucleari.

 

Nel dubbio, pensiamoci ancora su e seguiamo gli sviluppi della vicenda, prima di trarre frettolosamente conclusioni definitive, che potrebbero rivelarsi in seguito fuorvianti, erronee, falsate.

Del resto, lo scopo della disinformazione sistemica, diffusa dall’apparato massmediatico, ma che può nascere ben più in alto, è proprio quello di fuorviare, indurre in errore, falsare la realtà.

 

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Metto a disposizione di chi non lo ha ancora letto il documento rivedicativo della FAI in formato pdf:

 

Comunicato FAI-FRI_Olga_Ansaldo Nucleare_Adinolfi.pdf

 

 

12:33 Scritto da: derosse | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook